Cala il sipario sulle orchestre italiane. L’ha deciso il twittatore di Palazzo Chigi. La Commissione musica del ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo ha azzerato i fondi a più di 60 orchestre e li ha tagliati a molte altre. Tra le vittime della sforbiciata, anche realtà storiche come gli “Amici della musica di Firenze” che prossimi ai cento anni di attività, stanno pensando di chiudere i battenti. Cordoni della borsa chiusi anche per l’ Orchestra dell’Università di RomaTre. Sono oltre 60 le realtà musicali “non ammesse al contributo”, vale a dire condannate a morte.

E non mancano le polemiche sulla poca chiarezza dei criteri di individuazione “dei meritevoli”. Particolarmente penalizzate sono state quelle realtà che hanno fatto della ricerca e della sperimentazione i propri tratti distintivi, come il Centro Ricerche Musicali di Roma, l’Ex Novo Ensemble di Venezia e l’Associazione Nuova Consonanza di Roma, fucina di giovani compositori.

In un sol colpo cesseranno di esistere due terzi delle realtà musicali italiane, con pesanti ricadute anche dal punto di vista occupazionale. “Perché la sparizione di realtà diffuse sul territorio, a vantaggio di iniziative che privilegiano i cartelloni di agenzia?”, si chiede Massimo Mercelli, concertista, vicepresidente della European Festival Association e direttore artistico del Festival dell’Emilia-Romagna, che figura nell’elenco degli azzerati.

Nel mirino dei direttori è finita anche la poca competenza dei componenti della Commissione musica del ministero, dalla quale, lo scorso 22 luglio, si è dimessa polemicamente la compositrice Silvia Colasanti, in disaccordo con molte delle decisioni prese. Sul piede di guerra, da mesi, sono anche le associazioni Anbima e Feniarco che raggruppano migliaia di bande e di cori.

E non mancano le guerre intestine.
L’Agis, l’Associazione dello spettacolo che raggruppa tutte le categorie interessate, presieduta da Carlo Fontana, è accusata di scarsa tutela dei soci e di appiattimento sulle posizioni governative. Molte realtà associative, come già accaduto nel mondo del Teatro, hanno chiesto “l’accesso agli atti” e stanno presentando ricorsi, prima al Ministero, poi al Tar del Lazio.

In gioco c’è la vita di un patrimonio artistico e professionale che ha fatto le fortune musicali dell’Italia. Ma la qualità e lo stile, è cosa nota, esercitano ben poco fascino su Renzi e compagnia, a cui stanno molto più a cuore le sorti dei giovani e sgrammaticati urlatori da talent show, di qualche rapper scrauso e dei tanti menestrelli a gettone che infestano radio, giornali e televisioni.

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