Il film è ambientato in un villaggio costiero della Turchia. Una famiglia composta di cinque figlie femmine rimaste orfane di entrambi i genitori vivono insieme alla nonna e al dispotico e violento zio. Le ragazze frequentano la scuola, la più piccola Lale vive un momento d’intenso rammarico. Questo stato d’animo della più piccola tra le cinque sorelle apre il film. La professoressa di Lale ha ottenuto l’occasione di poter andare a insegnare a Istanbul. La piccola Lale ne è addolorata, la abbraccia piangendo amare lacrime. La piccola Lale vede in lei un modello, non ha grandi pensieri e nemmeno esprime concetti complicati. Le vuole bene e il suo desiderio sarebbe di seguirla come modello nella sua giovane vita d’istruzione e di miglioramento stesso delle condizioni che aveva vissuto anche lei su se stessa. Le quattro sorelle oltre a Lale sono: Nur, Ece, Selma e Sonay. Le cinque sorelle festeggiano con alcuni compagni di scuola la fine dell’anno scolastico. Si recano in spiaggia e giocano assieme ai compagni. Sono giochi innocenti, non per gli occhi delle beghine del villaggio. Il giudizio reso alla famiglia delle ragazze le porte a essere recluse dallo zio e dalla nonna. Ree di avere disonorato la propria famiglia. L’unico modo di riparare questa grave offesa sta nell’organizzazione di matrimoni combinati per riparare l’onore ferito dalle ragazze stesse. Lale la più piccola osserva questo cambiamento, non lo vive passivamente poiché anche lei sarà costretta a rinunciare a quelle piccole e innocenti passioni che avevano caratterizzato la sua giovane vita. La piccola vive questa sarabanda di matrimoni combinati, vive questi eventi con la dolorosa consapevolezza che verrà il suo momento. Lale è davvero piccola di età ma capisce e spera di poter fuggire. Oltre alle sorelle un ruolo fondamentale nel film è esercitato dalla nonna. Figura in bilico tra il fermo desiderio di rispettare le tradizioni e assecondare quelle che sono le spinte per correggere i presunti smacchi vissuti grazie alle nipoti. Dall’altro lato la nonna difende le nipoti dalla tracotanza maschilista dello zio, insomma appare come una persona a metà una donna in bilico. Lo zio invece rappresenta il prototipo di ogni persona ignorante e di mente ristretta. Violento, tracotante e ipocrita. Persona che in questo film ha le sembianze e le fattezze tipiche di una persona nata e vissuta in Anatolia ma che in realtà potrebbe essere di qualsiasi contesto laddove si nasconde e si celano l’ignoranza e la violenza ipocrita con un altro nome.

Uno dei pregi di questo film è che appare del tutto privo di retorica. Non è rappresentata una lotta tra bene e male ma solo tanti episodi delle vite di cinque ragazze che potrebbero essere le vite di molte ragazze. Ragazze che vivono questo travaglio e questo contrasto tra presente e tradizioni. Contrasto tra felicità individuale e felicità clanica. Insomma il regista non da un giudizio. Ci ricorda solo un aspetto dell’importanza degli insegnanti qualora vengano a mancare figure fondamentali famigliari quali il padre e la madre; con buona pace dei teorici gender, sempre pronti grazie ai propri insegnamenti ricevuti a sostenere come una famiglia e certe figure siano intercambiabili… In ogni caso è il percorso logico che mi sento di percorrere anche io ed è il motivo del titolo in apertura della recensione. La sofferenza legata alle ragazze di questo film non è dovuta alla religione islamica poiché tale né tantomeno rispetto alla tradizione di riferimento. Il loro supplizio e la loro infelicità iniziano con una delazione compiuta da alcune devote beghine tenutarie di chissà quali virtù e soprattutto che si sono erte a paladine della morale di ragazze e di figlie non loro. Ebbene è questo atteggiamento che porta alla sofferenza di molti fedeli di diverse religioni e di differenti contesti. Lo scontrarsi con persone le quali sentendosi elette compiono con le loro infami e sudicie parole dei danni che potranno cambiare le vite di alcune altre persone. Ebbene non voglio soffermarmi a dire o a lanciare un proclama affinché ognuno viva la propria vita passivamente e di fatto ignorando il prossimo. Ciò che affermo è differente, in ogni religione ci sono saggi o enti ministeriali che si occupano di norme e morale. In ogni religione ci sono atti che vengono o possono essere condannati. Bene, chiunque sbagli in ogni caso lo compie per dei motivi tra l’individuo e il divino in nome della propria debolezza o del proprio vissuto passato o contemporaneo. Mi domando ancora quindi che diritto abbia e in nome di quale principio distorto sotto ogni aspetto un esterno possa parlare e giudicare. In fondo questo film rappresenta una prova vivente dei danni che si possono provocare quando la grettezza porta a parlare in modo inappropriato. Questo vizio a mio avviso è realmente universale e forse persino realmente universale rispetto a ogni religione. Poiché ogni religione può essere viziata dal contesto di nascita degli enti ministeriali stessi. Forse vi domanderete il perché di questo mio pensiero, ebbene parlo per esperienza e per osservazione partecipante diretta. Troppe persone soprattutto nei gruppi chiusi e ristretti sono pronti a giudicare il prossimo e mai sé stessi. Troppe persone anche tra i ministri di culto ritenuti tenutari della vera tradizione si atteggiano come gli unici depositari della felicità di alcuni. Questo senza capire e analizzare il vissuto di ogni singola persona o famiglia. Troppe volte poi tra i gruppi piccoli e chiusi è preferito cavalcare e inneggiare alle ignoranze e a usanze stupide o preconcette. Addirittura persino la parlata ignorante e sgrammaticata è esaltata e tutto ciò per evitare che il leader carismatico non sia attaccato o adombrato dagli altri. Dai sudditi nuovi o vecchi che siano. Queste prassi sono universali e questo film evitando di diventare smaccato ed eccessivamente progressista forse chiarisce questo disequilibrio tra perbenismo ipocrita e tradizione. Allora dove sta la risposta, dove è il senso di questo film che molti spettatori inebetiti dall’odio e il disprezzo verso ogni pensiero non coglieranno. La vera risposta sta nell’equilibrio tra tradizione e felicità di ogni persona. Solo se si saprà ascoltare si potrà trovare questo agognato equilibrio. Altrimenti i risultati possono anche essere tragici. Oltre a ciò diffidiamo delle voci invidiose che si insidiano alle spalle, sono solo voci ipocrite e ignoranti che feriscono e basta. Vincitore meritato del premio Label Europa Cinemas a Cannes film che sicuramente merita di essere visto. Sono fiducioso che i nostri lettori possano capire ed evitare certi tranelli islamofobi, spero però che non divenga il film manifesto di certi beceri laicisti occidentali.

Dario Daniele Raffo

Gentile Lettore, ogni commento agli articoli de l'Opinione Pubblica sarà sottoposto a moderazione prima di essere approvato. La preghiamo di non utilizzare alcun tipo di turpiloquio, non alimentare discussioni polemiche e personali, mantenere un comportamento decoroso. Non saranno approvati commenti che abbiano lo scopo di denigrare l'autore dell'articolo o l'intero lavoro della Redazione. Per segnalazioni e refusi la preghiamo di rivolgersi al nostro indirizzo di posta elettronica: [email protected]

Inserisca il suo commento
Inserisca il Suo nome