Lo scorso 20 giugno il Presidente russo Vladimir Putin ha incontrato i suoi omologhi di Armenia ed Azerbaigian, Serzh Sargsyan e Ilham Aliyev, per discutere comunemente dell’annosa questione del Nagorno Karabakh. Per il Cremlino si trattava, sostanzialmente, di portare avanti il lavoro già messo in atto col cessate-il-fuoco mediato con le due parti dopo che quest’ultime per quattro giorni s’erano scontrate al confine lungo la famosa “linea di contatto”.

Dato che la tensione fra Baku ed Erevan continuava ad essere altissima malgrado l’interruzione delle ostilità, la Russia e il suo Presidente ritenevano dunque indispensabile andare avanti col lavoro diplomatico, volto ad individuare una pacificazione stabile e duratura. Da qui è nata l’iniziativa russa d’incontrare Aliyev e Sargsyan a San Pietroburgo, dopo due incontri separati.

Sargsyan ha informato Putin di volere una soluzione “esclusivamente pacifica” alla crisi, mentre Aliyev ha dichiarato che “lo status quo è inaccettabile. Per modificare lo status quo, dobbiamo mettere fine all’occupazione dei territori azeri”. Entrambi hanno comunque ringraziato la Russia per il ruolo costruttivo finora mantenuto.

Indubbiamente si tratta di posizioni, quelle dei due Presidenti caucasici, non facilmente sovrapponibili. Non a caso il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha ammesso che i colloqui sono “complessi” ma che vanno comunque portati avanti in tutti i modi, affinché non ci sia “una ripresa delle ostilità militari”.

La nostra testata, che da sempre segue il conflitto del Nagorno Karabakh e che notoriamente vanta un alto livello di specializzazione sulla politica estera russa e dell’area ex sovietica, auspica che il conflitto trovi una soluzione definitiva e soddisfacente per tutti, perché è indubbiamente di pace che queste regioni oggi hanno più che mai bisogno. Il ruolo di Mosca, garante della pace nella regione del Caucaso, va pertanto giudicato in modo estremamente positivo.

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