Roberto Mancini, ct della Nazionale

C’era una volta il campionato più bello del mondo, la Serie A. Il Campionato italiano dagli anni ’80 fino ai primi anni 2000 è stato indubbiamente se non il migliore, sicuramente quello più complesso: un’ottima sintesi tra disponibilità economica, qualità tecnico-tattica e strutture (queste ultime un po’ meno).

Calciopoli e la vittoria del campionato del mondo hanno coinciso in maniera paradossale con la fine di un ciclo del calcio italiano. La crisi economica che ha colpito l’economia mondiale tra il 2007 e il 2010 ha reso fragile il nostro paese più delle altre economie dell’occidente. Ne ha risentito anche il calcio, le cui società per anni hanno dovuto affrontare un’esposizione debitoria sempre più alta

È cambiato dunque anche il ruolo del nostro campionato: dagli anni ’70 fino al 2000 i club italiani hanno quasi ininterrottamente detenuto il record dell’acquisto più oneroso fino a quel momento della storia del calcio professionistico. Da Savoldi al Napoli (Mister Due Miliardi, tanto fu il costo del cartellino), all’acquisto di Hernan Crespo per 110 miliardi, i club italiani si sono aggiudicati per cifre record campioni come Gullit, Maradona, Roberto Baggio, Paolo Rossi, Ronaldo (il brasiliano), Vieri. Una sfilza di record interrotti soltanto dall’acquisto dello stesso Ronaldo dal PSV al Barcellona e di Alan Shearer dal Blackburn al Newcastle (40 e 35 miliardi di lire) nel 1996 e di Denìlson dal San Paolo al Betis (63 miliardi di lire) nel 1997.

Negli anni successivi, le spese pazze del Real Madrid la faranno da padrone, cancellando ogni record, ma i club italiani continueranno a investire tanti soldi, basti pensare all’acquisto di Mendieta per 89 miliardi dal Valencia alla Lazio (ma lo spagnolo non renderà mai quanto valutato al calciomercato) e di Inzaghi dalla Juventus al Milan per 80. Ma in quell’anno un club come il Parma poté permettersi di strappare Nakata alla Roma per 40 miliardi delle vecchie lire.

Nel periodo 2002-2004 iniziano le prime crepe di un calcio italiano che si comporta sempre più da cicala, senza badare ai cambiamenti in atto nel mondo del calcio. Si inizia con i crack finanziari delle proprietà di Lazio e Parma (Cirio e Parmalat), poi la riforma del campionato che dopo 54 anni passa alla formula, rimasta immutata, della Serie A a 20 squadre. Nel 2006 Calciopoli, oltre alla Juventus, coinvolge il Milan, la Fiorentina e la Lazio della nuova proprietà dell’imprenditore romano Lotito.

Nella stagione 2006-2007 il livello della Serie A, anche a causa dei disastri delle Grandi del nostro calcio, comincia a scendere. La Serie A ha un’unica squadre dominante, che è l’Inter di Moratti. In quegli anni, a parte le eccezioni dell’ultimo squillo di tromba milanista e interista, il bilancio delle italiane in europa è disastroso. Tanto che l’ultimo trofeo internazionale vinto da un’italiana è il mondiale per club vinto dall’Inter di Benitez, l’anno successivo al triplete, ben otto anni fa. Le italiane, a parte l’eccezione di una Juventus, che rinata dalle ceneri di calciopoli ha approfittato della crisi delle milanesi, da squadre predatrici si sono trasformate in club preda delle grandi società del consesso europeo.

Se prima erano le società del nostro paese a fare il bello e cattivo tempo del calciomercato, la Serie A di oggi è soprattutto un campionato che serve ai campioni per fare il salto di qualità definitivo. Basta prendere il solo esempio del Napoli, un club che risorto anch’esso dal fallimento, dopo la grande scorpacciata degli anni ’80, oggi lotta per il vertice del campionato. Nonostante la grande competitività della squadra partenopea nel nostro campionato e i conti tenuti in ordine dalla proprietà detenuta dal produttore cinematografico Aurelio De Laurentiis, il club è costretto a compiere almeno una volta ogni due o tre anni una cessione importante. Le cessioni di Lavezzi, Cavani, Higuain, Jorginho, hanno fruttato al club un totale di 245 milioni in 6 anni, reinvestiti in massima parte nell’acquisto di nuovi giocatori.

L’esempio più eclatante in questo senso, è però quello della Roma di Pallotta: gli americani alla guida del club capitolino non indugiano nel fare plusvalenza appena ne intravedono l’occasione. Negli anni la Roma ha venduto ottimi calciatori come Lamela, Pjanic, Salah, Marquinhos, Rüdiger, Benatia, e infine del portiere della nazionale brasiliana Alisson, per la cifra record per un estremo difensore di ben 72,5 milioni di euro. Il club giallorosso ha bisogno di liquidità per ripianare i debiti dell’era Sensi che valsero alla Roma lo scudetto del 2000-2001.

L’esigenza dei club italiani di fare trading e la situazione creatasi dopo la sentenza Bosman hanno fatto in modo da riempire il nostro campionato non solo dei campioni del calcio internazionale, ma spesso di calciatori stranieri di rendimento non assoluto, alla ricerca del crack da rivendere poi all’estero. Genoa e Palermo, hanno sopravvissuto per anni, grazie a questa politica, in particolare i siciliani, che hanno venduto calciatori di spessore come Pastore e Dybala a cifre record. Tuttavia il campionato italiano non è diventato certo un campionato di terza categoria, pur avendo minore appeal rispetto al passato. I risultati scadenti della nazionale non possono essere giustificati soltanto con i problemi del movimento calcistico, esiste a nostro avviso un problema seria di rappresentatività italiana ad alti livelli.

Se analizziamo i convocati del mondiale del 2006 ben 14 su 22 giocavano nelle prime quattro del campionato di quell’anno, 17 nelle prime sei del campionato. Se analizziamo i convocati di Mancini per queste due gare di Nations League ne troviamo soltanto 10 tra le prime quattro e non tutti titolari. 14 se contiamo le prime sei, ma i convocati sono di più, ben 31. Fin qui può essere considerata anche una differenza minima, che invece diventa fondamentale se badiamo agli esclusi. Al mondiale 2006 potevano essere convocati Cassano, che in quell’anno aveva militato nella Roma e nel Real Madrid, il giovane Aquilani e il vecchietto Tommasi, sempre della Roma, per non parlare di un grande attaccante come Vincenzo Montella. Dalla Juve erano convocabili Balzaretti e Criscito, dall’Udinese Di Natale, Pepe e De Sanctis. Dall’Inter Cristiano Zanetti e Toldo, dalla Fiorentina Pazzini, Fiore e il giovane Montolivo.

Nella nazionale di oggi, sarebbe invece difficile trovare grandi alternative ai rapprentanti di oggi. Il Napoli ha in rosa 4 italiani, fra i quali Simone Verdi, che non giocando ha per ora perso il posto, l’Inter 8 giocatori, ma contando ben tre portieri di riserva. Anche Politano non è stato convocato da Mancini, per i pochi minuti giocati. Il Milan escludendo i portieri di riserva ha 9 calciatori italiani, ai rossoneri va però dato il merito di aver scoperto e lanciato giovanissimi come Cutrone e Donnarumma, tuttavia fa ancora fatica a dare una maglia da titolare a una promessa del calcio italiano come Caldara.

La Roma ha 6 calciatori italiani, tra i quali un altro giovane interessante come Cristante, ma anche calciatori non più proponibili come De Rossi (ritirato dall’Italia), Mirante, che fa la riserva al portiere svedese Olsen, e uno la cui carriera non è mai decollata come Santon, poi il solito El Shaarawy. La Lazio ha circa 6 italiani, alcuni dei quali giovanissimi, ma alla nazionale riesce a dare solo Immobile, Acerbi nel giro non ci è mai seriamente entrato e Parolo ormai ha già detto la sua nell’Italia. La stessa Juventus, ha un numero di italiani sempre minore rispetto al passato e alla sua tradizione di squadra ossatura della nazionale. Bernardeschi, per il quale sono stati spesi 40 milioni, viene spesso lasciato in panca per Cuadrado, Perin lasciato in panchina per Szczesny, De Sciglio gioca pochissimo, Rugani a spizzichi e bocconi da 3 anni, Bonucci invece gioca titolare, mentre Chiellini e Barzagli alla nazionale hanno già dato.

Questi dati hanno fatto sbottare Mancini in conferenza stampa martedì scorso: “in Serie A ci vuole più coraggio – ha sbottato il ct della nazionale italia – mai visti così pochi italiani in campionato”. Una chiosa che anche i suoi predecessori, su tutti Conte, avevano già fatto al movimento calcistico italiano.

Se la libertà dei calciatori comunitari di lavorare liberamente nei confini dell’Europa è inalienabile, il campionato italiano dovrebbe avere il coraggio di applicare dei correttivi nel rispetto delle regole europee. È evidente che l’idea di Tavecchio di inserire nelle rose quote per under 21 e ragazzi del vivaio per il momento non sta funzionando. Se molte squadre di media o bassa classifica ottengono buoni risultati grazie al vivaio e ai calciatori italiani, le squadre di vertice tendono a rischiare veramente poco con i giovani italiani. A nostro avviso almeno un terzo delle rose di tutte le squadre di Serie A deve essere composta da calciatori arruolabili nella nazionale maggiore. Spesso la differenza tra i nostri ragazzi non la fa tanto la qualità tecnica, ma l’abitudine a giocare per i grandi traguardi, che sottopongono un calciatore a uno stress fisico e mentale maggiore rispetto al calcio di provincia.

Un’alternativa a una riforma regolamentare può essere un’organizzazione diversa. Ci si rassegna a mandare i giovani italiani all’estero il prima possibile, sperando che li notino le grandi squadre. Per ora di esempi positivi ce ne sono pochi: Zaza dopo aver fatto bene al Valencia se ne è tornato al Torino, Verratti non ha mai giocato un minuto in Serie A e il suo apporto alla nazionale è sempre minore alle aspettative, Darmian e Zappacosta non sono certi calciatori imprescindibili per Manchester United e Chelsea, l’unica eccezione al momento sembra essere quella del giovanissimo Pellegri, che sta meravigliando al Monaco.

Siamo tuttavia convinti che la strada dei Donnarumma, degli Insigne, dei Cutrone e dei Florenzi sia preferibile, perché un giocatore che ha la fortuna di crescere in un campionato che ha alle sue spalle una tradizione ben definitiva, acquisisce non solo esperienza, ma anche una mentalità e delle qualità che hanno fatto dei calciatori italiani i più ammirati al mondo dal punto di vista tattico e consentito le grandi vittorie della nazionale. Il giocatore di talento che esordisce e si conquista il posto in una grande squadra deve essere la normalità e non un’eccezione.

In un fase in cui il calcio italiano sembra attraversare un periodo di ripresa, bisogna stare attenti a non commettere gli stessi errori del passato e cominciare a pensare come le formichine al futuro, fra capacità di impresa e attenzione ai bilanci. Anche la Lega di A potrebbe fare di più per aumentare le proprie potenzialità, per cercare di ridurre lo iato che esiste tra il nostro campionato e campionati come la Premier, ma questa è un’altra storia.

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