sole 24 ore lavoro schiavitù

Dopo sette anni di crisi finalmente ci sono arrivati anche loro. Il lavoro come lo conosciamo oggi non è più il mondo del lavoro di ieri: salari bassi, crollo dei contratti a tempo determinato, aumento esponenziale dei contratti a chiamata. Non solo, ma anche “tipologie di relazione che mettono i dipendenti in una condizione di subalternità che crea molto malcontento. La ragione? – si legge – Salari molto bassi a fronte di performance con richieste molto elevate. E non di rado sui social si legge una parola che inquieta: schiavitù!”.

Non lo diciamo noi de l’Opinione Pubblica, ma quei “marxisti-leninisti” del giornale della Confindustria. In un video-articolo dal titolo emblematico: “sul serio può tornare la schiavitù” il Sole si interroga sull’attuali condizioni del mercato del lavoro. Addirittura ammettendo che al netto della libertà individuale era molto più conveniente fare lo schiavo all’epoca dell’Impero Romano che lavorare oggi. “In linea di massima avevano contratti, avevano cibo, un tetto, se abitavano in zone di patrizi avevano anche una casa piuttosto bella” sostiene Enrico Verga nel video in questione.

Solo pochi anni fa l’ex direttore Roberto Napoletano era di tutt’altro avviso: «Fate presto – scriveva l’allora direttore de Il Sole, prendendo in prestito i titoli de Il Mattino all’indomani del terremoto in Irpinia del 1980 – […] Pertini, Napolitano, passando da Luigi Einaudi a Carlo Azeglio Ciampi, solo per fare qualche esempio, il buon nome dell’Italia, dagli anni della ricostruzione e del miracolo economico fino a quelli dell’euro e anche dei giorni nostri è stato sempre garantito da uomini che hanno saputo intrecciare intelligenza tecnica, visione e capacità politica. Possiamo (e dobbiamo) attingere anche oggi a quel capitale di risorse umane per fare in modo che l’Italia recuperi in fretta la fiducia del mondo. Per fare questo, come abbiamo scritto appena qualche giorno fa, non esistono scorciatoie fai da te, si impone la scelta di un governo di emergenza nazionale dove le forze politiche più responsabili (a partire dal Pdl di Berlusconi) decidano di investire su persone che, per la loro storia e i loro comportamenti, abbiano dimostrato di conoscere la lingua dei mercati e degli Stati e abbiano, quindi, le carte in regola per negoziare alla pari nel mondo e convincere gli investitori della solidità e affidabilità dei titoli sovrani italiani».

Un editoriale a favore delle grandi intese, quello scritto da Roberto Napoletano nel 2011, magari prendendo a modello la Grande Coalizione della politica tedesca. Poi passa a difendere le riforme “volute dai mercati”: «Questa è la via maestra, e a questo punto è anche l’unica via possibile per fare uscire il Paese dalle secche di un’emergenza drammatica e restituirgli il credito e l’onore che merita. Bene il maxi emendamento, bene la mobilità nel pubblico impiego, le pensioni di vecchiaia a 67 anni e i primi segnali su liberalizzazioni e privatizzazioni, sia chiaro però che non è sufficiente: lo si approvi ovviamente nei tempi più rapidi possibili con senso di responsabilità, ma non si rinunci (per nessuna ragione al mondo) a giocare la (vera) partita del futuro. Ricordiamoci che, nel breve periodo, anche quel po’ di crescita prevista per l’Italia non c’è più, così come è evidente che il nuovo, ulteriore differenziale di spread aggrava i conti di altri 3-4 miliardi. Il rischio che Europa e Fondo Monetario ci aggrediscano con la richiesta di nuovi interventi depressivi è reale anche perché risulterà problematico onorare, in queste condizioni, l’impegno del pareggio di bilancio nel 2013».

È evidente che al direttore del giornale della Confindustria piacerebbe un altro governo tecnico come nel ’93, quando si mise mano alle pensioni degli italiani e si cominciarono a introdurre le prime forme di flessibilità, dopo la concertazione con i sindacati: «Il Paese è fermo – sosteneva Napoletano – paga il conto pesantissimo di un logoramento politico e civile che è durato troppo a lungo ed è andato al di là di ogni ragionevolezza. Le crisi finanziarie in genere, questa specifica che riguarda l’Italia in particolare, esigono un segnale forte di discontinuità che permetta di ripartire davvero. Nel ’93 il problema era l’inflazione e il governo Ciampi lo affrontò – come era giusto che fosse – con un occhio rivolto all’interno. Oggi il problema è la crescita e ci vuole un occhio rivolto all’esterno. Dipende da noi, solo da noi. Ricordiamoci che siamo sul filo del rasoio. Può andare molto male, ma anche molto bene. Fate presto».

Era il 10 novembre del 2011. Due giorni dopo ci furono le dimissioni di Silvio Berlusconi da presidente del Consiglio dei Ministri, il 16 novembre l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano diede l’incarico all’ex Commissario Europeo Mario Monti, dopo averlo nominato senatore a vita. Come se avesse letto l’editoriale de Il Sole, il presidente Napolitano ci mise poco a formare un nuovo governo. I tagli imposti da Tremonti dopo la missiva della BCE e l’aumento dell’età pensionabile non bastavano.

I governi che hanno succeduto Berlusconi, hanno ridotto sensibilmente il welfare italiano, con tagli soprattutto alla sanità e alla scuola, dato una sferzata ancora più pesante alle pensioni (Legge Fornero) e abolito i diritti dei lavoratori (Jobs Act). La spesa pubblica era diventata un problema per l’opinione pubblica italiana ed europea, e al nostro paese da Monti fino a Gentiloni è stato sostanzialmente imposto un regime di austerity sui conti pubblici dalle pressioni europee.

Berlusconi è stato additato come il responsabile dello sfascio italiano, tuttavia la crisi dei subprime ha coinvolto chi più chi meno tutti i paesi europei, l’Italia con la crisi internazionale ha cominciato a subire una contrazione del PIL a partire dal 2008, quando il governo Berlusconi si era appena insediato, a maggio di quell’anno. Il PIL subirà un’altra lieve contrazione sino al 2009. Nel biennio 2010-2011 torna a crescere seppur lievemente. Secondo i dati di ISTAT e Bankitalia il PIL italiano decresce del 1,2% nel 2008 e del 5,5% nel 2009. Una botta forte, ma in linea con la crisi internazionale. Nel 2010 il PIL torna a segnare +1,8% e lo 0,4% nel 2011 a causa soprattutto del calo nell’ultimo trimestre.

Stranamente i problemi di Berlusconi nascono negli ultimi due anni di governo. Ai noti scandali riguardanti prima Noemi, poi le famose olgettine, si aggiungono le pressioni europee sulla situazione debitoria italiana. Gli italiani vengono accusati dall’Europa e dai media fiancheggiatori dell’Europa di essere delle cicali che spendono e spandono senza badare alle conseguenze. Una balla che i liberali almeno dagli anni ’80 diffondono con lo scopo di distruggere il welfare italiano. I dati infatti smentiscono tale diceria: il nostro paese risulta sin dal 1992 in avanzo nella spesa primaria. Ciò significa che al netto degli interessi creditizi lo Stato italiano riceve più tasse rispetto a quanto spende, e lo fan da ben 26 anni.

Questo discorso meriterebbe ben altri approfondimenti come si è fatto più volte in questi anni, la sostanza è che giornali come Il Sole si sono prestati alla demonizzazione dello Stato italiano, infondendo negli italiani la paura in cose che poco hanno a che fare con l’economia reale come lo spread. Un dato che ha continuato a fluttuare anche nel periodo montiano e lettiano e che è stato risolto quando si è permesso alla BCE di comprare i titoli di stato italiani che erano sul mercato secondario e metterli al sicuro dalle speculazioni dei mercati.

Le pressioni dei mercati dei media e dell’Europa nell’anno di grazia 2011 sono servite a certo capitalismo italiano per contrarre i diritti dei lavoratori e delle classi subalterne del paese in nome del profitto. A Berlino e Parigi invece l’austerity serviva e serve per tenere sotto controllo il debito privato italiano, detenuto dalle grandi banche europee grazie alle sperequazioni dell’euro. L’introduzione di una moneta forte come l’euro ha costretto i paesi del sud ad indebitarsi con le istituzioni creditizie del Nord Europa, e che erano state messe in pericolo dalla crisi del subprime.

Come hanno infatti spiegato autorevoli economisti e studiosi la crisi internazionale del 2007 è una crisi del debito privato che non ha niente a che vedere con l’annosa questione del debito pubblico italiano. Un esempio ce lo forniscono Marco Fortis su Panorama  e Alberto Bagnai su Il Fatto Quotidiano, ma se non bastasse è stata la stessa BCE a dirlo in un discorso di Vítor Constâncio, Vicepresidente della BCE.

Ma i governi successi alla cosiddetta “Agenda Monti” non solo hanno finito di rovinare il mercato del lavoro, hanno condannato anche il tessuto più solido del capitalismo italiano, per anni l’Italia ha subito una recessione della produzione industriale che ha riguardato soprattutto le PMI, costrette spesso alla chiusura e al fallimento.

Recentemente proprio Roberto Napoletano, che dopo lo scandalo de Il Sole 24 ORE non è più il direttore del quotidiano della confindustria, ha scritto un articolo pubblicato sul quotidiano online Fanpage che denuncia come il mercato italiano sia diventato terreno di conquista dei francesi: «Nei circoli internazionali il ragionamento geopolitico prevalente dà per acquisito che i francesi vogliono conquistare il nord dell’Italia e magari lasciare che il sud diventi una grande tendopoli per gli immigrati di tutto il mondo. Per loro sono dati quasi psicologico-esistenziali» si legge nel pezzo scritto dall’ex direttore.

Dunque il capitalismo italiano dopo aver silenziosamente avallato lo sfascio del lavoro, la compressione dei salari e la riduzione del welfare e dei benefits sociali senza un piano di riduzione sensibile della pressione fiscale, si accorge un po’ tardivamente che queste misure piuttosto che avvantaggiare i nostri imprenditori ha avvantaggiato le grandi multinazionali che possono permettersi di evadere il fisco (o comunque di reggere alla pressione fiscale meglio di un’azienda radicata sul territorio) e pagare una miseria i lavoratori, con la minaccia di chiudere la baracca se i profitti non sono soddisfacenti per la proprietà. Un fenomeno che si vede da anni in Italia dalla Thyssen alla Whirlpool e le altre multinazionali che non si fanno troppi scrupoli nel lasciare le famiglie senza un reddito dignitoso.

 

UN COMMENTO

  1. Il problema è che prima la Confindustria cavalca proposte sulla modifica dei rapporti di lavoro, come l’abolizione dell’art.18 e poi fa approvare dai partiti a lei legati provvedimenti che nel corso degli ultimi 15 anni soprattutto hanno praticamente distrutto il mondo del lavoro precarizzando tutto e tutti, e invece di qualificare il lavoro lo hanno reso debole , precario e squalificato.
    Sono responsabilità molto gravi che ricadono tutte sulla CONFINDUSTRIA , è lei la principale responsabile i questa situazione disastrosa…è inutile che ora facciano ammenda di scelte scriteriate e sbagliate, fatte sul calcolo spiccio e immediato.
    Non possono essere affidabili ne attendibili personaggi che per anni hanno partecipato al banchetto delle prebende e hanno avuto un ruolo principale di gestione e utilizzazione di leggi e provvedimenti che ora criticano.
    SI DEVONO SOLO CHE VERGOGNARE!!!!
    Se fossero persone serie ( e non lo sono) si dovrebbero TUTTI DIMETTERE PER INCAPACITA’ OPPURE PER CONNIVENZA E RESTARE ZITTI. DOVREBBERO ESSERE CHIAMATI A RISARCIRE L’ITALIA PER QUELLO CHE HANNO FATTO.. CRIMINALI

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