Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno giurato da appena tre giorni come ministri dell’Interno e del Lavoro ma il caporalato in Calabria, regione governata dal Pd, è colpa loro. Sembrerebbe uno scherzo ma, purtroppo, non lo è. Misteri della propaganda politica e della decenza. Pd e Leu chiedono al neo ministro leghista di riferire in aula sulla morte di Soumayla Sacko, 29 anni, sindacalista maliano ucciso da una fucilata mentre con due connazionali raccoglieva lamiere in una fabbrica dismessa nel Vibonese.

Associazioni e sindacati vicini ai dem e al partito di Grasso attaccano il governo del premier Giuseppe Conte, accusandolo di essere rimasto in silenzio su una vicenda grave. Il Partito democratico e Liberi e uguali depositeranno le proprie interrogazioni parlamentari per chiedere al Viminale di chiarire come intenda affrontare il caso.

Tre giorni, senza aver ottenuto ancora nemmeno il voto di fiducia in Parlamento, sono “sufficienti” per chiedere conto di un disastro che viene da lontano. Salvini e Di Maio sul banco degli imputati. Sostanzialmente graziato, invece, il governatore piddino Mario Oliverio che, nel novembre del 2014, aveva stravinto con il 64,75% dei voti, surclassando Wanda Ferro (candidata di Forza Italia e di altri segmenti del centrodestra), fermatasi al 21,41%. Cono Cantelmi, del Movimento Cinque Stelle, aveva raccolto appena il 4,62%. Nella regione più povera d’Italia, ultima in tutti gli indicatori economici, aveva votato il 43,8% degli aventi diritto, contro il 59% del 2010. Meno di un calabrese su due. Il “colosso” renziano aveva i piedi d’argilla e l’ha dimostrato.

La filiera Regione-Governi a guida Pd, è stata assolutamente nefasta per la Calabria, anche sul fronte del contrasto allo schiavismo nelle campagne, al lavoro nero ed al traffico di migranti da sfruttare per pochi euro.

Soumayla era solo uno dei tanti ragazzi sfortunati finiti nella zona industriale di Gioia Tauro. Era regolare in Italia e per aiutare gli altri braccianti stagionali si dava da fare con il sindacato di base Usb.

Ad otto anni dalla rivolta dei migranti di Rosarno, nella Piana di Gioia Tauro è cambiato poco o nulla. I braccianti continuano a vivere in condizioni pietose e a lavorare, quasi sempre a nero, per una miseria.

A denunciarlo più volte, sono stati i “Medici per i diritti umani” (Medu) che hanno dato vita ad un’organizzazione di volontariato che assiste i braccianti impegnati nella raccolta soprattutto dei mandarini e delle arance. La maggior parte di loro sono giovani con un’età media di 29 anni provenienti dall’Africa sub-sahariana occidentale, in particolare da Senegal, Mali, Costa d’Avorio, Guinea Conakry, Burkina Faso, Gambia, Ghana. Mauritania, Nigeria e Togo, giunti in Italia da meno di tre anni (80%). Il 90% è regolarmente soggiornante.

In questi anni si è continuato colpevolmente a non intervenire in maniera seria ed incisiva ma per il Pd e le associazioni di supporto, la colpa è di Salvini e Di Maio. Il redivivo Emanuele Fiano, con un post su Facebook, ha annunciato un’interrogazione parlamentare sulla vicenda.

“Domani depositeremo un’interrogazione per chiedere che il Ministro dell’Interno #MatteoSalvini si occupi di questo caso, che si faccia parte diligente perché su questo omicidio si faccia luce”, ha scritto Fiano sul proprio profilo Facebook.

“Semplicemente non è ammissibile per chi come noi vuole difendere valori di civiltà. Lei non ne ha parlato oggi Signor Ministro – ha aggiunto – non so se perché impegnato in campagna elettorale, o perché impegnato ad attaccare il governo tunisino, oppure ancora a correggere il Ministro #Fontana oppure l’economista #Bagnai, o ancora la #novax neoministra della salute. Trovi il tempo, lei deve difendere la Legge, per tutti”.

Soumaila Sacko, era un lavoratore e un sindacalista maliano di 29 anni, regolarmente in Italia, che è stato ucciso nelle…

Posted by Emanuele Fiano on Monday, June 4, 2018

 

I medici per i diritti umani, nel loro dossier intitolato “I dannati della terra”, hanno definito la Piana di Gioia Tauro come “il luogo dove l’incontro tra il sistema dell’economia globalizzata, le contraddizioni nella gestione del fenomeno migratorio nel nostro paese e i nodi irrisolti della questione meridionale produce i suoi frutti più nefasti”.

“La gran parte dei braccianti, scrive l’associazione, continua a concentrarsi nella zona industriale di San Ferdinando, a pochi passi da Rosarno, in particolare nella vecchia tendopoli (che accoglie almeno il 60% dei lavoratori migranti stagionali della zona), in un capannone adiacente e nella vecchia fabbrica a poche centinaia di metri di distanza. Sono circa 3000 le persone che trovano alloggio qui, tra cumuli di immondizia, bagni maleodoranti e fatiscenti, bombole a gas per riscaldare cibo e acqua, pochi generatori a benzina, materassi a terra o posizionati su vecchie reti e l’odore nauseabondo di plastica e rifiuti bruciati. Le preoccupanti condizioni igienico-sanitarie, aggravate dalla mancanza di acqua potabile, ed i frequenti roghi che hanno in più occasioni ridotto in cenere le baracche ed i pochi averi e documenti degli abitanti (l’ultimo, il 27 gennaio scorso, ha registrato una vittima, Becky Moses, ed ha lasciato senza casa circa 600 persone nella vecchia tendopoli) rendono la vita in questi luoghi quanto mai precaria e a rischio”.

Più della metà dei braccianti africani, spiegano ancora i medici, ha una conoscenza scarsa della lingua italiana, “a testimonianza delle gravi carenze del sistema di accoglienza, di cui la maggior parte delle persone ha usufruito. Meno di 3 su 10 hanno un contratto. Nella quasi totalità dei casi, tuttavia, il possesso della lettera di assunzione o di un contratto formale non si accompagna al rilascio della busta paga, alla denuncia corretta delle giornate lavorate ed al rispetto delle condizioni di lavoro così come stabilite dalla normativa nazionale o provinciale di settore e l’accesso alla disoccupazione agricola risulta precluso alla gran parte dei lavoratori. Si tratta di dati particolarmente allarmanti, che denotano condizioni lavorative di sfruttamento o caratterizzate dal mancato rispetto dei diritti e delle tutele fondamentali dei lavoratori agricoli, che pure rappresentano tuttora il carburante per l’economia locale”.

Un regime schiavistico, quello imperante nella regione governata dai “dem”, con pesanti ricadute anche sanitarie.

“Dal punto di vista sanitario, spiegano dal Medu, le precarie condizioni di vita e di lavoro pregiudicano in maniera importante la salute fisica e mentale dei lavoratori stagionali. Tra le patologie più frequentemente riscontrate, le principali interessano infatti l’apparato respiratorio (22,06% dei pazienti) e digerente (19,12%), riconducibili allo stato d’indigenza e di precarietà sociale e abitativa, ed il sistema osteoarticolare (21,43%), da ricollegare particolarmente ad un’intensa attività lavorativa. Alcune persone inoltre presentano segni riconducibili a torture e trattamenti inumani e degradanti, per lo più connessi alla permanenza in Libia, e disturbi di natura psicologica”.

La metà dei lavoratori è pagata a cassetta (1 euro per i mandarini, 0,50 centesimi per le arance). La restante metà a giornata con una paga che varia dai 25 ai 30 euro (molto inferiore ai 42-45 euro stabiliti dai contratti provinciali e nazionali di lavoro, sul cui rispetto dovrebbero vigilare sindacati, Ispettorato del Lavoro ed assessorati comunali, provinciali e regionale) per un impegno lavorativo di 7-8 ore al giorno.

Un sistema di sfruttamento radicatosi, anche grazie all’inefficienza di chi (il Pd) oggi si indigna e chiede spiegazioni per cercare probabilmente di riaccreditarsi agli occhi dell’elettorato, dopo la disfatta del 4 marzo, con quasi dieci punti in meno in media rispetto al 2013.

Il caporalato è vivo e vegeto, il Protocollo operativo che prevedeva l’adozione di misure concrete e politiche abitative finalizzate all’integrazione dei migranti (sottoscritto a febbraio 2016 da prefettura di Reggio Calabria, Regione Calabria, provincia di Reggio Calabria, comuni di Rosarno e San Ferdinando) è stato completamente disatteso, ma la colpa è dei ministri del nuovo governo giallo-verde che hanno giurato appena tre giorni fa.

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