Proprio cent’anni fa, nel dicembre 1915, si concludeva una delle più cruente battaglie della Prima Guerra Mondiale: dalle spiagge del versante europeo dello stretto dei Dardanelli cominciavano le operazioni di recupero delle truppe britanniche, francesi, indiane, canadesi, australiane e neozelandesi che dal precedente 25 aprile avevano invano tentato di far saltare i forti ed i campi trincerati che sbarravano la marcia su Costantinopoli, capitale dell’Impero Ottomano entrato nella Grande Guerra nell’autunno 1914.
In effetti la colossale operazione anfibia, rimasta alla storia come campagna di Gallipoli, dal nome della penisola che separa il mar di Marmara dal Mediterraneo, era già iniziata nel marzo 1915, allorché, dopo non pochi dissapori tra i vertici militari inglesi e francesi, prevalse l’idea, caldeggiata soprattutto dal Primo Lord dell’Ammiragliato Winston Churchill, di compiere un’azione navale nei Dardanelli, in maniera tale da far giungere le corazzate anglofrancesi nella rada di Costantinopoli, diffondere il panico nella popolazione, espugnare la città e costringere alla resa questo malandato alleato degli Imperi Centrali, da poco uscito ulteriormente ridimensionato e debilitato dalle Guerre Balcaniche (1911-1912). Inquadrato dal generale tedesco Otto Liman Von Sanders, l’esercito imperiale aveva tuttavia avviato un’efficace riorganizzazione e particolare cura era stata predisposta nell’allestire il perimetro difensivo che controllava gli Stretti. Sottovalutando tali innovazioni, le potenze dell’Intesa decisero di passare all’iniziativa: la Russia chiedeva l’apertura del mar Nero per potersi collegare con gli alleati, i britannici già miravano alla spartizione dei domini della Sublime Porta in Vicino Oriente e la Francia non voleva essere da meno.
Le indecisioni strategiche ed operative che accompagnarono l’avvio dell’operazione portarono all’esaurimento nervoso l’ammiraglio Sackville Carden, il quale alla vigilia dell’assalto navale cedette il comando al suo secondo, l’ammiraglio John de Robeck. Le obsolete navi da battaglia a sua disposizione (coerentemente ai principi della fleet in being – la flotta in potenza – i vertici della Marina di Sua Maestà non volevano arrischiare le moderne navi modello dreadnought) ebbero ragione delle artiglierie dei forti turchi che dominavano la costa, ma il precedente sminamento dei campi minati era stato impreciso, tanto che causa le mine il 18 marzo tre corazzate colarono a picco ed altrettante finirono fuori combattimento.
Tutt’altro che demoralizzati, gli anglofrancesi cominciarono ad imbarcare le truppe che erano state precedentemente raccolte nella base di Lemno (molte isole della neutrale Grecia erano state occupate, al pari di Salonicco) e pianificarono, con mezzi alquanto improvvisati, lo sbarco di cinque divisioni. Disguidi logistici, una carente conoscenza del territorio ed un pessimo servizio informativo trasformarono lo sbarco dell’ANZAC (Australian and New Zealand Army Corps) in una carneficina. Contemporaneamente, reparti anglofrancesi guidati da ufficiali reduci dal fronte occidentale, avvezzi alla guerra di trincea e timorosi di effettuare avanzate in profondità in territorio nemico, non approfittarono della debolezza difensiva nemica a ridosso di alcune baie, consentendo alle sei divisioni della Quinta Armata ottomana di riorganizzarsi in maniera efficace. Fallito l’elemento sorpresa, anche questo nuovo fronte conobbe la guerra di posizione e ben poco frutto avrebbero dato gli assalti delle fanterie dell’Intesa, a volte vittime perfino del fuoco amico delle navi schierate al largo, che in più occasioni cannoneggiarono postazioni appena conquistate a costo di sanguinosi sacrifici. Nell’immaginario collettivo che traspira dalla memorialistica e dalla storiografica delle truppe provenienti dall’Oceania, tali carneficine forgiarono una spirito di corpo e di appartenenza patriottica che avrebbe poi corroborato le richieste di una sempre maggiore autonomia dei dominions australi e la cinematografia ne ha celebrato le lodi in “Gli anni spezzati” (protagonista un giovanissimo Mel Gibson) e più recentemente in “The water diviner” (diretto da Russell Crowe). La situazione di stallo, che procurò circa 170.00 vittime sul versante turco e oltre 180.000 dall’altra parte della barricata, si spezzò all’incombere dell’inverno, che causò morti per congelamento fra le truppe provenienti dall’Impero indiano schierate in prima linea e addirittura casi di annegamento nelle trincee australiane sommerse da piogge torrenziali: il Gabinetto di guerra britannico dispose pertanto il ritiro di un’armata logora, sfibrata dai vani assalti e dalle condizioni disastrate in cui si trovava a combattere da mesi.
Gli errori strategici e logistici compiuti furono sottoposti al vaglio di una Commissione d’inchiesta e sono ancora oggetto di studio nelle accademie militari, ma non deve essere sottovalutata la caparbietà turca nel mantenere le proprie posizioni al cospetto dei reiterati attacchi. Certamente prezioso fu il supporto dei consiglieri militari giunti dal Reich germanico, ma un ruolo di primo piano lo ricoprì Mustafa Kemal, destinato a diventare Ataturk, il fondatore della Turchia repubblicana e laica che sarebbe sorta il 20 ottobre 1923 sulle rovine dell’Impero Ottomano al termine del conflitto, dopo essersi forgiata nella guerra contro la Grecia che aveva invaso la penisola anatolica (1919-1922). All’epoca Kemal era tenente colonnello a capo della 19a divisione di fanteria, la quale aveva compiti di difesa mobile alle spalle degli apprestamenti litoranei; nelle ore immediatamente successive allo sbarco il giovane comandante (classe 1881) dimostrò brillanti capacità di visione dell’evolversi della battaglia e combatté fianco a fianco dei suoi sottoposti, trasmettendo coraggio e determinazione. D’altro canto, dopo aver aderito al movimento dei Giovani Turchi, Kemal aveva combattuto nella guerra italo-turca in Tripolitania nel 1911, rimanendo anche ferito, e contro i bulgari nelle Guerre Balcaniche, trovandosi dislocato proprio a Gallipoli, sicché ebbe occasione nella primavera del 1915 di mettere a frutto un’approfondita conoscenza del territorio. In particolare, nella fase iniziale dei combattimenti, capì l’importanza strategica che rivestivano la collina di Çunukbahir ed il crinale di Sari Bair, sottoposti a violento attacco australiano: stando alla sua autobiografia, Kemal avrebbe rincuorato gli ultimi difensori, rimasti senza munizioni, guidandoli in un vittorioso assalto all’arma bianca. Nella medesima circostanza avrebbe poi collaborato a mettere in posizione una batteria di artiglieria da campagna nel frattempo sopraggiunta ed il cui tiro avrebbe definitivamente respinto l’attacco nemico.
Gli stessi avversari riconobbero il valore di questo temerario ufficiale, ampiamente elogiato anche dai colleghi tedeschi: nella sezione dell’Imperial War Museum di Londra dedicata alla catastrofe di Gallipoli, è citata la frase di Ataturk “Non vi ordino di attaccare. Vi ordino di morire. Qualora morissimo, altre unità e comandanti avanzeranno per prendere il nostro posto”; un capitano australiano nelle sue memorie ricorda di aver visto a un centinaio di metri dalla propria postazione un ufficiale turco dare ordini in prima fila, incurante della fucileria nemica, così come altra memorialistica racconta di Ataturk sorpreso in trincea da una scarica di artiglieria, ma abbastanza tranquillo da fumarsi con calma una sigaretta in attesa della fine del bombardamento.
Nell’immediato la ritirata dell’Intesa dal territorio turco elevò moltissimo il morale delle truppe e dell’opinione pubblica ottomana (entrò allora in uso l’espressione “i Dardanelli sono insuperabili”), tanto che nei primi mesi del 1916 ebbero luogo la vittoria di Kut al Amara, che frenò l’avanzata angloindiana in Mesopotamia, ed incoraggianti sortite offensive nel Sinai. A lungo termine, la vittoria rimase celebrata nel canto militare “Una ballata per i Dardanelli”, la quale celebra i giovani caduti in quella terrificante battaglia, ma soprattutto Kemal avrebbe saputo far risaltare il proprio ruolo di “salvatore della patria” nel momento in cui avrebbe raccolto a guerra finita le forze laiche e repubblicane contrarie allo smembramento imposto del Trattato di Sèvres, andando poi a edificare la Repubblica di Turchia.
Al cospetto della svolta islamista impressa alla politica estera di Ankara da Recep Tayyip Erdoğan, vale la pena ricordare le origini del percorso che compì la figura laica e modernizzatrice di Ataturk, capace nei suoi primi anni di governo di addivenire ad un accordo confinario con l’Unione Sovietica e determinato a far valere gli interessi nazionali nei confronti delle potenze occidentali, ridiscutendo le condizioni di pace nell’ambito del Trattato di Losanna e riscattando il Sangiaccato di Alessandretta dall’appartenenza alla Siria mandataria sotto controllo francese.

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