Ad alterare tutti gli equilibri del passato ci ha pensato Donald Trump, proiettato quale probabile candidato Repubblicano. Ha spiazzato la maggioranza degli analisti statunitensi e trasformato la corsa alla casa bianca in una competizione più simile ad un reality show che ad una noiosa contesta tra abili mentitori (politici).

Per un ambiente politico come quello americano che ha la tendenza a prendersi un po’ troppo sul serio, aver sbagliato così grossolanamente le previsioni su Trump significa vivere una situazione senza precedenti. Una crisi esistenziale che espone gli oligarchi del Grand Old Party (GOP) a scherni inimmaginabili fino a pochi mesi fa, una rivoluzione copernicana come minimo.

Chiariamo però un punto che oltreoceano faticano tremendamente a comprendere: Trump non ha inventato nulla di nuovo. Per noi Italiani potrebbe persino sembrare una fusione inverosimile di grillismo e berlusconismo, volendo abusare di entrambi i termini. Il ricco uomo di affari, fatto da solo “self made man”, emblema del sogno americano che decide di scendere in politica sospinto soprattutto dalla rabbia e dalla disaffezione che l’elettorato repubblicano (ma non solo) ripone nei suoi candidati. Uno tsunami politico che ha sepolto circa 12 avversari politici, inclusi nomi quali Jeb Bush e Rick Perry. Ben presto potrebbe arrivare l’ennesima vittima illustre: quel Marco Rubio nuovo portatore della residua speranza repubblicana e succeduto a Bush quale scommessa originaria del GOP.

Eppure non dovrebbe sorprendere più di tanto l’effetto Trump. Siam pur sempre in un momento storico in cui l’economia americana soffre enormemente, a dispetto dei numeri abilmente manipolati, falsificati e rielaborati dai media pro-Obama. Come abbiamo visto e come vediamo in Europa, è sempre il fattore di disagio sociale ed economico ad alimentare partiti e candidati fuori dal comune.

A riconferma di questo sentimento trasversale tra l’elettorato USA troviamo la candidatura di Bernie Sanders nei democratici. Politico di lungo corso, ha abbracciato un’ideologia politica senza né capo né coda ma che funziona egregiamente con slogan quali “università gratis, istruzione gratis, assistenza medica gratis”. La sua corsa è destinata è terminare dopo il super-martedì in cui è riuscito a malapena ad essere vittorioso in 3 stati (tra cui il Vermont, stato da cui proviene). Poco male per i Dem, Sanders non è mai stato inserito nella corsa per guadagnare voti alla Clinton, quanto piuttosto per raccogliere adesioni dagli indipendenti, contrapponendolo quale modello di rottura (?!) con l’establishment. Erodere voti a Cruz e Trump in certo senso. Nulla di strano, il partito democratico è concepito per portare Hilary Clinton alla vittoria. La cartina tornasole è il pertinente rifiuto di Sanders ad attaccare la rivale sui legami osceni, controversi e compromettenti con Wall Street. Senza affondare nella scandalosa vicenda delle sue email private. Per un candidato che si definisce socialista e che promette di aggredire la speculazione finanziaria della grande mela, non proprio una garanzia di successo. Gli elettori hanno capito e lo stanno abbandonando velocemente.

Ecco perché la vera storia da seguire resta nel partito Repubblicano con Trump che si è assicurato un altro pezzo di nomination vincendo 7 stati su 10 nel Super-Tuesday, lasciando solo le briciole a Cruz e soprattutto Rubio. Marco, espressione del GOP, resisterà in corsa fino alla Florida dove con ogni probabilità, perdendo in casa, sarà costretto a lasciare la corsa alla nomination. I voti dei suoi elettori potrebbero essere decisivi nel sigillare la nomination di Trump o riaprire la corsa a favore di Cruz. Visto l’esito ad oggi, è improbabile, per non dire impossibile che Trump perda la nomination quale candidato. Resta da vedere quale sarà la strategia che i repubblicani adotteranno una volta certificata la sconfitta di tutti i suoi candidati. Più di una voce parla di mosse inenarrabili, volti storici del partito di Lincoln e Reagan pronti a votare per Hilary Clinton pur di salvare l’establishment Finanziario (Wall Street) – Militare (Pentagono, CIA, NSA) – Lobbistico (bellico, farmaceutico, medico, assicurativo).

Eccoci quindi di fronte all’autentica rivoluzione di queste elezioni politiche del 2016. Democratici e Repubblicani dovranno forzatamente venire alla luce, mettere da parte le poche differenze che li dividono e coalizzarsi nel vero partito della disuguaglianza, delle lobby e della guerra. La scommessa di Trump si basa tutta sulla quantità di americani stufi con una coalizione che governa gli stati uniti da decenni. Politiche che prescindono dalla vittoria di Repubblicani o Democratici. Raccogliere i consensi di quella gran parte dell’elettorato che non ha mai votato o che continua a non votare per mancanza di fiducia verso il sistema. Questo punto è l’elemento cruciale sul quale si giocherà la prossima presidenza americana. È solo con una partecipazione alle votazioni senza precedenti che Trump potrebbe puntare ad una vittoria storica ma che attualmente risulta molto difficile.

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