Lunga è la storia di Niki Lauda, l’uomo che fra il 1975 e il 1984 si guadagnò tre titoli mondiali di Formula 1, i primi due con Ferrari e l’ultimo con McLaren. In molti ricorderanno la sua storica rivalità con James Hunt, a cui comunque “regalò” la vittoria nel Gran Premio del Giappone, quando si rifiutò di correre sotto il diluvio che ricopriva il circuito sul Monte Fuji, pagando però il prezzo di un’irrimediabile compromissione dei suoi rapporti con la Casa di Maranello.

Di Niki Lauda si parla, in maniera fedele, in un film, “Rush”, dove viene descritto il suo abile e fortunato passaggio dalla carriera di pilota a quello di manager, imprenditore e uomo chiave del mondo delle corse di casa Mercedes. E, in effetti, la sua era proprio una vita da film, segnata in modo profondo e permanente soprattutto dal gravissimo incidente del Nurburgring, in Germania, dove la sua monoposto prese fuoco avvolgendolo nelle fiamme. Lo salvò il suo collega italiano Arturo Merzario, trascinandolo in stato d’incoscienza fuori dalla vettura ormai ridotta ad un rogo, e sopravvisse quasi per miracolo. Aveva ustioni di terzo grado su tutto il corpo, ma anche danni permanenti a molti organi interni come i reni e i polmoni, che avrebbero segnato la sua vita nel quarantennio successivo. Eppure, ancora bendato, appena ritrovò un po’ di forza rimontò sulle monoposto, riprendendo a correre.

Proprio otto mesi fa si era sottoposto ad un trapianto di polmone, e già in quel momento le sue condizioni erano apparse decisamente molto critiche. Era comunque miracolosamente sopravvissuto anche a quel difficile momento, fino a spegnersi la scorsa notte, con un silenzio e una signorilità che tuttavia avrebbero alimentato il rumoroso dolore del mondo della F1 la mattina seguente.

Lauda, nato il 22 febbraio 1949 da una ricca famiglia di banchieri di Vienna, si era interessato sin da giovanissimo al mondo dei motori e delle corse. Ostacolato dai familiari, che temevano che questa sua passione potesse costituire per loro un danno d’immagine, nel 1968 aveva abbandonato l’Università e s’era indebitato per acquistare una propria monoposto con cui dedicarsi a quella che era la sua passione di vita.

La sua lunga carriera agonistica lo vide partecipare alla Formula Vee e quindi anche alla Formula 3, finché non avvenne la svolta: quando sembrava che dovesse attaccare i guanti ed il casco al chiodo, un importante finanziamento gli permise di sbarcare nella Formula 2, presso il team March. Iniziò da quel momento la lunga sequela di successi che lo fecero notare da Enzo Ferrari, che lo volle nella sua squadra, a Maranello. Con la Ferrari vinse così i titoli mondiali del 1975 e del 1977, a cui si sarebbe aggiunto quello con la McLaren nel 1984.

Successivamente intraprese la carriera d’imprenditore, fondando ben due compagnie aeree, la Lauda Air e la Niki, senza però dimenticare mai la sua prima e vera passione, quella per l’alta velocità. Fu infatti per due stagione direttore sportivo della Jaguar e successivamente, dal 2012 fino ad oggi, presidente non esecutivo della scuderia Mercedes AMG F1.

In tutta la sua carriera agonistica, Lauda ha corso non soltanto con March, Ferrari e McLaren, ma anche con altri nomi gloriosi come BRM e Brabham. I suoi 171 Gran Premi disputati, di cui 25 vinti spesso a mani basse, con 24 pole position ed altrettanti giri veloci, lo consacrano indiscutibilmente fra i grandi del mondo delle corse.

Al Nurburgring, quella volta, vinse contro la morte, e la sorpassò. Da allora in poi, con la morte, fu un continuo sorpasso, e una continua vittoria. Sorpassi e vittorie sofferte ma meritate. Fino a quando, ieri notte, con saggezza Lauda ha preferito non correre sotto l’incessante diluvio della morte, e della vita.

 

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