Moon Jae-In, Vladimir Putin

A meno di ventiquattrore dalla chiusura del nono BRICS Summit di Xiamen, il presidente russo Vladimir Putin torna già in scena, confermandosi come assoluto protagonista di questo inizio di settembre.

Il Capo di Stato della Federazione Russa ha incontrato stamane il nuovo presidente della Repubblica di Corea Moon Jae-in all’interno dell’Eastern Economic Forum che si terrà tra oggi e domani a Vladivostok, città dell’Estremo Oriente russo.

Nella conferenza stampa congiunta Putin ha ribadito al capo di stato sudcoreano quanto già espresso nella conferenza conclusiva del BRICS Summit cinese: “la Russia non riconosce la Nord Corea come potenza nucleare” ha tenuto a chiarire il presidente russo, “il programma nucleare nordcoreano viola le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ed è una minaccia per la sicurezza dell’Asia sud orientale”.

“Ma allo stesso tempo” ha proseguito il leader di Russia Unita, “non bisogna in questa fase essere emozionali e chiudere la Corea del Nord in un angolo. Non si può rinunciare al dialogo e alla trattativa diplomatica” ha dichiarato Putin rivolgendosi agli alleati degli Usa nella regione. Il presidente russo prima di concludere il suo intervento ha invitato Seul, Tokyo e Washington a riconsiderare la road-map sino-russa elaborata da Xi e Putin nello scorso mese di luglio.

Una proposta ragionevole quella di Mosca e Pechino che prevede la rinuncia del governo di Pyongyang al programma missilistico nucleare (ma con una rogatoria sulle esercitazioni missilistiche tout court) in cambio della rinuncia al programma di difesa anti-balistico THAAD, installato in Corea del Sud dagli americani. Una proposta diplomatica alla quale, secondo Putin, “non ci sono alternative, se si vuole evitare un’escalation”.

Ragionevole anche l’atteggiamento di Moon che pur senza sbilanciarsi apre diplomaticamente al dialogo: il presidente sud coreano si congratula con la Russia per le sue posizioni di condanna del programma nucleare nordcoreano e si augura la fine dell’escalation militare nella regione. Un comportamento che rivela il cambio di rotta politico espresso dal nuovo corso di Seul. Moon aveva infatti dichiarato lo scorso agosto che “non ci sarà più alcun conflitto nella penisola di Corea”, lasciando intendere una nuova politica del dialogo con Pyongyang che fa ben sperare.

Il pericolo per la stabilità e la pace della regione potrebbe essere tuttavia costituito dalle velleità politiche di Donald Trump. Il presidente Usa ha assolutamente bisogno di rafforzare il suo consenso interno e la propria leadership nei confronti dei falchi del GOP, soprattutto dopo i reiterati sconvolgimenti del suo governo, tra scandali e incompatibilità personali tra il presidente e i propri collaboratori.

Quasi chiusa la partita in Siria a favore di Assad e con il peso inutile costituito dal governo nazionalista di Kiev e per il quale certamente non si vuole arrivare allo scontro con Putin, Trump ha scelto di fare all-in nell’estremo oriente, dove l’eventuale rovesciamento dei discendenti di Kim Il-Sung e l’espansione militare NATO che verrà a compiersi attraverso i sistemi di difesa missilistica da installare al più presto in Corea del Sud e in Giappone, potrebbero dare al tycoon quella spinta dell’establishment che finora gli è mancata del tutto.

Inoltre un allentamento della pressione di Washington su Pyongyang vorrebbe dire lasciare il pallino del gioco in mano a Mosca e Pechino e il riconoscimento della loro forza per la prima volta dopo la caduta dell’URSS: una sconfitta che sarebbe difficile da digerire per tutto l’apparato statale e politico statunitense, il quale non farebbe dormire sogni tranquilli a Trump.

Una situazione complicata, quindi, dalla quale però è necessario uscire per il bene del mondo intero. Sarà ancora una volta Putin come in Siria a metterci una pezza?

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