Forse, in questi giorni in cui gli Stati Uniti escono da quattro anni con Donald Trump presidente, non di rado accusato di certi “atteggiamenti imperiali”, farà anche un po’ sorridere questa vecchia storia che ci riporta al 1800, dando magari al lettore l’idea che, a vestire i panni dell’Imperatore, già qualcun altro ci avesse provato. Ma, in realtà, la storia è molto diversa, poiché Joshua A. Norton, nato a Londra il 17 gennaio 1819 e trasferitosi in gioventù al pari di molti altri europei negli Stati Uniti, non varcò mai in tutta la sua vita l’ingresso della Casa Bianca. E nemmeno è la storia di un “matto qualunque” che, ad un certo punto della propria vita, s’identifica in Napoleone.

Dopo aver trascorso l’infanzia e la giovinezza in Sudafrica al seguito della famiglia, Joshua cominciò a desiderare una vita in una realtà più popolata e ricca d’opportunità per il suo animo laborioso, da aspirante “imprenditore”. Gli Stati Uniti, in questo senso, erano già allora una meta obbligata, e così si trasferì in California dove, con una piccola fortuna datagli dal padre e pari a circa 40mila dollari, iniziò con successo a fare una serie di investimenti, arricchendosi sempre di più. L’euforia per il crescente successo lo portò ben presto, però, a compiere nel 1853 il passo più lungo della gamba, che si sarebbe trasformato in un drammatico rovescio di fortuna.

Proprio in quel periodo, infatti, la Cina aveva bloccato le esportazioni di riso a causa d’una grave carestia interna e ciò aveva provocato grossi problemi anche per il mercato statunitense, dato che tutta la costa occidentale acquistava abitualmente grosse quantità di questo cereale dall’Asia. Essendosene così inevitabilmente decuplicato il prezzo, Joshua pensò quindi d’acquistare l’intero carico di riso d’un bastimento proveniente dal Perù e che stava per sbarcare a San Francisco, e del cui arrivo era riuscito a sapere prima di tutti gli altri. Rivendendolo poi a prezzo ancora più alto, chiaramente, avrebbe a quel punto moltiplicato il proprio capitale.

Tuttavia, per una strana ironia del destino, appena firmato il contratto d’acquisto, altre navi cariche di riso provenienti dal Sud America e di cui né Joshua né altri potevano sapere alcunché cominciarono a sbarcare a San Francisco, e ciò provocò immediatamente il crollo del prezzo dato l’ovvio riequilibrio del rapporto domanda/offerta. Joshua si vede crollare il mondo addosso, ma non si dà per vinto ed intraprende un’azione legale contro il venditore per annullare il contratto: la causa va avanti fino al 1857, quando la Corte gli dà torto. A quel punto Joshua, senza più un soldo, è completamente rovinato e la sua mente comincia a dare segni di squilibrio.

Dopo un breve esilio volontario da San Francisco, vi fa ritorno due anni dopo, nel 1859, non più da brillante imprenditore ma al contrario andando ad infittire le già folte fila dei poveri e degli emarginati. L’esperienza vissuta con l’azione legale prima e coi due anni di vagabondaggio poi gli hanno però fatto aprire gli occhi sulle molte ingiustizie sociali e politiche del paese e della società in cui vive, e da lì inizia a sviluppare inevitabilmente una serie di considerazioni e di critiche quasi “rivoluzionarie”. Prende carta e penna, ed il 17 settembre del 1859 invia ai giornali cittadini una dichiarazione in cui si autoproclama Imperatore degli Stati Uniti:

“A perentoria richiesta e desiderio di una larga maggioranza di questi Stati Uniti, io, Joshua Norton, un tempo cittadino di Algoa Bay, Capo di Buona Speranza, e oggi e per gli ultimi scorsi 9 anni e 10 mesi cittadino di San Francisco, California, dichiaro e proclamo me stesso Imperatore di questi Stati Uniti; e in virtù dell’autorità in tal modo acquisita, con la presente ordino ai rappresentati dei diversi Stati dell’unione di riunirsi in assemblea presso il Music Hall di questa città, in data primo Febbraio prossimo venturo, e lì procedere alla modifica delle leggi esistenti dell’Unione al fine di correggere i mali sotto i quali questa nazione si trova ad operare, e in tal modo ripristinare la fiducia, sia in patria che all’estero, nell’esistenza della nostra stabilità e integrità. Norton I, Imperatore degli Stati Uniti”.

Quasi tutti i giornali, intuibilmente, ignorano il proclama, tranne il San Francisco Bullettin, che decide invece di pubblicarlo in senso satirico. Ma l’effetto sull’opinione pubblica è ben diverso da quello previsto dai redattori del giornale, poiché in molti cominciano davvero a prendere Norton I sul serio, chi vedendo in lui una nuova e reale guida politica, chi una sorta di “mascotte” da adottare con bonario rispetto. Ovunque vada, tutti lo accolgono e, calatosi ormai sempre di più nel proprio ruolo, Joshua si procura un’uniforme blu da vero e proprio Imperatore, visita opifici e cantieri, dispensa consigli, aggiunge al suo già altisonante titolo anche quello di Protettore del Messico ed infine, il 12 ottobre del 1859, ordina al Congresso di riconoscere la sua autorità e di sciogliersi.

Non pago, Joshua inizia a stampare anche delle proprie banconote, prevalentemente da 50 cents ma anche da 5 e da 10 dollari, che i negozi della città cominciano ad utilizzare come una valuta vera e propria, in alternativa al dollaro e che, in questo senso, può essere persino considerata come un’antesignana delle valute alternative ed anticongiunturali che sarebbero sorte in Europa decenni dopo, nel Novecento. Considerato una figura carismatica o quantomeno eccentrica, per il resto della sua vita Joshua si ritrova di fatto ad usufruire gratuitamente dei trasporti pubblici cittadini e dell’ospitalità dei vari ristoranti, che lo trattano sempre con grande riguardo.

In molti, anziché considerarlo pazzo, notano il suo grande senso critico e la sua elevata cultura: fra questi c’è un grande scrittore americano “controcorrente”, Mark Twain, che abita proprio accanto alla pensione dove Norton I è ospitato e che condivide gran parte delle sue critiche al sistema americano. Dopo la sua morte, gli dedicherà la figura del “Re” nelle sue “Avventure di Huckleberry Finn”, ma anche altri grandi autori come Robert Louis Stevenson o Herbert Asbury lo citeranno nelle loro opere. Tale è la sua popolarità che, nel 1867, il tentativo d’arrestarlo da parte di un agente di polizia per sottoporlo a cure psichiatriche per la sua presunta pazzia desta un forte sdegno in tutta la città, alimentando fermenti di rivolta nella popolazione e gli attacchi infuocati di tutta la stampa locale.

Quell’esperienza, che dimostra anche il grado d’affetto di cui ormai è circondato da tutta la cittadinanza, è per giunta un incentivo alla sua attività legislativa, dato che l’anno dopo ordina con un suo proclama l’arresto di Andrew Johnson, il successore di Abraham Lincoln (che a sua volta, con un proclama del 1862, aveva già licenziato) e, nel 1869, anche lo scioglimento del Partito Democratico e di quello Repubblicano. Anni prima, nel 1860, aveva dichiarato il sistema repubblicano statunitense irreversibilmente corrotto, decretandone lo scioglimento e sostituendolo con la sua monarchia assoluta. Oggi tutti i suoi proclami sono custoditi nel Museo Cittadino di San Francisco, e in circolazione non sono pochi i falsi, creati “ad arte” da abili imitatori attratti dall’enorme valore economico e collezionistico che tuttora li contraddistingue.

L’8 gennaio del 1880 l’Imperatore Norton I morì. Nel suo lungo regno aveva anche previsto la necessità di costruire un ponte faraonico che collegasse la Baia di San Francisco e, anni dopo, qualcuno effettivamente lo prese in parola realizzando il Golden Gate; mentre, in un’altra occasione, col suo intervento, aveva placato la popolazione che, in una delle frequenti rivolte cittadine, si stava dando a violenze contro gli stranieri ed in particolare contro i cinesi. Ai suoi funerali, pagati dalla municipalità di San Francisco, parteciparono più di trentamila persone. I suoi resti, inizialmente sepolti nel cimitero massone di San Francisco, nel 1934 furono traslati al Woodlawn Cemetery di Colma, dove riposano tuttora; su di essi è stata posta una grande pietra, dov’è stato scolpito “Norton I, Imperatore degli Stati Uniti e Protettore del Messico”.

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