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nostalgia - maradona e pelè

Ho voluto deliberatamente titolare così il mio breve contributo, riferendomi a quella grossa fetta di persone che di fronte al calcio attuale stempera i toni, affermando spesso che il calcio passato è stato più avvincente, tecnicamente superiore e pieno zeppo di campioni rispetto a quello contemporaneo. Ma è davvero così?

Se chiedessimo ai nostri genitori di farci qualche nome quando loro erano solo ragazzi, quasi certamente menzionerebbero calciatori come: Cruijff, Sivori, Riva, Altafini e molti altri. Tornando ancora più indietro negli anni, e ponessimo il medesimo quesito ai nostri nonni, certamente i nomi di Valentino Mazzola o Giuseppe Meazza sarebbero nella lista. Dal dopoguerra a oggi, svariate generazioni si sono affacciate al gioco del calcio, uno sport questo che si è evoluto in concomitanza ai cambiamenti della società stessa. I nostri padri vedevano nelle gesta di Rivera e Mazzola un duello dal sapore mistico, da una parte il baffuto Sandro, dall’altra il cappelluto Rivera; il primo simbolo interista, l’altro, condottiero rossonero, entrambi autentici idoli da sempre rispettati e venerati da tutto il popolo italiano. In altri periodi ci furono altre rivalità più o meno accettate dagli stessi protagonisti come dalla collettività. Oggi i media mettono una davanti all’altro Leo Messi e Cristiano Ronaldo, ciascuno trascinatore del proprio club spagnolo, detentori nel complesso di ben 9 palloni d’oro (5 per l’argentino, 4 per il portoghese) e straordinari realizzatori. Oggi come allora, in molti si schierano per l’uno o per l’altro, mettendo sul piedistallo due calciatori molto diversi tra loro, accomunati però dal forte desiderio di primeggiare rispettivamente con le proprie maglie. Epoche differenti ma una storia che sa di già visto.

Il rapportare tempi storici dissimili tra loro, volendo scovarne difetti e pregi ad ogni costo, è già di per sé a mio avviso un grossolano errore, ancor di più nel voler accostare interpreti del pallone ben distanti per metodologie e tempi, per il solo fatto di aver goduto del loro gioco (talvolta rivoluzionario) e ritenere tali calciatori senza ombra di dubbio migliori persino di quelli che li hanno succeduti.

Diviene perciò naturale chiedersi se questa nostalgia conclamata, non provenga esclusivamente dal voler mettere in risalto la medesima epoca di giovinezza che ciascuno di noi intrinsecamente vuole sempre eleggere come “migliore di altre”, solitamente in rapporto a quelle successive. Un discorso sociologico che si rifà nella consueta e ritrita frase “Ciò che è passato è sempre meglio dell’attuale”. Approfondendo il concetto appena esposto e applicandolo al calcio, la questione si fa ben più complessa di quanto possa apparire. Il calcio è prima di tutto evoluzione, non vi è stato periodo nel secolo scorso come in quello corrente, nel quale questo sport si sia realmente fermato. Allenatori, giocatori e società, tutti hanno contribuito in modo più o meno evidente a questa trasformazione lenta e inesorabile, una trasfigurazione che ha portato sviluppi radicali rispetto al passato. Si è passati dal gioco piramidale per arrivare al Sistema, proseguendo poi per il Metodo WW e continuando nel corso dei decenni ad apportare migliorie senza sosta, ad un gioco che si avvale prima di tutto e più di ogni altra cosa di sola tattica. Il fuorigioco come lo conosciamo oggi in un lontano passato era a 3, e ancora possiamo constatare come i movimenti dei giocatori in campo fino agli anni ’70 fossero senz’altro meno rapidi rispetto ad oggi. La concezione del tempo era: “poco movimento, massima resa”, o per dirla in modo diverso “Più fantasia e meno velocità”. Come spiegato fin qui, il calcio non ha mai smesso di cambiare volto, organizzazione e schemi erano all’ordine del giorno, il ribaltamento di un dogma era dietro l’angolo.

Molto spesso i tifosi del passato si sbracciano nel ripetersi, la falsa credenza che il calcio visto dai loro occhi giovani fosse più efficace e sorprendente di quello odierno, li porta automaticamente ad eleggere calciatori come Di Stefano o Pelé indubbiamente sopra a qualsiasi altro, sbagliando peso e misura. Non sono i soli, coloro che hanno potuto ammirare l’Inter di Herrera o pochi anni più tardi l’Ajax di Cruijff confermerebbero questa teoria una seconda volta, affermando a più riprese che non esiste club più forte di quelli da loro menzionati. Idem per la terza generazione che ha sognato ad occhi aperti nel vedere grandi giocatori come Zico, Maradona, Platini calcare i nostri campi italiani. Insomma, in un immaginario calderone ognuno mette dentro alla rinfusa teorie strampalate e giocatori superbi confrontandoli senza cognizione di causa, logicamente la confusione è tale che innesca una diatriba da cui difficilmente si può trarre qualcosa di compiuto.

Una risposta univoca tra confronti non ha ragion d’essere, perché l’errore sta alla radice. La metodologia d’allenamento, la forma fisica e lo stile di gioco erano totalmente diversi tra loro, per proprietà transitiva chi esprimeva sul campo tali cambiamenti ne era inevitabilmente influenzato. Non possiamo perciò discutere di calciatori senza considerarne la preparazione, è infattibile confrontare epoche diverse per solo il fatto che ognuna è la semplice evoluzione della precedente. Chi sia la migliore o la peggiore non ci è dato saperlo, come allo stesso modo è senz’altro difficile eleggere un giocatore principe nella storia. Diverso il discorso entro un periodo limitato, nel quale caratteristiche e stili sono pressoché identici, ma come il calcio insegna, all’interno di ciascun periodo vi è sempre un giocatore rivoluzionario, e quindi ecco che la variabile può offrirci la risposta tanto attesa. Negli anni ’50/60 c’erano Pelé e il suo Brasile, negli anni ’70 l’Ajax e l’Olanda del Profeta Johann Cruijff, nel decennio successivo il genio di Maradona, negli anni ’90 il centravanti puro e di classe che rispondeva al nome di Van Basten e con lui il grande Milan di Sacchi (e Capello), nei primi anni 2000 I Galacticos di Zizou e Ronaldo il Fenomeno, oggi invece è la Pulce il protagonista assoluto, alle sue spalle il Barcellona del tiki taka e dei grandi trionfi. Ogni epoca ha avuto eccellenti giocatori e rivoluzioni importanti, i campioni del passato non erano in numero maggiore rispetto ad oggi, semplicemente il calcio ha cambiato volto, è diventato estremamente articolato, e primeggiare significa dover fare più differenza rispetto a prima. Vincere un mondiale da protagonista oggi è pressoché impossibile, vent’anni anni fa la situazione era diversa. Dai tempi di Maradona e Baggio fino ai giorni nostri la prospettiva è cambiata, perché il calcio ha subito ulteriori modifiche.

Tutto evolve, compresa la difficoltà di emergere. Se oggi in molti si chiedono dove sia finito il calcio avvincente e la fantasia, la risposta è semplice: nella tattica. I tifosi di questo sport spesso si chiedono “Perché oggi a differenza di dieci anni fa vengono premiati solamente Messi e Ronaldo?” Per il motivo sopra descritto, loro primeggiano e superano le difficoltà del calcio odierno, riescono incredibilmente ad emergere. La risposta è tutta qui.

Tutti noi, nessuno escluso, proseguiremo a idolatrare i campioni della nostra epoca, considerandoli sempre e comunque superiori a quelli che verranno. Difficilmente si rimane neutrali nel constatare come talvolta le generazioni di calciatori (o alcuni elementi di esse) siano indubbiamente migliori rispetto alle precedenti. Il perché di tale atteggiamento sta nel fatto che come tutto ciò che sentiamo nostro, esso rimane inevitabilmente migliore, perché testimoni unici di un tempo passato che ha saputo regalarci emozioni forti, quelle sensazioni rimangono lì, intime, un tesoro da custodire nella nostra memoria. E ogniqualvolta percepiremo un pericolo vero o fittizio che intenda far crollare le certezze di gioventù, ecco che tornerà a galla quella nostalgia canaglia. Accade per ogni fatto nella vita, accade lo stesso per il calcio.

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