E’ notizia delle ultime ore: nell’ambito dell’inchiesta su Petrobras, il colosso petrolifero statale brasiliano, il procuratore generale Rodrigo Janot ha chiesto al Supremo Tribunale Federale il rinvio a giudizio per i due ex Presidenti del paese, Dilma Rousseff e Luiz Inacio Lula da Silva, appartenenti al Partido dos Trabalhadores (PT). Secondo le accuse formulate dal procuratore generale, Lula e Dilma insieme ad altri sei membri del PT avrebbero costituito una vera e propria “associazione a delinquere” a fini di corruzione.

L’obiettivo principale di questo sodalizio criminale, secondo Janot, era di stornare fondi da Petrobras per dirigerli verso il PT, in particolare i suoi uomini di governo e i suoi gradi più alti. Janot ha detto alla Reuters che “Lula è stato il grande ideatore di questa associazione criminale”. Quello stesso Lula che, guardacaso, i sondaggi danno sempre più in salita malgrado tutte le accuse montate contro di lui, e che al suo elettorato appaiono più che altro escogitate a tavolino per farlo fuori politicamente per via di giudiziaria, dato che elettoralmente non ci sarebbe partita: alle prossime elezioni il PT vincerebbe a mani basse sugli avversari diretti della Socialdemocrazia Brasiliana, partito che a dispetto del nome appartiene alla destra liberista, e via dicendo. Anche perché l’inchiesta sulla corruzione in Petrobras alla fine ha coinvolto pure il nuovo Presidente Michel Temer, vice della Rousseff e appartenente alla destra.

Le nuove accuse rivolte a Lula e Dilma, comunque, sono di forte impatto anche perchè soprattutto per la ex Presidente sarebbero le prime ad avere un forte risvolto penale. Secondo gli inquirenti il giro di mazzette di cui entrambi erano beneficiari non risultava inferiore agli 1,5 milioni di reais, pari a 400 milioni di euro. Ma tutto lo scandalo Petrobras avrebbe nell’insieme un valore economico di 10 miliardi di reais (2,7 miliardi di euro), tra tangenti e fondi indebitamente destinati.

Il PT ha risposto alle accuse definendole come un espediente politico con cui l’attuale classe dirigente brasiliana, assistita dalla magistratura e dai media nazionali entrambi smaccatamente a loro favore, cerca di distogliere l’opinione pubblica da problemi (ed inchieste) ben più importanti. I legali di Dilma, poi, hanno fatto notare come il pubblico ministero non abbia offerto alcuna valida prova del coinvolgimento della loro assistita nei reati contestati.

Il documento di 230 pagine redatto da Junot e depositato presso il Supremo Tribunale Federale è stato contestato anche dai legali di Lula, che hanno ribadito come ai danni dell’ex Presidente brasiliano, intenzionato a ricandidarsi per le prossime presidenziali, vi sia in realtà una persecuzione politica e giudiziaria tesa ad impedirgli la candidatura. La condanna in primo grado per corruzione già ricevuta gli impedisce infatti di candidarsi per le presidenziali del 2018, ma con tutto ciò resta il politico più popolare di tutto il Brasile.

Altri quattro processi per corruzione attendono inoltre il 76enne Lula, che nel frattempo è stato accusato dall’ex ministro delle Finanze Antonio Palocci di aver ricevuto tangenti da un’altra importante azienda brasiliana, la Odebrecht. Anche in questo caso Lula ha immediatamente contestato la veridicità delle accuse di Palocci. In questo caso la Odebrecht avrebbe acquistato diversi terreni ed una casa di campagna nello Stato di San Paolo per Lula, offrendogli in più 300 milioni di reais, pari ad 81 milioni di euro. Ma l’impressione è che Palocci, che s’era dovuto dimettere proprio per corruzione, cerchi più che altro un modo per alleggerire il proprio fardello da pagare alla giustizia brasiliana, collaborando con quest’ultima nel nuovo tentativo di affossare Lula.

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