La conferenza COP 21, ventunesima sessione della Convenzione-Quadro dell’ONU sul Cambiamento Climatico (UNFCCC), si é aperta oggi a Parigi, 23 anni dopo l’inaugurazione della Convenzione e diciotto dopo la sigla del Protocollo di Kyoto. La narrativa é chiara ed é stata stabilita fin da quelle lontane date in cui, subito dopo la ‘vittoria’ nella ‘Guerra Fredda’, il Mondo Occidentale si svegliò improvvisamente “accorgendosi” che enormi e devastanti ‘cambiamenti climatici’ erano imputabili solo e unicamente alle attività umane (nonostante che tra glaciazioni e riscaldamenti globali il clima sulla Terra cambi ininterrottamente da 2500 milioni di anni ad oggi…) e che, per ‘contrastarli’ era necessario un vasto quadro di accordi internazionali, perlopiù mirati contro i paesi emergenti e in via di industrializzazione.

E’ quindi interessante confrontare come i leader delle tre più importanti potenze presenti all’evento si siano presentati coi rispettivi discorsi inaugurali, che, secondo le rigide regole della conferenza internazionale, dovevano essere tas-sa-ti-va-men-te limitati a tre minuti di durata, tanto per i Presidenti e Premier del Primo Mondo che per leader di piccoli paesi africani e del Pacifico.

Vladimir Putin, Presidente della Federazione Russa, ed erede materiale (e forse in parte anche spirituale) di quell’URSS che, finché esisteva, teneva troppo occupati i pensieri degli statisti occidentali per permetter loro di “notare” che il clima fosse in subbuglio per via delle ‘cause antropogeniche’ da avviarsi a mutamenti catastrofici, ha con fare pragmatico e cifre alla mano promesso che il suo paese emetterà entro il 2030 poco meno di tre quarti dei gas-serra che emetteva nel 1990. Ovviamente, visto che sotto le disastrose amministrazioni Gorbachev ed Eltsin il colossale potere industriale sovietico venne distrutto e gettato ai cani, le parole di Vladimir Putin significano in realtà che la Russia ha intenzione di aumentare le proprie attività industriali, tornando entro tre lustri “quasi” ai livelli di sviluppo degli anni ’80. Inoltre ha sottolineato l’importanza delle foreste nel loro naturale ruolo di ‘regolatore’ dei gas serra nell’atmosfera e ha annunciato una serie di misure volte a conservare il patrimonio boschivo e forestale russo (uno dei più importanti dell’Emisfero Boreale) e a incrementarlo.

Xi Jinping, ben sapendo di essere nel mirino dei media occidentali totalmente schierati senza quasi nessuna eccezione nel segnare a dito i “Cattivi Cinesi che Inquinano” (si sa che gli occidentali amano i Cinesi quando sono servili coolie che lavorano a cottimo in qualche ghetto londinese o americano, o quando fanno la parte degli arretrati contadini bisognosi di comprare tutto dai mercanti angloamericani del ‘China Trade’ -eufemismo con cui nell’800 si chiamava la spoliazione della Cina iniziata con le Guerre dell’Oppio e i Trattati Ineguali-), ha giocato di rovescio, ricordando ai convenuti che la lotta al ‘cambiamento climatico’ deve essere un’iniziativa globale e ha citato Victor Hugo nella sua stessa patria menzionando il fatto che solo impegni eccezionali produrranno risultati eccezionali. Il Capo di Stato cinese ha ricordato che a oggi nessuno ha investito negli sforzi di conservazione dell’energia e di differenziazione delle fonti di approvvigionamento energetico cifre anche solo comparabili a quelle votate a questi scopi dalla Repubblica Popolare.

Obama, fedele al suo stile, ha affrontato la conferenza con un profluvio di parole, venendo invitato non una, non due, non tre, ma ben cinque volte a tagliare corto il suo intervento dai ripetuti (e molto udibili) “Beep!” dei moderatori, incapaci di porre una diga di qualche genere alla scarica di eloquio dell’inquilino di Pennsylvania Ave. Egli ha indicato nel ‘cinismo’ il ‘peggior nemico’ della lotta al cambiamento climatico globale (forse quel ‘cinismo’ che invita a tener conto di dati di fatto come l’enorme aumento dell’estensione delle calotte ghiacciate polari) e ha proseguito dicendo che, siccome gli Usa non sono ancora riusciti a portare le loro emissioni carboniche al di sotto degli obiettivi indicati da lui stesso sei anni fa a Copenhagen, egli, non contento, ha deciso anziché lasciare di ‘raddoppiare’ e porre in programma una nuova e più vasta riduzione di emissioni (con ogni probabilità ancora più impossibile da raggiungere di quella annunciata in Danimarca), per gli anni futuri. Impegni che non “impegnano” affatto Barack Hussein, che esattamente a un anno da oggi sarà impegnato a fare le valige e lasciare la Casa Bianca di cui è stato primo inquilino nero per tuffarsi nella dorata carriera dell’Ex-POTUS: conferenziere, autore di memorie, e testa-parlante del multicolore circo mediatico statunitense.