Il Ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli al ‘Meeting’ annuale di ‘Comunione e Liberazione’ di Rimini ha tenuto un intervento che ha fatto discutere, soprattutto per la proposta di portare a 18 anni l’obbligo scolastico.

Non si può non essere d’accordo col Ministro quando ha affermato “si dovrebbe fare una rivisitazione complessiva dei cicli scolastici dal punto di vista della qualità dei percorsi didattici” ma…come? In che direzione? Questa affermazione di principio, senza ulteriori specificazioni, non dice nulla.

“Il percorso educativo e formativo, che non smette mai nel corso della vita”, ha proseguito, “ha comunque bisogno di avere una più larga partecipazione possibile, almeno”, eccoci arrivati al dunque, “fino a 18 anni”.

Qui vengono confusi due discorsi molto diversi: il percorso educativo dura sì tutta la vita perché, come recita l’adagio, non si smette mai di imparare, ma questo non ha nulla a che vedere con lo scaldare i banchi di scuola.

Imparare è uno dei maggiori piaceri che la vita possa offrire a un essere umano, ma uno dei modi più devastanti di rovinare un piacere è quello di renderlo obbligatorio.

In un discorso caratterizzato dalla stucchevole genericità del più puro politichese, sono poche le proposte concrete: l’estensione dell’Erasmus, una delle poche cose positive legate a quella feroce nemica dei popoli europei che è la UE (http://www.opinione-pubblica.com/uelesatto-contrario-di-europa/), alle scuole superiori, la necessità di un aumento degli stipendi dei docenti (e su questo siamo più che d’accordo) e, per l’appunto, il prolungamento dell’obbligo scolastico.

In una scuola che, riforma dopo riforma, va via via peggiorando, temiamo che si finirebbe soltanto coll’allungare il brodo, per di più limitando ulteriormente le possibilità di scelta dei ragazzi e delle ragazze, che già ora sono abbastanza compresse.

Ogni tipo di obbligo è per definizione necessario non all’individuo ma alla collettività o, per meglio dire, talvolta è così, talaltra questa è la formula che chi detiene il potere utilizza per giustificare i propri privilegi: l’obbligo scolastico non sfugge alla regola.

Per rendersi conto di ciò è sufficiente analizzare le origini della scuola di massa: la frequenza obbligatoria era prima di tutto un metodo di controllo sociale, considerato indispensabile dopo l’inurbamento delle masse in seguito alla rivoluzione industriale.

I bambini e i ragazzi, costretti nelle aule, non potevano andare in giro a fare danni a se stessi o agli altri, inoltre era possibile “socializzarli”, ovvero insegnare loro l’autocontrollo necessario per sostituire il forte controllo esterno che informava la vita nelle campagne.

Emile Durkheim parlava chiaro, reputando la scolarizzazione universale come lo strumento più efficace per prevenire il rischio che i giovani rappresentavano per la società. Capita l’antifona?

Una scuola nata su simili presupposti non poteva essere a-ideologica, i valori trasmessi agli alunni erano fatalmente quelli della borghesia allora in forte ascesa. Per la possibilità stessa che i valori proposti dalla classe dominante fossero messi in discussione dai giovani, questi erano considerati dei pericolosi sovversivi, inclini a fare proprie le tesi rivoluzionarie delle classi operaie.

Alexis de Tocqueville, descrivendo i moti di febbraio 1848, usò queste parole: “di solito, sono i bambini di strada parigini che danno inizio all’insurrezione, e lo fanno con l’allegria degli scolari in vacanza”.

Queste preoccupazioni non erano infondate, basti pensare alla preponderanza della componente giovanile in tutte le rivoluzioni.
Per dare una giustificazione ideologica all’istituzione dell’obbligo scolastico nacque la favoletta dell’istruzione come diritto, era una fregatura, una “narrazione” si direbbe oggi, ma era davvero bella ed edificante, tanto che, per fortuna, ci credettero molti uomini politici ed intellettuali, nonché i migliori insegnanti, che interpretarono la loro opera come una missione (e di insegnanti così, grazie a Dio, ne esistono ancora) rendendola, in presenza di condizioni favorevoli, persino una realtà.

Ora l’istruzione è considerata un diritto, oppure un ‘diritto-dovere’ (mah…), ma talvolta vengono posti limiti al suo godimento. D’altronde resta sempre da tenere in considerazione la sua funzione originaria di rendere ognuno “solo un mattone nel muro”.

5 COMMENTI

  1. Questa signora Fedeli è espressione di una forma di potere che rappresenta solo se stesso. Lontano dalla vita. Se prima di questa proposta si fosse mossa per rivoluzionare completamente l’istituzione scolastica, per rigenerarla e farla finalmente diventare la casa del sapere, forse nemmeno avrebbe avuto bisogno di innalzare l’obbligo, poichè i bambini prima e gli adolescenti poi, e i giovani vivrebbero la propria formazione come naturale strumento per raggiungere i propri obbiettivi.

  2. C’è una grande confusione di contenuti che, nella loro genericità, danno adito alle interpretazioni e alle banalizzazioni più deleterie.
    Il punto non è tanto la durata del percorso scolastico, ma il fatto che non si vuole prendere coscienza che ,fin dalla scuola primaria, insegnamo ai nostri giovani a non imparare. La conflittualità dei criteri pedagogici e psicologici adottati nelle nostre scuole paralizza ogni trasmissione reale di sapere e induce nei
    giovani un atteggiamento di immaturità e rifiuto della fatica di imparare. Noi educhiamo degli insicuri che aspettano risposte dagli altri e non osano pensare in autonomia.
    Del resto anche alla classe docente si chiede di uniformarsi acriticamente ai dettami di una pedagogia chiaramente inefficiente in nome di una supposta democratizzazione dell’educazione, che in realtà non fa che ribadire le ineguaglianze rendendole insuperabili.

  3. un senso c’è, se vanno a scuola fino a 18 anni evitano di entrare nel conteggio dei disoccupati.

    • In realtà un ex studente che non cerca lavoro statisticamente è inoccupato, dunque già non rientra nel conteggio dei disoccupati.

  4. E ingiusto avete distrutto il mio sogno di abbandonare la scuola,già la scuola è difficile e poi se mi prolungate gli anni io mi suicidio

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