Odessa, incendio Casa dei Sindacati, 46 vittime

Il 2 maggio 2014, nella città di Odessa un presidio permanente di manifestanti filorussi fu attaccato dalle milizie neonaziste di Pravy Sektor, fedeli al nuovo governo di Kiev. L’aggressione fu condotta in modo premeditato e sistematico dagli estremisti armati, che dispersero i civili costringendoli a cercare rifugio all’interno della Casa dei Sindacati, che fu poi data alle fiamme col lancio di bombe incendiarie. Chi cercò di mettersi in salvo trovò la morte sotto i colpi delle spranghe, mentre l’incendio continuò a divampare per almeno un’ora. Anche se il numero esatto delle vittime è ancora coperto dal segreto governativo, le stime parlano di almeno 38 morti.

Un crimine atroce, che ha riportato alla memoria i massacri compiuti dai nazisti sul Fronte Orientale, non a caso riabilitati dai diretti responsabili insieme ai collaborazionisti di Bandera, anch’esso tornato in auge quale eroe nazionale sulla spinta del movimento Euromaidan. Eppure, nei giorni immediatamente successivi alla strage, la stampa italiana riuscì ad aggiungere al danno anche la beffa con una imbarazzante campagna di disinformazione a favore di Pravy Sektor, dipinti dalla stampa occidentale come “ribelli in cerca della libertà” (non diversamente dai terroristi libici e siriani che erano stati fatti passare per “ribelli moderati” negli anni precedenti) sin dalle prime fasi del conflitto con i separatisti.

Testate quali il Corriere della Sera e la Repubblica optarono per la vaghezza, riconoscendo sì il numero di vittime ma tacendo sulla loro appartenenza o diluendo l’efferatezza dell’accaduto. In un articolo del 4 maggio, il Corriere faceva rientrare l’incendio all’interno degli scontri armati in altre regioni ucraine, come a dare l’impressione che i morti di Odessa fossero dovuti all’impiego di armi su entrambi i fronti, mentre Repubblica ometteva di specificare il fatto che i morti fossero civili e appartenenti a una singola fazione.

Ancor peggio, tuttavia, fece l’Unità che, in un articolo poi fatto scomparire frettolosamente dal proprio sito, imputava la colpa dell’incendio alle vittime stesse. Si poteva infatti leggere “Un numero consistente di persone ha perso la vita nell’incendio della sede dei sindacati, messa a fuoco dai separatisti filorussi”. Per una delle tante macabre ironie della storia, a pochi giorni dall’anniversario della morte di Antonio Gramsci, il giornale da lui fondato sanciva la propria morte politica dopo un lungo declino, tradendo in modo esplicito le cause che per tanti anni aveva sostenuto.

Oggi di Odessa e, più in generale, del conflitto ancora aperto in Ucraina non si parla più. Da quando le azioni di Pravy Sektor e dei suoi sostenitori sono diventate ingiustificabili anche per i commentatori più smaliziati, sulla regione è calata una cappa di silenzio stampa, nella quale la memoria dei martiri di Odessa continua a essere infangata. Nel 2018 è stato aperto un ristorante della catena di fast food KFC nella Casa dei Sindacati, come a voler rimarcare in nome di quale “libertà” sia stato appiccato quell’incendio. Quanto a l’Unità, alla morte politica è seguita quella giornalistica, un’eutanasia in fin dei conti prevedibile nei confronti di un giornale che nel tempo si era trasformato nel suo esatto opposto.

Non può scomparire però il ricordo di quella strage che dovrebbe risvegliare anche in noi italiani un’indignazione particolare, soprattutto per la sua vicinanza a quella di Portella della Ginestra, e non solo per le date ma anche e soprattutto per la vergognosa e sistematica campagna di omissioni e silenzio che segnò anche quelle indagini. Al contempo non può venir meno l’indignazione verso una stampa volta a una disinformazione colpevole che, alla pari dell’omertà, uccide per una seconda volta le vittime di queste stragi.

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