Di colpo, le urla di strazio prendono il sopravvento su quelle di gioia. Una partita allo stadio, un concerto rock a teatro, una cena al ristorante; la morte sfratta il divertimento e s’impossessa della scena. La spensieratezza di un venerdì sera parigino viene spazzata via a colpi di kalashnikov, affogata nel sangue di almeno 129 vittime dell’odio e dell’intolleranza.
È l’11 Settembre del Vecchio Continente e il cittadino europeo avverte la sensazione  di essere di fronte al drammatico giro di boa di questo primo scorcio di secolo, l’evento destinato a condizionarne la vita in maniera irreversibile.

Per quanto riguarda l’Italia, i timori maggiori si sono concentrati per l’imminente inizio dell’Anno Santo della misericordia previsto l’8 dicembre con la cerimonia di apertura della Porta Santa. Una fetta crescente dell’opinione pubblica ha cominciato ad interrogarsi sulla necessità di rinviare il Giubileo per non offrire il fianco alla minaccia terroristica di matrice jihadista: colpire l’evento spirituale più significativo della cristianità, nella culla della civiltà occidentale, rappresenterebbe una prova di forza eclatante nella strategia della paura perseguita dall’Isis.
Dal Vaticano – per bocca del portavoce Padre Lombardi e del responsabile del dicastero per la nuova evangelizzazione Mons. Fisichella – è arrivato un secco “no” a questa richiesta, nella consapevolezza che un eventuale rinvio sarebbe facilmente interpretabile come un cedimento alla paura. Ma il rischio è davvero così elevato?
In passato, la capitale d’Italia è stata più volte nel mirino della macchina propagandistica jihadista: lo scorso ottobre, sulla copertina della rivista online “Dabiq” campeggiava un inquietante fotomontaggio con la bandiera nera dell’Isis issata sull’obelisco di San Pietro. Ancora più allarmante è stata la pubblicazione, verso la fine di Aprile, del sesto e-book jhadista facente parte della collana “The Islamic State 2015” in cui veniva annunciata un’offensiva su Roma entro sette mesi, periodo coincidente con l’apertura del Giubileo. A gettare benzina sul fuoco era stato l’allora sindaco Marino in un’intervista al Corriere della Sera dove aveva rivelato di un colloquio con suoi omologhi statunitensi che lo avevano messo al corrente riguardo a “rischi concreti di atti terroristici per l’Italia e Roma”. In una chiosa seriamente preoccupante, l’ex primo cittadino aveva denunciato la sua incapacità a mettere al sicuro la capitale con la sola polizia locale.
È vero,come osservato da Marino, che il prossimo sarà il primo Giubileo dopo l’11 Settembre 2001; ma è altrettanto vero che nella storia più recente, non è la prima volta che Roma si trova ad affrontare una sfida così delicata: il Giubileo del 1975 si svolse in un clima politico e sociale infuocato, proprio nel pieno degli anni di piombo.  Quando Paolo VI aprì la Porta Santa nella notte di Natale del 1974 erano trascorsi solo pochi mesi dalle bombe di Piazza Della Loggia a Brescia e del treno Italicus. Sul versante internazionale, la situazione era tutt’altro che serena con il ricordo ancora fresco della strage di Monaco alle Olimpiadi del 1972 e delle bombe al fosforo che uccisero 30 persone all’aeroporto di Fiumicino nel 1973. Alla fine, però, l’Anno Santo del Rinnovamento e della Riconciliazione si concluse senza problemi e registrò una cifra record di pellegrini che stupì lo stesso pontefice inizialmente restio a proclamarlo.

Risulta legittima, quindi, la posizione della Chiesa che ha deciso di non rinunciare allo svolgimento di una manifestazione così significativa per i propri fedeli, rifiutando – in tal modo – di  abdicare da quel ruolo di punto di riferimento spirituale e culturale dell’occidente che le è assegnato dalla tradizione. Non sfugge la contraddizione intrinseca in discorsi che, da un lato esortano l’Europa a risorgere, dall’altro si augurano la cancellazione o il rinvio di questo Giubileo, ovvero l’atto di resa più simbolicamente devastante per un continente già debole e stordito dai proiettili di Parigi.
La minaccia – mai così incombente – rappresentata da questo “movimento totalitario mascherato da religione”, come efficacemente definito da un ex diplomatico malese, può indurre la popolazione europea a fare autocritica su un’identità millenaria accantonata troppo in fretta negli ultimi decenni e dovrebbe costringere ad un esame di coscienza profondo chi non capì – o fece finta di non capire – la lezione di Ratzinger a Ratisbona: le religioni, per concretizzare la loro naturale vocazione alla pace, devono essere aperte agli interrogativi generati dalla ragione. I fondamentalismi religiosi sorgono e sfociano nella violenza proprio a causa di questa drastica chiusura alla ragione che, al contrario, deve potersi conciliare con la fede. La follia di Parigi ha dimostrato per l’ennesima volta come il jihadismo dell’Isis sia antitetico alla ragione e quanto Benedetto XVI avesse colto nel segno.

Nico Spuntoni

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