oria

Questa triste, tristissima storia comincia dalle parole di chi è riuscito a sopravvivere. “Una nave è attraccata alla banchina in attesa dell’imbarco di questi soldati. Il piroscafo comincia a inghiottire il suo smisurato carico umano. Tutti scivolano lungo un canapo e arrivano sul fondo. È subito incomprensibile come il ventre della nave possa contenere un così grosso numero di persone. Quando il carico è al completo viene chiuso ermeticamente il boccaporto”. Lui è Silvano Lippi, uno dei 37 nostri connazionali riuscito miracolosamente a salvarsi in quella che dobbiamo definire soltanto come tragedia, quella della nave Oria. Una tragedia di mare, certo, ma prima ancora di terra, o meglio di guerra. Perché le vittime avevano avuto la colpa di dire di no alla Repubblica sociale italiana dopo l’8 settembre 1943. E, per questo, anche per questo, erano diventati prigionieri e li aspettava un futuro davvero terribile. Da militari internati. Meglio detto, come forza lavoro nei lager tedeschi.

Quella grossa barca sulla quale erano stati sistemati, però, non è mai arrivata a destinazione. Ha fatto un viaggio molto più breve, poi la catastrofe. La più grande mai verificatasi nel mar Mediterraneo. E, ed è l’aspetto che fa gridare e sputare rabbia, lì giacenti ancora oggi e pure messi nel silenzio nel nostro Belpaese, che dopo la fine del conflitto aveva già deciso su quali eroi basare la ricostruzione. E quei cadaveri sui fondali non potevano rientrare in questa categoria.

Siamo all’11 febbraio 1944. Il piroscafo Oria, una bestia di 2mila tonnellate costruita per trasportare carbone, varata nel 1920, salpa da Rodi in direzione Pireo con a bordo ben 4.200 prigionieri italiani rifiutatisi di aderire alla Repubblica sociale italiana dopo l’Armistizio di Cassibile, per essere trasferiti come forza lavoro nei lager del Terzo Reich. L’indomani, per colpa di una tempesta, il colosso navale affonda a 25 miglia dalla destinazione finale. E, siccome non c’è mai limite al peggio, le pessime condizioni meteo hanno bloccato i soccorsi, che consentirono di salvare soltanto 37 soldati italiani, sei tedeschi, un greco e cinque uomini dell’equipaggio.

Inutile dire che l’Oria era piena fino all’inverosimile perché, oltre ai soldati, vi erano anche un carico di bidoni di olio minerale e gomme da camion. Superfluo anche scrivere che i prigionieri viaggiavano in condizione drammatiche sotto tutti i punti di vista. Peggio, molto peggio, degli ignavi di dantesca memoria.

La tragedia si è consumata in pochissimi minuti ma, nonostante le testimonianze dei sopravvissuti, sotterrata nel più becero e meschino silenzio. Nel 1955, 11 anni dopo l’accaduto, sono recuperati 250 cadaveri, trascinati sulla costa, sepolti in fosse comuni, e traslati, in seguito, nel Sacrario dei caduti d’Oltremare di Bari. Tutte le altre quasi 4mila vittime, invece, sono ancora lì, in fondo al mar Mediterraneo. Nel 2014 – si, avete letto bene – nell’esatto punto in cui è avvenuto il naufragio, è stato inaugurato un monumento che ricorda le vittime di uno dei peggiori disastri navali della storia dell’umanità.

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