Puglia: olivi colpiti dalla Xylella.

Prendiamo spunto da un argomento collocato ai margini della cronaca, ma che gli occhi più attenti riconosceranno come uno dei tanti cambiamenti (conseguenza diretta o indiretta di un quadro generale più ampio) in atto nel nostro Paese e in tutta Europa.

Molti ricorderanno il decennale problema della Xylella Fastidiosa, il batterio che, come causa o effetto di una situazione complessa, sta ormai devastando l’area olivicola più ampia d’Europa, ovvero la Puglia. Bene, l’anno scorso la Procura di Lecce ha stabilito il prolungamento di una propria inchiesta in corso ormai da diverso tempo. Secondo la Procura, non sono mai state chiarite le circostanze che portarono all’importazione del batterio a scopo di studio durante un convegno agronomico del 2010, e ci sarebbero inquietanti conflitti di interessi riguardanti personalità scientifiche e politiche.

Eloquenti sono le parole del sostituto procuratore di Lecce Elsa Valeria Mignone: «L’Istituto dove si è svolto il workshop del 2010 e nel quale è stato portato il batterio da xylella per scopi scientifici, gode per legge di immunità assoluta e l’autorità giudiziaria non può andare a indagare. Questo è un caso unico nello scenario mondiale (…) per motivi di studio è stata concessa una deroga al divieto di introdurre sul territorio italiano germi patogeni. Peccato però che l’abbiano introdotti in un luogo nel quale io non posso andare a indagare».

Non ci dilunghiamo nei dettagli, la materia è molto ampia e complessa ed è impossibile non pensare, per esempio, a eventi similari di natura volontaria o involontaria, uno per tutti il progetto “Insect Allies”, un piano di “diffusione pianificata” di virus tramite insetti (ufficialmente a scopo di immunizzazione delle piante), finanziato dall’Agenzia per la ricerca avanzata di difesa degli Stati Uniti (Darpa).

Naturalmente saranno da stabilire le cause “ufficiali” di questa ecatombe ecologica nazionale che ha colpito uno dei fiori all’occhiello dell’economia italiana. Ci concentriamo sugli effetti. Quali sono? In primis, la sostituzione delle stupende e millenarie cultivar autoctone con altre importate, si suppone “più resistenti”, ma soprattutto più redditizie. Al posto dei maestosi ulivi locali, saranno installati degli alberelli a schiera, ovvero coltivazioni superintensive e di bassa qualità. Inoltre, molti proprietari, soprattutto di appezzamenti più piccoli, stanno svendendo i loro terreni a società americane che li sfrutteranno a fini turistici (consiglio di leggere l’ottimo articolo “Xylella, una manna per le lobby dell’olio”, con tutti i dettagli). Il tutto con la UE che impone da tempo, con incessante solerzia, lo sradicamento delle piante autoctone.

Purtroppo il sottoscritto, da semplice individuo ragionante, aveva iniziato ad avere dei sospetti già all’inizio del contagio della Xylella. Come possono delle piante millenarie cedere in massa nel giro di soli 10 anni (lo chiameremo “decennio della disgregazione”, in ogni ambito, a buon intenditore) senza sconvolgimenti naturali improvvisi? Semplicemente, non è possibile. A meno che qualcuno non ci si metta d’impegno. E con risorse tecniche illimitate.

Per capire il perché di tutto ciò, occorre ritornare alle tre “E” che guidano tutta l’idea di sviluppo umano globalista, ovvero economia, eugenetica, eradicazione. Tali concetti non si applicano solo alle piante, ma a qualsiasi ambito naturale ed umano. Incluso l’uomo stesso. Ogni elemento materiale, spirituale, organico, deve essere “efficiente” e redditizio ai massimi livelli, ovvero creare plusvalore per le elites che ne sono a capo o ne vengono in possesso. Le spese devono essere ridotte al minimo e il profitto deve essere massimo. Conseguenza dell’ Economia spinta, è l’Eugenetica: la riprogettazione di una pianta, di un essere umano, di un “prodotto” vivente o meno, passa per la sua totale rielaborazione. E per aprire il campo, occorre l’Eradicazione. Ovvero, l’eliminazione del pre-esistente “non efficiente” o non adatto a contribuire a tale piano.

Estendendoci al campo umano, l’immigrazione/emigrazione indotta è un sistema di “eradicazione del pre-esistente”. Le popolazioni autoctone, proprio come le piante, vengono fatte lentamente morire per essere sostituite da “cultivar” umane importate, meno esigenti e più redditizie. I bisogni di queste ultime vengono ridotti al minimo: da qui lo smantellamento del welfare (convertito anch’esso ad “attività economica”, peraltro riservata solo a una piccola parte di popolazione), dei servizi di base e financo della qualità del cibo. Il concetto di “efficientamento” massimo si estende, infatti, anche alle risorse organiche necessarie per mantenere a loro volta in funzione la “risorsa uomo”.

Non è un caso, difatti, che la UE abbia imposto il via libera al commercio in Italia di insetti e nuovi prodotti di laboratorio per l’alimentazione umana, con buona pace dei divieti imposti alle varie produzioni tradizionali locali. Ad alta efficienza e bassissimo costo di produzione, essi sono ideali per implementare il concetto di “uomo economico”, mantenibile e sostenibile con poco, ed eliminabile in qualsiasi momento.

Naturalmente si potrà obiettare che tutto ciò sia effettuato per fini “nobili” ed ecologici. In parte è vero, in quanto il processo di “eradicazione” è, in primis, un processo ecologico: le risorse umane e naturali in sovrannumero, vengono smantellate e sostituite da altre che consentono una maggiore produttività con minor dispendio di energie e consumi. Una decrescita ecologica, “felice”, purtroppo, solo per coloro che ne traggono vantaggio ai piani alti.

Le nuove coltivazioni che prenderanno il posto degli ulivi italiani hanno un tempo di vita programmato, generalmente, in soli 15 anni, contro le centinaia di anni degli ulivi nostrani (a tal proposito, si legga l’articolo “Olio e uliveti superintensivi”).

Questa “obsolescenza programmata” fa pienamente parte dell’orizzonte esistenziale e funzionale neoliberista e globalista. Si spinge al massimo la produttività, e quando la “risorsa”, di qualsivoglia tipo, non è più produttiva, viene eliminata e smaltita. Tale orizzonte è paragonabile all’“eutanasia di riciclo” prospettata dagli ideologi ordoliberisti come Jacques Attali nel libro di Michel Salomon, L’Avenir de la Vie (Il Futuro della Vita), pagine 274-275, con le seguenti parole: “In una società capitalista invece ci saranno macchine da morte per eliminare la vita allorchè diventi troppo insopportabile o economicamente troppo costosa, e verrà il giorno in cui sarà una pratica costante. Io ritengo dunque che l’eutanasia, che sia un valore libertario o una merce, sarà la regola nelle società future”.

L’obsolescenza programmata diventa orizzonte imprescindibile da applicare a qualsiasi ambito. Tutto ciò non è complottismo: è una semplice constatazione di legame causa/effetto all’interno di un quadro ideologico generale ben delineato, volto a omologare e standardizzare ogni risorsa umana, politica, organica, produttiva, intellettuale verso modelli unificati e ottimizzati, quindi redditizi e ben controllabili. Probabilmente assisteremo a mutazioni mai viste, a meno che le forze identitarie non mettano un freno a un processo che, dall’essere in parte naturale, sta venendo spinto verso vette di follia ideologica sempre più spinte e disumane.

Filippo Redarguiti

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