Dal Québec a Washinton, passando per l’Eritrea e Bruxelles, prima del delicatissimo sabato mattina a Roma per siglare la pace tra Di Maio e Salvini e ricevere il bagno di folla dei pentastellati al Circo Massimo. Il tempo di fare le valigie e di incontrare il presidente della Colombia, Ivan Duque Marquez, e poi dritto a Mosca per l’atteso faccia a faccia di mercoledì 24 con il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, e il primo ministro della Federazione Russa, Dimitri Medvedev.

Dal suo debutto internazionale da premier al G7 a giugno a quest’ottobre così denso di appuntamenti, per Giuseppe Conte sembrano passati anni. Il professore ordinario di diritto privato, nato nella meridionalissima Volturara Appula, ha imparato alla svelta come fare il premier. E i suoi primi mesi a palazzo Chigi lo dimostrano. Anche se qualche presunto comico pagato con il canone Rai e i soliti opinionisti con il Pd nel cuore e l’ingegner De Benedetti formato santino sul comodino, continuano a dileggiarlo, facendolo passare per un pupazzetto nelle mani di Lugi Di Maio e Matteo Salvini.

L’endorsement statunitense all’Italia come Paese guida sul dossier libico e l’impulso dato alla conferenza sulla Libia in programma il 12 e 13 novembre a Palermo, sono frutto anche dell’abilità del presidente del Consiglio, apparso credibile e concreto agli occhi di Donald Trump fin dal primo incontro. Mettere politicamente all’angolo i francesi, dopo i disastrosi cedimenti berlusconiani e gentiloniani, sarebbe importantissimo. A larga parte della stampa “autorevole”, però, questo continua evidentemente a sfuggire. Strano, per non dire sospetto, è anche il minimizzare la visita di Conte in Etiopia e in Eritrea, due importanti paesi del Corno d’Africa, dopo un’assenza ultraventennale della nostra diplomazia.

In particolare, l’arrivo del premier in Eritrea, su invito del presidente eritreo Isaias Afwerki, è stato definito un evento storico da autorevoli osservatori africani. In Italia, invece, gli è stata attribuita la stessa importanza di una presenza pomeridiana in un programma di Barbara D’Urso.

Riconoscere il proficuo attivismo dell’avvocato civilista di palazzo Chigi che, nell’arco di pochi giorni, ha ricevuto il presidente della Romania, Klaus Werner Iohannis, quello della Repubblica della Corea del Sud, Moon Jae-in, partecipato, a Bruxelles, al Consiglio europeo e al Vertice Asem ed incontrato il Primo Ministro cinese Li Keqiang, sarebbe un rospo troppo grande da ingoiare per chi considera vezzi da statista gli “shish” di Renzi e raggiunge l’estasi alla vista dei loden di Monti, degli occhialini di Letta e dei cappotti scuri di Gentiloni.

Giuseppe Conte ha dimostrato di poter stare con merito a Palazzo Chigi anche nelle ore della crisi di governo che avrebbe potuto significare la fine di un esecutivo con un alto indice di gradimento popolare. Il suo intervento tempestivo ed autorevole, ha ricomposto la frattura tra M5S e Lega, quando i pescecani della speculazione internazionale già assaporavano il boccone da divorare.

A Mosca il Presidente del Consiglio incontrerà insieme a Putin un selezionato numero di imprenditori italiani. L’embargo russo nei confronti dei prodotti dell’Unione Europea, come risposta alle sanzioni europee nei confronti della Russia, è costato almeno un miliardo di euro al made in Italy. E sarà proprio il superamento delle sanzioni uno degli obiettivi più importanti da centrare per il governo giallo-verde. Al ritorno da Mosca, Conte interverrà alla Conferenza ministeriale Italia-Africa alla Farnesina.

Non male per il professore pugliese diffamato quasi quotidianamente da certa sinistra diventata zimbello dell’universo anche grazie ad una presunta aristocrazia intellettuale spocchiosa e decadente che si è aggrappata vigorosamente ai sederi e alle stagioni dei privilegi mentre la società italiana, per fortuna, cambiava.

 

 

 

 

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