paolo giaccone

Quella mattina se la ricordano ancora in tanti. Perché sarà di sangue, come tante, tantissime, in quegli anni a Palermo.

È l’11 agosto 1982. La seconda guerra di Mafia, che imperversa da fine anni ’70, ha portato Salvatore Riina e i corleonesi ai vertici della cupola mafiosa, ma a loro non basta. Hanno deciso di decapitare e sterminare le intere famiglie dei principali avversari: Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo e soprattutto Tommaso Buscetta. Il capoluogo siciliano, soprattutto con l’arrivo del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, è una mattanza e, soprattutto di estate, segna ogni giorno un morto ammazzato.

Anche quel terribile dì dell’11 agosto. Pienissima stagione calda, dunque. Tre sicari sono appostati tra i viali alberati all’ingresso del Policlinico aspettando la loro vittima: il medico legale Paolo Giaccone. Succede tutto improvvisamente. Il professore è ucciso dal fuoco incrociato di proiettili esplosi mentre sta andando all’Istituto di medicina legale di cui era primario. Non era un semplice dottore. Era tra i professionisti più esperti e ispirati nel suo campo, tanto che la sua profonda competenza nell’ambito delle tecniche della medicina legale lo ha portato spesso a collaborare con il Palazzo di Giustizia siciliano come consulente. Già, non era un semplice dottore. Perché aveva giurato guerra alla Mafia, il cancro della Regione più grande dello Stivale.

Lo dimostra quello che è successo dopo la strage di Bagheria, consumatasi il giorno di Natale del 1981, e ordinata dai corleonesi. L’intenzione di questi ultimi era affermare il proprio controllo del territorio e per far questo hanno mandato in avanscoperta un commando composto da tre auto per il Paese che, sparando all’impazzata, avrebbe lasciato una sanguinosa scia di quattro vittime. Ebbene, l’indomani, Giaccone è lì sul luogo del misfatto nel cercare le impronte digitali. Grazie al suo lavoro, il medico forense è riuscito a risalire all’identità di chi ha lasciato quelle impronte, quindi Giuseppe Marchese, nipote di Filippo Marchese, boss mafioso a capo della famiglia di corso dei Mille, quartiere di Palermo.

Impronta, quella, unico indizio per condurre ai colpevoli, e Cosa Nostra era ben decisa a compiere qualsiasi mossa pur di evitare che si arrivasse alla verità. Paolo Giaccone inizia a ricevere pressioni e la richiesta è una, chiara e semplice: falsificare i risultati dell’esame, evitando così di svelare l’identità dell’assassino. Lui, però, non ha battuto ciglio e neanche ha piegato la schiena: la richiesta è respinta al mittente. E i killer condannati all’ergastolo. Quel gesto così coraggioso, quasi da scuola nella Palermo silenziosa e connivente dell’epoca, ha segnato la sua condanna a morte. Otto mesi dopo, in una ennesima calda mattinata piena di sangue. E tra i corridoi del Policlinico del capoluogo siciliano, che non a caso porta il suo nome.

Per il suo assassinio, è stato condannato all’ergastolo Salvatore Rotolo, nel corso del maxiprocesso a Cosa Nostra.

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