Qualche giorno fa il quotidiano genovese “Il Secolo XIX” è uscito con un interessante articolo in merito alle forti tensioni sotterranee che attraversano le stanze d’oltre Tevere: “Papa Francesco avverte i conservatori: O accettate il Concilio o siete fuori”.

Secondo le ricostruzioni, il Papa si sarebbe espresso così nel corso di un’udienza con l’ufficio catechistico della Conferenza Episcopale Italiana, ovvero quella che potremmo definire sia pur impropriamente come l’associazione di categoria dei vescovi italiani. Il Papa si sente ormai prossimo alla fine del suo pontificato, per comprensibili limiti fisici e di età, e pertanto prima di quel termine vorrebbe poter inaugurare il Sinodo nazionale.

“Il Concilio non va negoziato”: il messaggio, rivolto alla vasta platea dei vescovi italiani, è talmente diretto da non ammettere spazio ad altre letture od interpretazioni. Quanti non l’accetteranno, semplicemente si ritroveranno fuori dalla Chiesa, un organismo al cui interno il rispetto degli ordini e della gerarchia è da sempre un punto non tanto facile da aggirare. Chi non rispetta la volontà del superiore, si sa, commette peccato di superbia e sotto questo aspetto la Chiesa non è certamente più permissiva di tante caserme.

La questione, tuttavia, non si limita semplicemente ad un mancato rispetto delle gerarchie, e men che meno ad una semplice lotta di potere, quanto proprio a diverse visioni teologiche e pure politiche. I cattolici conservatori, i cosiddetti “tradizionalisti” che potrebbero tranquillamente esser definiti anche con l’aggettivo di “reazionari” (anche perché esso non provocherebbe, in loro, alcuna offesa; tutt’altro), hanno sempre mal digerito certe innovazioni introdotte dall’attuale Pontefice, e del resto nemmeno ne avevano gradite altre da parte del suo predecessore Benedetto XVI, pure quelle giudicate troppo moderne per certe loro visioni sia politiche che religiose e teologiche.

Considerandosi unici e veri depositari della tradizione cattolica, i conservatori avevano per esempio tollerato con molti mal di pancia le aperture di Benedetto XVI a Cuba e al Messico, e i suoi tentativi volti a restituire spazio e fedeli alla Chiesa Cattolica in America Latina, dove ormai da decenni le chiese protestanti, evangeliche, millenariste, pentecostali, ecc, di provenienza statunitense s’erano impiantate sottraendole percentuali sempre più importanti del suo storico gregge. In certi paesi minori dell’America Centrale, per esempio, i culti protestanti ed evangelici, vere e proprie sette sostenute politicamente ed economicamente dal Nord America, hanno ormai superato per numeri di fedeli i cattolici, mentre in tutti gli altri paesi le loro percentuali d’adesione sono ormai a due cifre, tali da consentire anche una sempre più forte influenza sulla politica interna di quegli Stati. Ne sanno per esempio qualcosa anche in Brasile, con l’attuale governo del Presidente Jair Bolsonaro.

Quelle scelte di Benedetto XVI, però, contrastavano con l’obiettivo d’espansione degli Stati Uniti, che nelle loro chiese e sette vedono da tempo un utile strumento con cui rinsaldare il proprio “soft power” sull’America Centrale e Meridionale; e si sa quanto forte sia il legame che al tempo stesso unisce il mondo politico americano anche agli stessi cattolici conservatori, che pure da questo tipo di sostegno nordamericano alla concorrenza protestante ed evangelica avrebbero tutto da perdere anziché da guadagnare. Ma per i cattolici conservatori, evidentemente, i cattolici progressisti o moderati sono dei nemici peggiori delle sette non cattoliche e nemiche della Chiesa di Roma, e quindi non hanno esitato ad aprire più volte il fuoco contro Benedetto XVI, che già negli ultimi anni di pontificato di Giovanni Paolo II, quando era ancora soltanto il Cardinale Joseph Ratzinger, decideva la politica estera della Santa Sede, col risultato di scontrarsi anche in quel caso con gli interessi politici anglo-americani in occasione dell’attacco all’Iraq del 2003. Ratzinger aveva a cuore i cristiani dell’Iraq, i cattolici tradizionalisti invece avevano a cuore i loro rapporti con gli Stati Uniti, e così ognuno fece le sue scelte portandole avanti fino in fondo.

L’arrivo di Papa Francesco sembrò, negli ambienti americani di Washington ed ancor più in quelli filoamericani di Roma, una quantomeno parziale vittoria, ma ben presto giunsero nuove delusioni. Papa Francesco, che aveva a cuore il dialogo interreligioso ed in particolare la ricucitura dei rapporti con le altre fedi cristiane, ebbe un forte ascendente nell’opporsi al tentativo d’attacco alla Siria da parte di Stati Uniti, Inghilterra e Francia nel 2014, sempre perché mosso dall’esigenza di tutelare i Cristiani d’Oriente oltre che dal suo apostolico dovere di difendere a prescindere il valore della pace. Successivamente, continuò a portare avanti l’apertura con Cuba, usandola come una sorta di “terreno neutro” in cui per la prima volta incontrò il Patriarca di Mosca, capo della Chiesa Ortodossa Russa: anche questo fatto, non molto gradito ai cattolici tradizionalisti per ragioni storiche e teologiche, suonò a costoro minaccioso anche perché foriero di un avvicinamento in corso fra il Vaticano e la Russia.

Successivamente, vi fu “crociata” contro i pedofili nella Chiesa, un argomento su cui il predecessore Benedetto XVI non aveva avuto la forza e l’autorevolezza per poter intervenire, e là molte teste che caddero appartenevano proprio ad insigni prelati facenti parte del fronte dei conservatori, evidentemente ostili all’idea di far chiarezza e trasparenza su tali abusi nella Chiesa proprio per motivi molto interessati e non soltanto “ideologici”. Ma ciò che più fece perdere la pazienza ai conservatori, come ben si sa, fu la scelta di portare avanti, sia pur a piccoli passi, il dialogo con Pechino, per approdare ad un mutuo riconoscimento fra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese visto davvero come fumo negli occhi dai tradizionalisti e dai loro sostenitori a Washington e non solo.

Anche in quel caso, però, come ben sappiamo, la volontà di giungere ad un Concordato non costituiva un regalo o uno sdoganamento politico e diplomatico alla Cina, come evidentemente immaginato dai conservatori (e del resto la Cina Popolare non ne avrebbe alcun bisogno, godendo già da decenni di pieno riconoscimento internazionale al pari di ogni altro grande o piccolo Stato sovrano al mondo), e nemmeno una copertura o un assenso del Vaticano alla politica di controllo della Chiesa Cattolica Sotterranea da parte del governo locale, altra tesi paventata sempre dai conservatori e dai loro sostenitori occidentali. Al contrario, è un’operazione tesa a ricomporre proprio quella frattura interna fra le varie realtà del mondo cattolico cinese, ed indirettamente anche al contrasto di quegli altri movimenti che, sulla falsariga di quanto già avviene in America Latina, propagandando strani culti evangelici o millenaristi sottraggono fedeli sia al Cristianesimo tradizionale e comunemente e legalmente riconosciuto sia alle altre fedi, oltre a costituire un serio problema d’ordine pubblico e di sicurezza interna. Ma, come abbiamo già detto, i cattolici conservatori preferiscono sostenere proprio quelle sette (non c’è soltanto la Chiesa di Dio Onnipotente, con cui peraltro vanno apertamente ed allegramente a braccetto anche qua in Italia) piuttosto che i cattolici cinesi veri e propri, in nome del loro “voto di fede” ai propri padroni d’oltre Oceano.

Del resto, tanto per far capire chi fossero già in passato i cosiddetti tradizionalisti, Papa Francesco non ha esitato ad impartire anche dei veri e propri colpi bassi: “Un gruppo di vescovi, dopo il Concilio Vaticano I, sono andati via per continuare la ‘vera dottrina’ che non era quella del Concilio Vaticano I: ‘Noi siamo i cattolici veri’. Oggi ordinano donne sacerdote”. Un’amara ironia che riecheggia quella con cui, in altre occasioni già in parte summenzionante, altri prelati tradizionalisti tanto moralisti a parole sono poi stati beccati ad abusare su minori o a coprire altri simili abusi compiuti da altri loro sacerdoti.

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