Di Andrea Fais

A meno di ventiquattro ore dai sette terribili attacchi terroristici simultanei di Parigi, siamo ancora sconvolti e provati. L’orrore integralista, che recentemente aveva colpito l‘A321 russo in volo sul Sinai ed il quartiere sciita della capitale libanese Beirut, è piombato nuovamente nel cuore dell’Europa. La freddezza con cui i jihadisti hanno organizzato e messo a segno le loro azioni criminali ci angoscia nel profondo, indebolisce ancora di più le certezze che il processo di integrazione europea aveva per decenni cercato di costruire e manda un segnale forte al pianeta intero. Nessuno è al sicuro. Né in Occidente, né in Oriente. Né nel Nord, né nel Sud del mondo.

La riconfigurazione geopolitica assunta dal Vicino e Medio Oriente nel corso degli ultimi quattro anni e mezzo ha prodotto una catastrofe di proporzioni tali che in pochi avrebbero potuto prevederla con precisione. Dopo la cattura/esecuzione di Osama bin Laden in Pakistan nel maggio 2011, l’ottimismo aveva illuso diverse leadership occidentali convincendole, a partire dagli Stati Uniti di Obama e dalla Francia di Sarkozy, che l’azione militare in Libia contro Gheddafi potesse essere portata avanti senza grossi rischi.

In generale si era supposto, sfidando la storia contemporanea di quella regione del mondo, che le società arabe fossero in grado di riprodurre uno scenario politico solido, forte e plurale ricalcando, in salsa locale, il modello organizzativo tratteggiato dalle democrazie occidentali. Tutto ciò, senza tenere nemmeno in conto che il fallimento dell’amministrazione Bush jr. e la crisi internazionale del 2008 avevano già pesantemente indebolito la capacità di attrazione del nostro modello politico-economico agli occhi del resto del mondo.

La realtà, insomma, era diversa. Le leadership autoritarie, spesso a “conduzione familiare”, sorte sulla scia del nasserismo egiziano durante la grande stagione del panarabismo anti-coloniale e del socialismo arabo, come quella di Muammar Gheddafi in Libia, di Bashar al-Assad in Siria, di Habib Bourghiba (prima) e di Zine el-Abidine Ben Alì (poi) in Tunisia, non costituivano tanto un esercizio del potere deviato rispetto alla democrazia quanto piuttosto un argine politico, sociale e militare dinnanzi al rischio concreto che quei Paesi finissero irrimediabilmente nelle mani di partiti e movimenti dichiaratamente islamisti, diametralmente contrari a qualsiasi concetto di democrazia. Questa era ed è ancora oggi la condizione aut-aut in molte di queste realtà, dove non ci sono nove o dieci partiti con una lunga trafila alle spalle, in grado di condurre un confronto civile, o magari anche animato, nelle aule parlamentari. Non ci sono elettori pronti ad accorrere ai comizi elettorali per sostenere o contestare civilmente il leader politico di turno (cose che, per altro, ormai sono sempre più rare anche da noi). C’è, invece, un sistema politico repubblicano sorto dopo secoli di dominazione ottomana o di colonialismo europeo, minacciato da predicatori takfiristi e guerriglieri interni ed osteggiato, come se non bastasse, dalle principali monarchie assolute del Golfo, con tutte le fragilità strutturali che questo comporta. È chiaro che in uno scenario simile, pensare di poter individuare in Siria un terzo fronte “democratico” e “moderato” tra l’esercito di Assad e i gruppi integralisti religiosi è non solo ridicolo, ma anche e sopratutto pericoloso.

Proprio perché diversa dalla vecchia Europa dei colonialismi e degli imperialismi, l’Europa di oggi non può semplicemente dichiararsi “neutrale”, limitandosi all’irrigidimento del controllo di polizia interno ed affidandosi alla (debolissima) Agenzia Europea per la Difesa (EDA), ma continuando pur sempre a vivere nella paura. È necessario invece assumersi le proprie responsabilità e configurare un nuovo quadro di politica estera sul Mediterraneo con due obiettivi prioritari: neutralizzare il terrorismo in ogni sua forma e rafforzare le leadership aconfessionali del mondo islamico. Non si tratta qui di rifarsi al vezzo americano – maturato soprattutto con la dottrina della “guerra preventiva” di Donald Rumsfeld – di voler modellare le regioni del mondo a proprio piacimento, pratica talmente pericolosa da produrre risultati spesso antitetici a quanto sperato inizialmente. Il compito da svolgere è ben diverso.

Noi italiani dovremmo tornare indietro almeno di trent’anni per capire non solo l'”antefatto” mediorientale, ma anche e soprattutto l’importanza di una politica attiva ed assertiva nel Mediterraneo. La trama tessuta da Bettino Craxi e Giulio Andreotti negli anni Ottanta risulta oggi più che mai indispensabile per comprendere come, al di là delle trasformazioni e dei fattori variabili, restino sullo sfondo dello scenario regionale alcuni fondamentali schemi fissi.

Contrariamente tanto all’offensiva frontale quanto all’abbraccio mortale con l’islamismo, la strategia che in quegli anni vedeva diversi governi e partiti di massa europei stringere relazioni e rapporti con quelle leadership cercava costantemente di bilanciare il rispetto della sovranità nazionale dei Paesi arabi con il sostegno ad una loro degna collocazione regionale nel quadro della sicurezza internazionale.

Paradossale che, nonostante fossimo in piena Guerra Fredda, i motivi puramente ideologici in politica estera erano molto meno determinanti rispetto allo scenario attuale, dove la retorica sui “diritti umani”, giacché arbitraria e spesso sballata, ha ottenebrato le menti di parecchi politici e analisti costruendo non di rado muri “mentali” più erti ed invalicabili di quello “fisico” di Berlino. Se Andreotti poteva incontrare amichevolmente Arafat o volare a Damasco per raggiungere Hafiz al-Assad (padre di Bashar), stretto alleato sovietico nella regione, perché, come amava ripetere, “i vicini non te li puoi scegliere”, mentre Craxi poteva sostenere attivamente l’ascesa al potere di Ben Alì in Tunisia ed avvertire Gheddafi dell’imminente raid americano su Tripoli, è evidente che le basi della politica estera italiana, malgrado l’appartenenza alla NATO e la vicinanza ad Israele, si riservassero degli spazi non secondari di autonomia necessari a pensare il Mediterraneo nell’interesse nazionale.

Durante la Prima Repubblica, questo approccio tendenzialmente multivettoriale si rivelò fondamentale per tutti quei casi in cui l’interesse dell’Italia e quello degli alleati non coincidessero in parte o del tutto, come ad esempio a Sigonella. Oggi che gli interessi del nostro Paese e dell’Europa meridionale divergono in modo sempre più evidente da quelli degli Stati Uniti e di alcuni Paesi del Nord Europa su questioni cruciali come lo stato delle relazioni con la Russia, la crisi siriana, la gestione della guerra al terrorismo, la gestione del fenomeno migratorio e l’approccio rispetto alla Turchia, l’assenza della possibilità di smarcamento rispetto alle rigide logiche (spesso poco “logiche”) della NATO e alla scarsa incisività dell’EDA lascia il nostro Paese nella situazione drammatica dell’impotenza. Un’impotenza che, di fronte a fatti di sangue come quelli di Parigi, potrebbe gettarci nello sconforto o direttamente nel panico.

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