Ufficialmente il Vertice di Parigi sul Clima, denominato Cop 21, sarebbe stato un grande successo. Francois Hollande ha parlato con enfasi di “un accordo che vale per un secolo”, mentre il suo ministro degli esteri, Fabius, s’è premurato di surclassarlo in retorica dicendo “devo battere col martello, è un piccolo martello ma credo che possa fare grandi cose”. L’intesa è stata definita “giuridicamente vincolante” soprattutto per quanto riguarda i “contributi nazionali”, l’obbligo di trasparenza, l’aggiornamento dei parametri e la verifica quinquennale degli obiettivi. Lo sconosciuto ministro italiano per l’ambiente, Gian Luca Galletti, ha detto che “siamo nella storia, e a questa storia ha contribuito anche l’Italia”, mentre Renzi ha definito il risultato “un passo avanti decisivo”. Obama ha parlato invece di un risultato “enorme”, frutto della “leadership americana”.

La storia e l’esperienza c’insegnano che, quando c’è un successo, tutti accorrono a rivendicarne la paternità. Quando invece le cose vanno male, è una gara a fare scaricabarile. “La colpa morì fanciulla”, recita infatti un celebre proverbio. A dire il vero, comunque, questo Cop 21 ha visto trionfare, più che il buon senso, soprattutto la retorica. Se non s’è concluso in un completo disastro, lo dobbiamo proprio alle nazioni emergenti, in primo luogo i BRICS e i loro alleati, che hanno corretto l’iniziale tracotanza dei paesi occidentali, partiti decisamente col piede sbagliato.

Esattamente com’era avvenuto nel precedente appuntamento di Copenaghen, anche in questo caso si puntava infatti ad utilizzare la tutela del clima, da raggiungersi soprattutto attraverso il contenimento delle emissioni, come scusa per rallentare o addirittura bloccare lo sviluppo e la crescita dei paesi emergenti. Cina ed India sono ormai divenute concorrenti a dir poco fastidiose per le economie industriali mature dell’Occidente, e tutte le scuse per azzopparle son buone. Non a caso il vertice di Parigi è stato accompagnato anche da una feroce campagna stampa nei confronti della Cina, presentata come paese ultrainquinato ed eternamente ricoperto da una cappa di smog, che nell’immaginario dell’occidentale medio allevato ad anni di propanda antirussa ed anticinese ben si sposa col luogo comune del grigiore del Socialismo reale. Mentre l’India veniva presentata come una sorta di mina vagante, che rischiava di mandare a monte il risultato delle trattative solo a causa della sua egoistica pretesa di voler continuare a svilupparsi bruciando risorse fossili, e tutto questo solo perchè milioni d’indiani sarebbero ancora privi di corrente elettrica nelle loro case.

Alla fine Stati Uniti ed Europa, malgrado i loro vari sotterfugi, sia politici che mediatici, hanno dovuto accettare il fatto che ormai i rapporti di forze nel mondo siano completamente cambiati e sempre più destinati ad assumere un equilibrio sbilanciato verso quelle che oggi sono definite potenze emergenti. Così hanno dovuto pure ingoiare il rospo di vedere una serie di nazioni e di regioni mondiali inserite fra le aree da proteggere e da assistere finanziariamente e tecnologicamente per combattere i cambiamenti climatici, che in tali zone sono stati provocati proprio dall’industrializzazione e dai consumi occidentali: si pensi, per esempio, all’America Centrale.

Con la scusa di tutelare l’ambiente ed il clima, le potenze del G7 e i relativi alleati avrebbero voluto in realtà paralizzare lo sviluppo e quindi l’emersione dei paesi emergenti al rango di potenze complete, in grado di confrontarsi con l’Occidente e d’agire indipendentemente da esso, se non addirittura contro i suoi stessi interessi, come anche i fatti della Siria o dell’Ucraina c’hanno dimostrato. Dopo decenni d’inquinamento sfrenato, l’Occidente s’accorse che l’ambiente era in pericolo proprio quando, guardacaso, trent’anni fa s’affacciò all’orizzonte la minaccia economica ed industriale della concorrenza giapponese. Non riuscirono a fermare il Giappone, ma continuarono a parlare dell’ambiente messo a rischio dalle tigri asiatiche mentre cominciavano ad affacciarsi sulla scena anche Taiwan o la Corea del Sud. Oggi abbiamo la Cina, l’India e l’Indonesia, che rispetto ai paesi sucitati sono indubbiamente dei bei pezzi da novanta. Se non si riuscì a fermare i primi, difficilmente si potrà farlo coi secondi, ma intanto la lotta s’è drammaticamente esacerbata. L’Occidente deve semplicemente accettare il fatto che la ruota della storia gira, e che ad un certo punto l’esclusiva dello sviluppo e del benessere si può anche perdere, per ritrovarsi a doverla così condividere con altri. Quello che l’Occidente da questo punto di vista dovrebbe fare, invece di sabotare o negare lo sviluppo ed il benessere altrui, sarebbe semmai di pensare a tutelare i propri, anche e soprattutto stabilendo un rapporto armonioso e paritetico coi nuovi arrivati in senso economico e commerciale. L’ambiente, da questo punto di vista, deve davvero diventare un bene comune, e non più solo un paravento o uno specchietto per le allodole da utilizzare per portare avanti degli interessi di parte, quasi in odor di neocolonialismo.

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Nato a Pisa nel 1983. Direttore Editoriale de l'Opinione Pubblica. Esperto di politica internazionale e autore di numerosi saggi.