In Occidente ormai il Falun Gong dilaga. Quali sono le ragioni?

Nella mia vita di saggista, mi sono occupato di molte cose: ho scritto di storia e geopolitica, dedicandomi soprattutto all’Africa e ai suoi rapporti con l’Italia in particolare per quanto riguarda l’epoca coloniale. Ma mi sono occupato anche di Islam e di rapporti fra religioni, ed ho il personale orgoglio di poter dire di essere stato fra i primi, almeno in Italia, a far notare come il fondamentalismo e il cosiddetto “Islam politico” (quella vasta compagine che spazia dai Fratelli Musulmani fino ad Al Qaeda e all’ISIS, non senza dimenticare Al Nusra) fossero proprio i principali nemici della religione predicata da Maometto, perché il loro obiettivo era di lanciare su di essa una sorta di OPA che aveva come primo e diretto effetto quello di suscitare verso l’Islam diffidenza oltre a suscitare divisioni e confusione al suo interno. Ho quindi affrontato i rapporti, che per secoli sono stati pacifici e produttivi, fra Islam e Cristianesimo (inteso come Cattolicesimo, Ortodossia, ecc), così come fra Islam e Yazidi, e via dicendo.

La mia ultima fatica è stata quella di tradurre la corposa opera di Rick Alan Ross, “Le Sette Dentro e Fuori – Come le persone vi entrano e vi possono uscire”, dove viene descritta l’esperienza di numerose sette, dalle più famose a quelle meno conosciute, ma entrambe accomunate da una caratteristica: quella di essere, secondo Ross, “distruttive”. Dalla “Colonia Dignidad”, fondata in Cile da un nazista pedofilo e compromesso con Pinochet, alla setta di Charles Manson, oggi ricordata come satanica ma in realtà dedita a tutt’altri riti quantunque ugualmente infami, fino a quella dell’ancora oggi tanto osannato Osho, al secolo Rajneesh, che fu l’autore del primo avvelenamento di massa negli Stati Uniti, traducendo l’opera di Ross ne ho lette davvero di tutti i colori. Ovviamente anche le più grandi sette tutt’ora operative, come Scientology o quella del Reverendo Moon, erano contemplate, insieme a quella del famigerato Li Hongzhi, ovvero il Falun Gong o Falun Dafa.

Del Falun Gong abbiamo già parlato abbondantemente negli articoli precedenti, e torneremo a farlo ancora in futuro. Quello che vogliamo fare in questo articolo, semmai, è cercare di spiegare al lettore quale sia la differenza fra una setta ed una religione vera e propria. Il distinguo, è bene precisarlo, è davvero molto sottile e può facilmente sfuggire all’attenzione anche dei più attenti osservatori. In linea di massima, potremmo dire che tale differenza consista nel fatto che una religione si presenti fin da subito come “verità rivelata” e che proprio per questo non abbia nessun problema a rendere anche i non fedeli partecipi dei suoi valori e dei suoi principi. Si può facilmente e senza problemi sapere quali siano i fondamenti del Cristianesimo pur essendo musulmani, e viceversa: basta semplicemente leggersi i testi sacri ed ascoltare le dichiarazioni dei vari ministri del culto. Una religione intesa come “verità rivelata”, sostanzialmente, non ha nulla da nascondere in merito alla propria dottrina.

Nel caso delle sette, invece, è tutto molto diverso: l’approccio è a dir poco subdolo, per non dire proprio ingannevole. Il Falun Gong, per esempio, si propone ai suoi potenziali fedeli come un insieme di esercizi ginnici e al limite anche spirituali, ma tali da non compromettere le libertà personali e quotidiane come poi avviene in realtà. Si capisce: se questa fosse la premessa, nessuno vi si avvicinerebbe. Invece, fintantoché il Falun Gong si presenta solo come un modo per migliorare la propria forma fisica, il gioco è abbastanza facile e sono in parecchi a “cascarci”. Le sette, dunque, approfittano della buona fede dei loro potenziali adepti ed in questo senso il Falun Gong non fa eccezione. Del resto, chi, nella società occidentale e non solo, oggi quasi del tutto incentrata sul culto dell’immagine, non gradisce l’idea di potersi “fare il fisico”, magari approfittando pure di qualche scorciatoia rispetto alle tante diete e al tanto esercizio fisico necessari nella realtà? Ecco che allora, per il Falun Gong, si apre una vera e propria autostrada. In molti, in Asia come in Occidente, sono ben contenti di ricorrere a questa insperata possibilità, che promette loro il pieno equilibrio psicofisico. Finalmente si può essere belli come i modelli che si vedono sui giornali e nelle televisioni! E solo con una serie di semplici esercizi quotidiani, che richiedono poco più di un’ora o di una mezz’ora al giorno!

Il problema è che quello è solo il principio di un lungo cammino dentro la perdizione. La setta, come dicevamo, diversamente dalla religione vera e propria è una sorta di “circolo iniziatico”, in cui si può accedere ai successivi livelli della “verità” solo accettando di compiere un percorso di costante e continua immersione nelle sue spire. Questo vuol dire che se ne può entrare ma che non se può mai più uscire, se non in maniera traumatica, scontando l’anatema della setta stessa e quindi la sua dannazione. La vita di chi esce da una setta è quella di chi si ritrova a vivere in un vero e proprio limbo: non può più contare sui rapporti umani che vi erano dentro la setta, ma anche fuori da essa non ha nessuno pronto a riaccoglierlo. In questo senso il ruolo delle istituzioni, tese a recuperare coloro che escono dalle sette, è fondamentale e fa davvero la differenza. Queste persone hanno bisogno di ricostruirsi completamente il loro “circuito sociale”.

Spesso, per chi è dentro una setta, è molto più facile continuare a rimanervi ingoiando tutti i rospi che ne possono conseguire. Ciò può implicare abusi di ogni genere, sia in senso economico che sessuale, ovviamente non senza dimenticare quelli morali e psicologici. Anche nel caso del Falun Gong, chiaramente, di esempi del genere ce ne sono a bizzeffe. Bisognerebbe ricordare tutte le persone che questa setta ha indotto a privarsi dei propri beni per intestarli al proprio santone Li Hongzhi, o a compiere gravi reati come il sabotaggio delle reti internet e televisive cinesi e non, fino a compiere incidenti ed atti eclatanti ed autodistruttivi come i suicidi in pubblico, con la “autoconsumazione” ovvero il darsi fuoco (è successo, e ce lo ricordiamo molto bene, in Piazza Tienanmen).

Un altro modo, sempre subdolo ed ingannevole, con cui il Falun Gong cerca di attirare a sé nuovi adepti o quantomeno nuovi finanziamenti è ben rappresentato dal circo teatrale Shen Yun. Agli occhi di molti occidentali inconsapevoli, Shen Yun è solo l’equivalente asiatico del canadese Cirque du Soleil, e con questo dovrebbe avere in comune lo stesso repertorio di esercizi ginnici ammirevoli fatti da ragazze e ragazzi di una bellezza magnetica. In realtà, è tutto l’opposto: Shen Yun è l’organo di propaganda circense e teatrale del Falun Gong, in cui gli attori e le attrici lodano il maestro Li Hongzhi e declamano le sue dottrine, contestano il governo della Cina Popolare, e cercano in tutti i modi possibili ed immaginabili di irretire il pubblico col loro proselitismo. E’ dunque una situazione ben diversa dal Cirque du Soleil, che dietro di sé non ha alcuna setta e che offre al proprio pubblico un autentico spettacolo, bello ma in ogni caso fine a sé stesso. Gli spettacoli di Shen Yun si sono tenuti anche nel nostro paese, in molti importanti capoluoghi come Roma e Milano, e quel che è peggio è che hanno raccolto il commento entusiastico di tutti i media che ne hanno parlato, ovvero dei principali giornali italiani, di destra e di sinistra. L’appoggio politico e giornalistico a questa vera e propria vergogna che offende l’arte, prestandola a scopi settari e commerciali, dunque, è “bipartisan”, forse per colpa dell’impreparazione di molti giornalisti che semplicemente si limitano a fare “copia e incolla” di comunicati direttamente ricevuti da Shen Yun per trasformarli in articoli sui loro giornali, o forse proprio per via della loro del resto nota “sinofobia”, o ancora per entrambe le ragioni allo stesso tempo.

Insomma, quel che vogliamo dire con questo articolo è che le sette sono in pratica delle trappole, in cui è facile entrare ma da cui è difficilissimo se non impossibile uscire. In un’epoca in cui, come disse un certo filosofo, “la gente non crede più a niente e proprio per questo è disposta a credere a tutto”, esse hanno dunque gioco facile. Tocca alle istituzioni, ma anche al nostro buon senso, vigilare.

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