Il Crocifisso ligneo di Michelangelo presso la Basilica di Santo Spirito a Firenze.

Che cos’è la resurrezione? Lo scriviamo apposta con la «r» minuscola perché non è un problema cristiano, è un problema umano. Che cos’è, dunque? È un fatto accaduto in un certo punto del tempo e dello spazio, registrabile nelle cronache? È una storia scritta nel nostro DNA fin dall’origine dell’umanità? È un vizio della natura, come la vita che rinasce e assedia, sul fondo del mare, i relitti delle navi che non ce l’hanno fatta a raggiungere il porto? Oppure è solo un desiderio senza costrutto? O una fandonia inventata per rendere meno insopportabile l’esistenza?

Qualcuno disse che era accaduto, diversi cronisti ne parlarono, e furono avviate inchieste che non arrivarono a risultati definitivi. Il grande storico della letteratura Erich Auerbach, nel suo celeberrimo Mimesis , lo registra analizzando lo stile dei Vangeli: troppa differenza con tutti gli altri stili, greci e giudaici, troppo realismo, troppa realtà. Un uragano si è abbattuto sul mondo, modificando perfino gli stili letterari, e tutti i dati a nostra disposizione ci dicono che l’occhio di questo uragano ha il nome di un uomo, Gesù di Nazareth.

Certo, è noto altresì che il battito d’ali di una farfalla in Italia può determinare uno tsunami in Giappone. O, meglio, così ci è stato detto, ed è bello pensarlo, e quando è bello pensare qualcosa è segno che questa cosa non può essere del tutto campata per aria. In altre parole, chi ci dice che l’uragano non sia stato prodotto da un evento in realtà insignificante? È vero che alla nascita di Gesù gli angeli suonavano la tromba? Che quando fu battezzato la voce di Dio in persona infranse il silenzio? Sono tutte cose alle quali possiamo credere o non credere. Quello che sappiamo è che Gesù di Nazareth era un uomo come noi, e che morì tra lo scherno di alcuni, le lacrime di altri e nell’indifferenza dei più. Come succede sempre dappertutto.

Il racconto della vita di Gesù tra passione, morte e resurrezione colpisce per il suo realismo. Non ci sono riti d’iniziazione, sacrifici rituali, a parte il battesimo dei poveracci: ci sono dei sacerdoti molto preoccupati e piuttosto cinici, c’è un procuratore romano troppo debole politicamente, ci sono gli zeloti che vogliono la rivolta, c’è un partito filoromano (i sadducei) e ce n’è un altro, molto potente, che ben conosce l’arte della mediazione: i farisei. È un racconto oltretutto pieno di gentaglia, anche tra gli amici di Gesù. E di paura. Lo scrittore Sandro Veronesi osserva che nella sua versione originale il Vangelo di Marco termina con la parola «paura», mentre diversi storici fanno notare come le ultime parole di Gesù sulla croce («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?») non sono quelle giuste per un libretto propagandistico. Eppure per venti secoli hanno cercato di persuaderci che era tutta una frottola, che magari c’era qualcosa di vero ma non tutto, e sono stati così bravi da convincere anche i cristiani.

Domandiamoci: un cattolico dei nostri giorni, uno che frequenta la Chiesa, che va a messa e partecipa ai sacramenti, bene: pensate che alla domanda «Secondo te Gesù è resuscitato per davvero?» questo buon cattolico risponderebbe «sì» in tutta certezza? Per venti secoli hanno cercato di persuaderci che siamo soli nell’universo, che la solitudine è il dato iniziale, il punto di partenza di ogni impresa umana, e che la religione è parte essenziale del contratto sociale, e nulla di più. Eminenti studiosi hanno osservato che ciò che accadde in quei giorni a Gerusalemme somiglia troppo a un archetipo, a un racconto mitologico centrato sul tema della Vittima, come nella storia di Ifigenia, o come nel sacrificio di Isacco, o come nello scontro fatale tra Caino e Abele. L’eroe che muore, spesso prendendo su di sé le colpe di tutti, permettendo la rinascita di una moltitudine, appartiene ai miti universali che, secondo René Girard, esistono «fin dalla fondazione del mondo».

Questo modo di guardare alimenta a suo modo lo scetticismo: sono favole, miti fondativi, perciò non possono essere anche fatti di cronaca. Hegel dà grande importanza alla religione come pura interiorità, come sentimento dell’Universale, mentre bolla la pretesa cristiana di fondarsi su fatti storici, contingenti, in breve come fatti che nulla hanno di universale. Passi il mito fondativo, ma perché tutti quei soldati romani? perché un Giuda traditore?, perché tutti questi preti così poco mitologici? Non ci è forse simpatico Pilato, quest’uomo così fastidiosamente moderno, quando, non potendone più di tutto questo peso, si domanda che cos’è la verità?

Però un piccolo dato rimane fuori da questo quadro prezioso: l’esistenza di una domanda che ci accomuna, che ci tiene insieme, e che può essere dimenticata ma non cancellata; o, se vogliamo dirla altrimenti, il sentimento che, va bene, saremo anche soli, ma che da soli non ce la si fa a condurre in porto la carretta della nostra vita. Ce ne accorgiamo nel dolore, ma anche nei momenti in cui la vita ci consente di essere semplici, ad esempio quando la nostra squadra segna un gol, o quando una persona cara ottiene un successo, e noi scopriamo che, se quel successo fosse toccato a noi, non saremmo così felici. Possiamo essere dei farabutti, ma senza qualche piccolo istante di pura gratuità, in cui al centro della scena non ci siamo noi, senza qualche gioia semplice, che uomini saremmo? Queste cose le sappiamo, anche se non ci pensiamo mai.

La Pasqua, il passaggio, rinascere. Tutti noi, prima o poi, «nel mezzo del cammin», ci troviamo spersi, fragili, anche se poi ce ne vergogniamo. Tutti noi, prima o poi, ci rendiamo conto che la soluzione è una sola: nascere di nuovo, come disse Gesù a Nicodemo. Un passaggio, un fiume impetuoso da superare, la fine di un progetto sul quale avevamo puntato le nostre carte. Andare oltre. Ma qualcuno ci dovrà aiutare.

La soluzione alternativa che il mondo ci propone è una sola: avere sempre successo, vincere sempre, in un modo o nell’altro. Segnare il gol decisivo ai Mondiali, conquistare l’Oscar, o il Gratta-e-vinci, avere un nutrito profilo su Instagram, insomma fare di tutto per evitare lo scandalo della sconfitta, della morte, della perdita, che in ogni caso prima o poi ci sarà lo stesso.

La notizia più importante che sia mai stata data, in tutta la storia, è che in un dato momento questo grido che non si placa, e che anche nell’ultimo istante di vita dice «io non morirò», ha avuto una risposta nella storia, in un preciso punto geografico, in un anno registrato sui calendari.

È accaduto? Non è accaduto? La risposta a questa domanda – la risposta vera, quella che si nasconde nel cuore, non quella che diciamo con la bocca – è la decisione più importante che ciascuno di noi è chiamato a prendere nella vita.

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Sabrina Romagnoli (Siena, 1969), si definisce e viene definita "diversamente storica", essendo pure archeologa; ma, sempre per questa ragione, potrebbe esser considerata anche "diversamente archeologa", essendo pure storica. Di conseguenza la definizione di "topo da biblioteca" le va molto stretta, ed infatti chi la conosce sa quanto non le si addica. Laureata all'Accademia di Belle Arti a Firenze (e non solo), studiosa di arte ed in particolare di scultura, esperta di altorilievi e bassorilievi, il suo curriculum è molto ricco, ma per la curiosità dei nostri lettori preferiamo non raccontarvelo tutto in un colpo solo.

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