Il 12 settembre del 2018 sarà ricordato come un giorno nefasto per la controinformazione che non piace ai grandi cartelli del pensiero unico. La plenaria del Parlamento Europeo ha votato la nuova direttiva del copyright e ha approvato gli articoli 11 e 13, riguardanti rispettivamente l’implementazione di una Link Tax per le piattaforme online e degli Upload Filters.

La riforma europea per il copyright passerà ora al Trilogo (un incontro a porte chiuse tra membri del Parlamento e del Consiglio europeo) e ancora alla plenaria del Parlamento Europeo per un ulteriore seduta di approvazione prima di arrivare ai singoli stati membri dell’Unione Europea.

Gli europarlamentari che l’hanno votata, hanno esaudito le richieste della parte forte, editori e produttori discografici e cinematografici, ignorando quelle della società civile, dei blogger e del mondo accademico. La “riforma”, presentata quale soluzione di buon senso per regolare i controlli sulla circolazione delle informazioni online e sul caricamento di contenuti coperti da copyright senza autorizzazione, darà vita ad una censorship machine.

 

 

La direttiva capestro sul Copyright è stata adottata con 438 voti a favore, 226 contrari e 39 astensioni. Dopo averla respinta il 5 giugno, hanno approvato il “nuovo” testo con le modifiche proposte dal relatore Axel Voss.

A favore del provvedimento, Pd e Forza Italia. “La direttiva sul diritto d’autore è una vittoria per tutti i cittadini”, dice il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani. “Oggi, aggiunge Tajani su Twitter, il Parlamento europeo ha scelto di difendere la cultura e la creatività europea e italiana, mettendo fine al far-west digitale”. “Ha vinto l’Europa della cultura e della creatività contro l’oligopolio dei giganti del web”, dichiara l’europarlamentare del Pd, Silvia Costa, palesando ancora una volta la confusione che i “dem” fanno tra giganti veri e presunti, con sviste macroscopiche sugli oligopoli che realmente influenzano il mondo dell’informazione e la libertà di condivisione e di circolazione di idee, pensieri e contenuti.

Per l’europarlamentare del M5S, Isabella Adinolfi, si tratta invece di “una pagina nera per la democrazia e la libertà dei cittadini”. “Con la scusa della riforma del copyright, aggiunge, il Parlamento europeo ha di fatto legalizzato la censura preventiva. Il testo approvato oggi dall’aula di Strasburgo contiene l’odiosa link tax e filtri ai contenuti pubblicati dagli utenti. E’ vergognoso! Ha vinto il partito del bavaglio”.

Ancora più duro è il vicepremier Luigi Di Maio, che parla di un atto “che legalizza la censura preventiva” e di ingresso “in uno scenario da ‘Grande Fratello’ di Orwell”. Di Maio promette battaglia in tutte le sedi: “Sarà un piacere vedere, dopo le prossime elezioni europee, una classe dirigente comunitaria interamente rinnovata che non si sognerà nemmeno di far passare porcherie del genere. Un messaggio per le lobby: questi sono gli ultimi vostri colpi di coda, nel 2019 i cittadini vi spazzeranno via”.

 

 

L’art. 11, viene spacciato dai grandi quotidiani come l’unico mezzo che hanno gli editori per ottenere quegli introiti persi con l’avvento di internet. Gli editori lamentano che Google e Facebook incassano anche perché sul web gli utenti pubblicano link alle notizie dei giornali o fanno visita alle edicole digitali degli aggregatori di notizie.

Parliamo chiaramente dei grandi editori che potranno ricevere dei compensi “consoni ed equi” se dei “fornitori di servizi nella società dell’informazione” useranno i loro contenuti. Per fare un esempio, quando Google mostrerà un estratto di un articolo di un giornale (il cosiddetto snippet), dovrà stipulare un accordo con il giornale stesso facendosi autorizzare e pagando un compenso alla testata. I piccoli editori e quelli online puri vivono proprio grazie alla condivisione di link e alle comunità virtuali di lettori. Chi ha voluto la norma, ha dato per scontato il fatto che Google News e Facebook pagheranno. Ma se non dovessero farlo, come è già accaduto, verrebbero a mancare le “edicole online”, con conseguente minore circolazione di notizie, meno traffico e meno introiti, anche per chi ha chiesto questa norma.

Vi è un precedente assolutamente poco incoraggiante. Nel 2014 una legge simile è stata applicata in Spagna. Google invece di pagare ha chiuso Google News Spain causando un calo brusco del traffico verso gli stessi giornali che battevano cassa.

L’art. 13 impone alle piattaforme di mettere dei filtri (Upload Filters) quando si caricano i contenuti online, come su YouTube, per contrastare la violazione del diritto d’autore online. Finora erano il produttore o l’artista a dover segnalare se un loro video fosse online senza consenso. D’ora in poi l’onere si invertirà.

Se nonostante il sofisticato e costosissimo Content ID, anche YouTube, ha rimosso ingiustamente più volte video assolutamente leciti, non osiamo immaginare cosa possa accadere con gli altri canali, senza un call center da chiamare o form da compilare per chiedere il ripristino dei contenuti. Anche in questo caso è evidente l’erosione di libertà online.

“La decisione di oggi è un durissimo colpo all’internet libero e aperto”, ha dichiarato in un comunicato stampa Julia Reda, europarlamentare del Pirate Party e del gruppo Greens/EFA, nonché principale esponente del movimento che si è battuto contro la riforma.

“Supportando nuovi limiti tecnici e legali su ciò che possiamo pubblicare e condividere online, aggiunge” il Parlamento Europeo ha dato priorità ai profitti delle grandi aziende rispetto alla libertà di parola e si è allontanato dagli storici principi che hanno reso internet ciò che è oggi”.

Julia Reda ha pubblicato il risultato di chi ha votato per l’adozione dei filtri mostrando quanto sia evidente una forte spaccatura anche all’interno degli stessi gruppi parlamentari.

 

Nel comunicato, Reda ha evidenziato alcuni aspetti critici presenti nel testo approvato. Nel caso dell’Articolo 13, “Per ciò che riguarda i piccolo siti e le app, questa legge non lascia loro altra scelta se non installare degli upload filter poco affidabili”, spiega l’europarlamentare.

“Tutto ciò che vorremmo pubblicare, conclude, dovrà prima essere approvato da questi filtri e contenuti perfettamente legali come le parodie e i meme rischiano di finire nel fuoco incrociato”.

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