Peppino Basile

Questa è una di quelle tante storie che fanno gridare alla vendetta, perché sarebbe finita quasi nel dimenticatoio, se non fosse per l’impegno di coloro che vogliono davvero arrivare alla verità.

Già, la verità. Davvero come il vetro, trasparente se non è appannato. Ma in questo caso, non è né appannata, né trasparente. Semplicemente assente, perché in pochi la vogliono cercare, non interessa trovarla.

Questa è una storia che inizia esattamente dieci anni fa. Siamo in Puglia, nella sua parte più profonda, bella, ma anche misteriosa e complicata. Ugento, basso Salento. Una cittadina di 12mila anime a 60 km da Lecce. Nella notte tra il 14 e il 15 giugno 2008, infatti, un uomo viene ammazzato con oltre una ventina di coltellate mentre si apprestava a rientrare a casa.

La vittima di questo brutale assassinio si chiamava Peppino Basile, 62 anni, all’epoca dei fatti consigliere comunale e provinciale dell’Italia dei Valori, il partito fondato da Antonio Di Pietro, dove era entrato proprio nel 2004, dopo una lunga esperienza nei missini. Basile era un costruttore edile, ma soprattutto “il guardiano della politica”, come amava dire lui. “Faccio opposizione a prescindere” dichiarò in una circostanza.

Esagerava, perché le sue battaglie non erano a prescindere. Erano tutte, ma proprio tutte, a difesa del suo territorio. Come quella per la discarica di contrada Burgesi, 40 ettari di cave di tufo tra distese di uliveti pronte a diventare una pattumiera d’Italia, con tanto di fior fiori di denari già finiti nelle tasche delle ditte di smaltimento rifiuti. Contro il parco della Marina di Ugento, non un’area precisa ma pezzi di terra sparsi a macchia di leopardo, “fatti apposta per favorire gli amici con interessi nelle aree svincolate mentre chi è dentro rimane bloccato per la vita”, denunciava Basile all’amministrazione comunale.

Ma la lista è davvero lunga: contro l’abuso edilizio al villaggio turistico “Orex”, per la concessione della Pineta comunale e tante altre a difesa di un territorio dilaniato dal mix di malaffare, politica e potere del cemento. Un vero rompiscatole dal cuore d’oro, insomma. Studiava la carte ed era un segugio che non mollava l’osso: se il suo intuito fiutava la puzza della corruzione e dei maneggi sotto banco. Anche attraverso numerosi articoli su giornali e riviste locali.

Lotte, tutte legittime e giuste ma spesso portate avanti in solitaria, che fin dal principio gli hanno causato molteplici problemi. In quattro anni di mandato, infatti, tantissime le scritte di ingiuria e morte sui muri del Paese: “Peppino devi morire”, “Peppino sei nulla”, insieme a una testa di asino mozzata davanti alla porta di casa. Insulti, strali e offese che si sono concretizzati in una notte di tarda primavera che sembrava come tante.

A questa vicenda, che è già terribile di sé, se ne aggiunge un’altra. Portata avanti dai media e dalla magistratura. I primi hanno liquidato l’omicidio come un delitto passionale, soltanto perché Peppino era sposato, ma non viveva con la moglie e amava le donne. La seconda, dopo dieci anni di lavoro incessante, non ha ancora trovato un colpevole e un mandante. Non sono bastati tre processi, tutti conclusi con un verdetto di assoluzione, a fare luce sul delitto. Un’intera famiglia è stata travolta da una vicenda giudiziaria in cui, lo dicono le sentenze (di cui una già definitiva), non aveva colpe.

È quella dei suoi vicini di casa, un povero anziano cardiopatico e pure zoppo e un ragazzone ancora minorenne, assolti con formula piena per non aver commesso il fatto. E poi, come se non bastasse, piste alternative, criminalità, vendette, rancori, tradimenti e sospetti hanno tinto ancor più di giallo un delitto misterioso. Che altro non è che un delitto di mafia. Così come è stato per Renata Fonte, assessore comunale di Nardò assassinata nel 1984.

Da qualche tempo, su change.org è attiva una petizione per chiedere al nuovo ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, per riaprire le indagini sul caso. Sono state raccolte già oltre 16mila firme.

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