Quella che volge al termine è stata una settimana lacerante sul piano giudiziario. Vecchi interrogativi e nuovi dubbi hanno riempito le pagine dei quotidiani e reso incandescenti tanto i dibattiti dotti quanto le discussioni “popolane” su fatti di cronaca e pezzi di storia recente del nostro Paese.

Le parole di Fiammetta Borsellino a margine delle commemorazioni del venticinquesimo anniversario della strage di via D’Amelio, la sentenza dei giudici di Brescia per il processo d’appello a Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo anche in secondo grado per l’omicidio della giovanissima Yara Gambirasio, e “Mafia capitale” senza mafia dopo 21 mesi e 230 udienze, sono più di semplici campanelli d’allarme.

Tra le giovani generazioni di oggi, già devastate dalla precarietà strisciante e dall’assenza di prospettive incoraggianti per il futuro, è forte la sensazione di essere al cospetto di uno Stato incapace di dire la verità.

Se il 1992, con quelle speranze dilaniate dal tritolo, è il punto di partenza della disaffezione istituzionale che ha consentito ai “magliari” in doppiopetto di procedere alla svendita del Paese, questo 2017 è l’anno del disorientamento politico, economico e giudiziario.

Da Caltanissetta, Brescia e Roma non è venuta fuori una verità solare. Le gogne mediatiche, le inquisizioni formato talk show e le passerelle, non sono la “Giustizia” (con la “G” volutamente maiuscola).

Gli italiani necessitano di istituzioni autorevoli e al di sopra di ogni dubbio in cui credere e riconoscersi. Ai più giovani manca una “lieta novella” da ascoltare per riappropriarsi dei vecchi sogni e sentirsi parte integrante di un paese che non ha bisogno di eroi ma di uomini “normali” capaci di fare la storia con l’operosità quotidiana cristallina e silenziosa.

Tra i tanti ricordi del giudice Paolo Borsellino circolanti in questi giorni, abbiamo scelto questo della moglie Agnese, contenuto in “Ti racconterò tutte le storie che potrò” (edizioni Feltrinelli), scritto da Salvo Palazzolo.

Alle feste guardavamo gli altri ballare. Lui rideva come un matto, io protestavo. Allora mi faceva finire di parlare, poi mi chiedeva: «Agnese, ma tu perché stai con me? Io non ti do niente di tutto questo. Non sono il tipo di marito che torna a casa sempre allo stesso orario, si mette le pantofole, si siede davanti al telegiornale e poi nel pomeriggio porta la moglie in giro per una passeggiata». Faceva una pausa e mi diceva ancora: «Lo sai perché stai con me? Perché io ti racconto la lieta novella».
La prima volta che me lo disse rimasi spiazzata. Mi misi a piangere. Erano lacrime di felicità. Mentre lui continuava: «Io ti sollecito, ti stuzzico, ti racconto la lieta novella che sta dentro tante storie di ogni giorno. Ti racconterò tutte le storie che potrò. Così il nostro sarà un romanzo che non finirà mai, sino a quando io vivrò».

In questo estratto c’è tutto.

La lieta novella che sta dentro le tante storie di ogni giorno, l’amore per la famiglia, cardine della comunità, il rispetto delle istituzioni e quel “romanzo” che la gente ha bisogno non solo di leggere ma di ricominciare a scrivere. Oggi più che mai.

 

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