In un articolo di qualche settimana fa, ho preso un granchio clamoroso e voglio prendermene personalmente la completa responsabilità, avendo scritto che “la vittoria di Hillary è praticamente certa”.

Per fortuna non tutti coloro che scrivono su l’Opinione Pubblica hanno commesso lo stesso errore, ad esempio Leonardo Olivetti alla vigilia del voto aveva parlato di “sostanziale parità”.

Ha vinto Donald Trump, eppure nell’ultimo mese abbiamo tutti sentito ripetere incessantemente che i sondaggi davano la Hillary Clinton in vantaggio, talvolta anche netto, fino alla doppia cifra: questo fatto come si spiega? Si tratta di semplici errori da parte dei sondaggisti oppure è stata la stampa a selezionare quali sondaggi far diventare notizie?

Gli psicologi conoscono molto bene il rischio, insito nella somministrazione di interviste e questionari, del fattore di desiderabilità sociale: i soggetti intervistati talvolta omettono le proprie opinioni personali che percepiscono come socialmente indesiderate. Ci sembra del tutto verosimile che alcuni elettori, pur intenzionati a votare Trump, non lo avrebbero mai ammesso: lo stesso accadeva in Italia ai tempi dei grandi successi elettorali di Silvio Berlusconi oppure, ancor prima, della DC negli anni ’70 e ’80.

Ora si tentano delle analisi ex-post del voto: la distorsione dovuta alla preoccupazione per la desiderabilità sociale può esistere ancora, ma in misura minore, poiché il vincitore è stato sdoganato e gli intervistati possono pensare che se l’hanno votato da tanti forse non può essere un mostro.

La Clinton ha avuto meno voti del previsto da alcune categorie di elettori quali ad esempio i giovani, gli ispanici e soprattutto, cosa più grave, le donne. Il Partito Democratico statunitense ora viene criticato per aver puntato tutto su di lei, ostacolando l’emergere di alternative più credibili di Bernie Sanders che, pure, nelle primarie l’ha messa in difficoltà.

Che la famiglia Clinton rappresenti una dinastia potente, con un peso decisivo all’interno del partito d’appartenenza, è indubbio e ciò spiega la volontà di portare l’ex First Lady alla Casa Bianca, ma la convinzione di avere ottime chance di farcela veniva proprio dall’offrire all’elettorato la possibilità di votare la prima donna presidente della storia degli USA. In teoria avrebbe dovuto funzionare senza grossi patemi, poiché si poteva immaginare che l’idea piacesse a tutti i democratici, come a una parte di indecisi nonché a tutte le donne, comprese alcune abituate a votare repubblicano. Il fatto che dall’altra parte ci fosse un irrecuperabile maschilista poteva rendere la strategia ancora più efficace. Invece è andata in un modo del tutto diverso.

Come si spiega che la Clinton non abbia vinto, se non addirittura stravinto, almeno nell’ambito del voto femminile? Una ragione può essere costituita dal fatto che non si tratta di una donna qualsiasi, ma di una donna antipatica a molti e a molte, di un candidato che molti definivano debole, magari dandola comunque per vincente ma solo perché contro un candidato ancora peggiore. Un altro motivo però potrebbe essere costituito dal ricordo del suo comportamento ai tempi del celeberrimo ‘caso Lewinsky’: noi non possiamo sapere cosa sia successo davvero tra i coniugi Clinton, ma l’impressione che lei ha dato è di essersi dapprima arrabbiata moltissimo, com’è normale che fosse, come riportarono le cronache del tempo, per poi fare però, per amore o per calcolo, buon viso a cattivo gioco.

Il sospetto è che lei abbia quindi rinunciato a rivendicare la propria dignità, sacrificandola sull’altare della ragion di stato o ancora peggio della propria carriera, mettendo così il successo davanti alle proprie esigenze interiori, esistenziali: si tratta di un genere di scelta che poteva fare benissimo qualsiasi mediocre politico maschio.

Forse le elettrici hanno semplicemente pensato che non serviva proprio a nulla eleggere una donna che si comporta esattamente come farebbe un uomo, senza apportare alla vita politica niente di specificamente femminile.

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