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Negli ultimi giorni l’Etiopia ha manifestato un certo attivismo militare alle proprie frontiere, contro l’Eritrea ed il Sud Sudan, che riflette la sua atavica tendenza a scaricare verso l’esterno le proprie contraddizioni interne, dalla carestia ormai cronica allo storico scontro fra l’élite dominante e gli Oromo. L’Etiopia, in particolare, non ha gradito il fatto che tutti i suoi sforzi politici e diplomatici condotti sinora per isolare l’Eritrea a livello internazionale siano miseramente falliti nel momento in cui la Comunità Europea ha firmato con Asmara un importante accordo, valevole soprattutto in campo energetico e teso ad apportare grossi benefici al paese affacciato sul Mar Rosso. Infatti il premier etiopico Hailemariam Desalegn Bosch così s’è espresso lo scorso aprile davanti ad una delegazione di eurodeputati capitanata da Gianni Pittella: “Se l’UE darà aiuti all’Eritrea, l’Etiopia la invaderà. In sette giorni risolvo tutto e vi mando un milione di profughi in Europa”.

A quanto pare all’Etiopia, ormai, resta solo l’arma del ricatto. Ma fino a quanto è credibile questa arma? Il paese deve fare i conti con le pressioni interne degli Oromo, che si sentono esclusi dalla crescita che pure l’Etiopia negli ultimi anni ha avuto grazie soprattutto agli aiuti e agli investimenti dall’estero, e i cui benefici piovono soprattutto sulla regione del Tigray (è infatti il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray a governare Addis Abeba). La loro presa di coscienza mina ancor più di quanto già non lo sia la fragile impalcatura socio-politica del paese. Come può, l’Etiopia, avventurarsi in una guerra in una simile situazione di totale mancanza di compattezza interna? Ed infatti nessuno, né in ambito politico né mediatico, in Europa, ritiene più credibili le minacce etiopiche. L’Etiopia semplicemente non può permettersi una guerra e, se dovesse tentarla, finirebbe incontro al disastro come già stava per accadere nel 1998-2000, allorchè gli eritrei rimisero in pratica le vecchie strategie militari già adottate ai tempi dell’Operazione Stella Rossa lanciata da Menghistu e del vittorioso contrattacco dell’Operazione Fenkil scatenata dal Fronte Popolare di Liberazione Eritreo. Una micidiale manovra a tenaglia che scardinò, e che nuovamente scardinerebbe l’esercito etiopico, con gli innegabili risultati che la storia ci ha consegnato.

L’esempio dell’impossibilità etiopica di sostenere una guerra a lungo termine l’abbiamo avuto pochi giorni fa, per l’esattezza il 12 giugno, quando alle ore 5.00 l’Etiopia ha attaccato l’Eritrea presso Tzorona. Le perdite per gli etiopici sono state ingenti (le stime più prudenti parlano di 200 soldati morti ed altri 300 feriti), il che ha indotto Addis Abeba ad interrompere quasi subito le operazioni militari. Le truppe di Addis Abeba sono state del tutto ricacciate nei punti dove già si trovavano prima che iniziassero l’attacco. Sull’episodio le autorità etiopiche si sono prodotte in ben cinque diverse versioni: dal negare che ci fosse stato qualsivoglia scontro militare fino ad affermare che fossero stati invece gli eritrei a colpire le truppe etiopiche, “mentre stavano giocando a calcio”. L’Eritrea, dal canto suo, ha presentato e mantenuto una sola versione, quella che ha poi riportato anche al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, invocando una denuncia che però difficilmente arriverà.

Infatti Ban Ki-moon, ben guardandosi dal riconoscere quale fosse la vittima e quale l’aggressore, ha ben pensato di mettersi su una posizione equidistante, invitando “entrambe le parti a dar prova di moderazione”. Una dichiarazione fatta propria anche dal portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Ciò ha comprensibilmente provocato un enorme sconcerto presso il governo dell’Eritrea, che a tal proposito ha emesso un comunicato difficilmente travisabile. Mentre in un altro comunicato, Asmara fa sapere d’essere a conoscenza del fatto che ad aver istigato l’Etiopia contro l’Eritrea per questo ennesimo ed inutile massacro sia stata proprio Washington, e che a tempo debito lo dimostrerà.

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Nato a Pisa nel 1983. Direttore Editoriale de l'Opinione Pubblica. Esperto di politica internazionale e autore di numerosi saggi.

UN COMMENTO

  1. Su quello che riguarda l’attuale situazione rischiosa aria di conflitto tra l’Etiopia e l’Eritrea il presente articolo e’ da considerare un capolavoro di giornalismo che informa e non il contrario, dati verificabili precisi da ambedue le parti che nessuno puo disdire, reportage per eccelenza da considerare “didattico” ad altri giornalisti.
    Il ragionamento “Perche’ l’Etiopia non potra mai attaccare l’Eritrea…” e’ ben spiegato ma valido solo in ambito di contendenti normali, senza pregiudizi, il regime etiope non e’ un contendente normale bensi anormale semplicemente perche non e’ un governo libero ma un proxy d’altre nazioni che lo comandano secondo la loro voglia e capriccio ed inoltre i Weyane sanno che hanno fallito nei loro parecchi tentativi di sottomettere o eliminare Shaebia cioe’ l’Eritrea percio disperati e i disperati sono imprevedibili. Se l’ONU esiste e’ l’ora di farsi vedere.

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