Un'immagine del gasdotto TAP, che collega l'Azerbaijan all'Italia.

Probabilmente pochi hanno collegato gli ultimi fatti riguardanti il Nagorno-Karabakh all’ideale e alla politica della “Grande Armenia” che viene perseguita da Erevan fin dai primi giorni successivi al collasso sovietico. Come conseguenza della guerra che scoppiò in quei giorni e che durò fino al 1994, la regione azerbaigiana del Nogorno-Karabakh ed altri sette distretti adiacenti appartenenti all’Azerbaigian furono occupati dall’Armenia. Ben 750mila azerbaigiani che vi vivevano dovettero sfollare e diventare profughi interni, e la stessa sorte toccò anche ad altri 250mila azerbaigiani che fino a quel momento erano vissuti in Armenia. In totale ben un milione di azerbaigiani dovettero quindi fuggire nei territori ancora controllati da Baku, come consequenza della pulizia etnica messa in atto dalle truppe armene. Nel 1994 venne negoziato il “cessate il fuoco”, ma le trattative avviate dal “Gruppo di Minsk” per conto dell’OSCE non hanno da allora mai portato a risultati di particolare consistenza.

L’Armenia porta avanti rivendicazioni territoriali verso tutti i paesi al suo confine: oltre al Nagorno-Karabakh, parte integrante dell’Azerbaigian, contesta per esempio alla Georgia la regione di Samtshke-Javakheti e alla Turchia le sue regioni più orientali. Solo nei confronti dell’Iran, tuttavia non accampa apertamente rivendicazioni territoriali, nonostante la mappa di rivendicazioni territoriali degli armeni per la così detta “Grande Armenia” copra anche una parte dell’Iran, che resta l’unico paese limitrofo con cui l’Armenia mantiene relazioni strette.

Nel tentativo di crearsi un consenso internazionale, l’Armenia ha poi cercato di presentare il conflitto per il Nagorno-Karabakh come uno “scontro di civiltà” fra il Cristianesimo, di cui si presenta come un bastione nel Caucaso, e l’Islam rappresentato dall’Azerbaigian. In questo modo ha potuto raccogliere comprensione e sostegno da parte del mondo cristiano, o quantomeno ha tentato di raccoglierlo. Tuttavia, è difficile spacciare le proprie rivendicazioni territoriali come “conflitti di religione”, dal momento che esse riguardano anche la Georgia, altro paese cristiano nella regione. Ed anche i rapporti stretti dell’Armenia con la Repubblica Islamica dell’Iran e’ un’altra prova del fatto che il conflitto di Nagorno Karabakh non ha nulla da fare con il fattore religioso.

Il confronto fra i due paesi, più che sul piano religioso, dovrebbe essere condotto su quello politico, militare ed economico. L’Armenia ha nel suo territorio basi militari russe, vede le sue forze militari presenti anche al di fuori dei propri confini con l’occupazione del Nagorno-Karabakh, e deve agli aiuti economici russi e della diaspora gran parte del proprio sostentamento. Al contrario l’Azerbaigian non ha proprie truppe all’esterno e men che meno basi altrui nel proprio territorio, mentre economicamente è largamente autosufficiente tanto che addirittura il 75% del PIL nella regione caucasica è frutto proprio della sua economia. Con i paesi limitrofi, inoltre, non ha un rapporto di dipendenza o di bisogno, ma di cooperazione e di reciproco rispetto, a partire proprio dalla Russia.

L’Azerbaigian è un attore d’importanza fondamentale in numerosi progetti geopolitici ed energetici di livello internazionale: l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan ed il Southern Gas Corridor (SGC), formato da tre grandi gasdotti (il South Caucasus Pipeline, il Trans Anatolian Pipeline ed il Trans Adiatic Pipeline comunemente noto come TAP), che è uno dei più ambiziosi progetti di questo genere nel mondo. Lungo più di 3500 chilometri, attraversa sette paesi e coinvolge oltre dodici grandi compagnie energetiche, comportando un investimento di 45 miliardi di dollari necessario a portare il gas del Caspio fino alla Regione Puglia, in Italia.

A tal proposito sono state intraprese molte misure per implementare il progetto. Il 29 febbraio del 2016 Baku ha ospitato il secondo incontro del Southern Gas Corridor Advisory Council, dove il progetto ha raccolto il pieno consenso delle varie cancellerie statunitense ed europee. Tra i presenti si potevano annoverare Federica Mogherini, alla guida degli esteri comunitari, Maroš Šefčovič, Vice-Presidente della Commissione europea e Commissario europeo per l’Unione Energetica ed il sottosegretario Claudio De Vincenti. È stato deciso che il prossimo 17 maggio si terrà una cerimonia dedicata al TAP, ultima tappa dello SGC.

Per finanziare il progetto l’Azerbaigian ha piazzato i suoi bond dal valore di due miliardi di dollari sui mercati internazionali a partire da febbraio. Per l’occasione sono state scelte grandi banche come Citibank, JP Morgan oltre all’italiana Unicredit. Successivamente sono arrivate altre buone notizie, come la raccolta dell’Eurobond da un miliardo di dollari in dieci anni al tasso del 6,875% e l’approvazione da parte dell’Unione Europea dell’accordo con la Grecia per il TAP, a cui è stato garantito un apposito regime fiscale per venticinque anni.

Tra il 31 marzo ed il 1 aprile il Presidente Ilham Aliyev s’è recato a Washington, per partecipare al Quarto Summit sulla Sicurezza Nucleare, cosa che ha dato nuova linfa ai già fecondi rapporti fra l’Azerbaigian e l’Occidente. Baku coltiva fin dai primi giorni dell’indipendenza una politica di dialogo costruttivo con l’Occidente, come testimoniato dalla presenza nell’OSCE e nel Consiglio d’Europa, e questo evento senza dubbio s’inserisce nel solco di questa ormai storica tradizione.

Questo lungo discorso serve a far capire come lo scontro fra Armenia ed Azerbaigian sia più di stampo geopolitico, economico ed energetico che religioso o culturale e che il conflitto di Nagorno Karabakh si utilizza come uno strumento di pressione sull’Azerbaigian per la sua politica energetica e le sue scelte strategiche. È quindi comprensibile la preoccupazione dei vari osservatori internazionali nel vedere l’Azerbaigian, nazione ormai sempre più inserita nel consesso mondiale e lodata per la sua condotta pacifica e costruttiva, venir risucchiato o comunque suo malgrado coinvolto in un annoso conflitto regionale per una scelta unilaterale dell’Armenia. Qualsiasi soluzione volta a riportare la pace nella regione, ricorda Baku, sarà possibile e sortirà effetto soltanto quando si faranno valere le ben quattro risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che impongono il ritiro armeno dal Nagorno-Karabakh e dei distretti adiacenti dell’Azerbaigian.

A tal proposito può essere interessante andare a leggersi le dichiarazioni di alcuni parlamentari italiani, come ad esempio Nicola Latorre, secondo cui l’attenzione della comunità internazionale sulla crisi del Nogorno-Karabakh sia storicamente “troppo debole”, andando ad accentuare così la gravità di una situazione che fin dal principio vede il mancato rispetto dei documenti internazionali finora elaborati e che potrebbe “degenerare”. Il Senatore Latorre, Presidente della Commissione Difesa, vede pertanto come “essenziale il rispetto del cessate il fuoco astenendosi da ulteriori ostilità”, avvertendo che “non può esservi una soluzione militare al conflitto”. “Sarebbe auspicabile”, prosegue, “che siano ripresi gli sforzi negoziali con l’iniziativa del Gruppo di Minsk e dei tre co-presidenti”. “Nel rafforzare l’importanza del rispetto delle risoluzioni dell’ONU quale passaggio fondamentale per realizzare una definitiva soluzione pacifica”.

Secondo il Senatore Sergio Divina, “L’ennesima aggressione armena che ha coinvolto anche la popolazione civile ha comportato una risposta azera ed ha riacceso un conflitto mai sopito. Ben quattro risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 1993 chiedono il ritiro delle forze armate dell’Armenia” e “Noi vorremmo umilmente che il Parlamento ed anche il Governo italiano si esprimessero nel denunciare questa situazione e si attivassero almeno per far applicare le molteplici risoluzioni, al fine di trovare una soluzione pacifica, nonche´ per obbligare le forze militari occupanti dell’Armenia a seguire le decisioni internazionali”.

Il Deputato del PD Cristina Bargero, invece, afferma che “il conflitto del Nagorno Karabakh è ancora in corso, tra il silenzio della comunità internazionale, nonostante siano numerosi i documenti internazionali che rivendichino la sovranità dell’Azerbaigian sui territori occupati dell’Armenia e chiedano il ritiro delle Forze armate dell’Armenia. Noi chiediamo che anche il Governo italiano si impegni nel richiedere, insieme alla comunità internazionale, l’applicazione della normativa esistente, tra cui quattro risoluzioni del Consiglio di sicurezza e dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite”.

Dello stesso avviso Maria Rizzotti: “Da oltre vent’anni, con l’occupazione militare da parte dell’Armenia del Nagorno-Karabakh, regione dell’Azerbaigian, e delle sette regioni azerbaigiane circostanti, l’Armenia ha invaso, in cifre, il 20 per cento del territorio dell’Azerbaigian, causando pulizia etnica degli azerbaigiani, distruzioni e rovina del patrimonio storico dell’Azebaigian in questi territori. Quando si parla del conflitto del Nagorno-Karabakh tra Armenia ed Azerbaigian è importante ricordare che ci sono quattro risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, nn. 822, 853, 874 e 884 del 1993, che invocavanoil ritiro delle forze armate armene dai territori dell’Azerbaigian occupati. Tali risoluzioni sono state ripetutamente ignorate, cosı` come altri documenti dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, del Consiglio d’Europa, dell’Unione europea, del Parlamento europeo, di OSCE e della NATO. Ultima, in ordine temporale, la risoluzione del Parlamento europeo del 23 ottobre 2013, in cui si dice che la risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh tra Armenia ed Azerbaigian dovrebbe essere conforme alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e ai principi fondamentali del Gruppo di Minsk dell’OSCE, sanciti nella Dichiarazione comune del G8 dell’Aquila del 10 luglio 2009. Finche Armenia non ritire le sue truppe armate dei territori occupati dell’Azerbaigian sarà impossibile evitare l’ostilità”.

Infine il Senatore Gianluca Castaldi, del Movimento 5 Stelle, così s’esprime: “Sul conflitto, quello del Nagorno-Karabakh, sono stati scritti interi libri e trattati. Ci sono risoluzioni dell’ONU (ce ne sono ben quattro del Consiglio di Sicurezza dell’ONU) e documenti dell’OSCE, ma, a distanza di ventiquattro anni, ancora tutto resta irrisolto. L’aspetto che drammaticamente preoccupa, guardando l’attualità, è quello che è accaduto negli ultimi giorni. Scontri sulla linea di contatto tra le forze armene ed azere sono consequenze della occupazione perdurante dei territorio dell’Azerbaigian. Sono molto contento che le parti abbiano accordato il cessato il fuoco, però per una duratura pace nella regione è importante il ritiro dell’esercito armeno dai territori occupati dell’Azerbaigian”.

Crediamo dunque di poter affermare che il Governo italiano potrebbe giocare un ruolo di rilievo nella soluzione della questione, e che sarebbe tenuto a farlo, proprio in virtù del fatto che l’Azerbaigian è un partner strategico per l’Italia. Le relazioni tra i nostri stati sono infatti regolate da una Dichiarazione congiunta di partenariato strategico, adottata durante la visita del Presidente dell’Azerbaigian in Italia nel 2014, che copre tutte le aree di rapporti tra i due paese: politica, economica, culturale.

Importante è l’agenda economica che l’Italia condivide con l’Azerbaigian, non solo per le questioni energetiche prima accennate, ma anche perchè ci sono numerose importanti società italiane che lavorano in Azerbaigian e l’Azerbaigian e’ diventato negli ultimi anni uno dei più importanti destinatari dell’export italiano nel bacino del Caspio, le sue infrastrutture moderne posizionano il paese come importante ponte verso l’Asia Centrale per l’export italiano. E’ necessario che il conflitto trovi una soluzione che tuteli questi interessi italiani strategici.

Inoltre l’Italia, ed è importante ricordarlo oggi, ha esperienza e conoscenza del tema del conflitto del Nagorno-Karabakh tra Armenia ed Azerbaigian. E’ stata l’Italia infatti a presiedere per prima il gruppo di Minsk e sotto la sua guida fu elaborato un piano di soluzione che prevedeva il ritiro progressivo delle forze armate armene dei territori occupati.

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