Pink Floyd

Come purtroppo sappiamo, molte storie del Rock (e della musica popolare tout court) finiscono in tragedia. Il caso dei Pink Floyd è singolare in questo senso: una delle sventure peggiori della storia della musica è seguita da uno dei colpi di fortuna più luminosi della stessa.

Alla perdita di un leader amato e carismatico segue infatti una nuova leadership fortunata e intelligente, in molti frangenti memorabile. Nel 1967 Nick Mason (batteria), Rick Wright (piano e tastiere), Roger Waters (basso e chitarra acustica), registrano il loro debutto discografico, intitolato The Piper At The Gates Of Dawn (Il flauto alle porte dell’alba), titolo preso in prestito dal classico per bambini di Kenneth Grahame, “Il vento tra I salici”, capitanati dal cantautore e chitarrista Syd Barrett.

The Piper At The Gates Of Dawn è un disco importante e atteso, registrato nei mitici studi di Abbey Road da Norman Smith, il tecnico del suono dei Beatles. La vena creativa barrettiana, d’altro canto, centra in pieno i contenuti di quell’era musicale che oggi chiamiamo psichedelica: il recupero delle facoltà immaginative proprie dell’età infantile ed in secondo luogo un senso di totale distonia con la realtà dei “normali”, recepita come ostile. È un esordio col botto, pregevole in più di un senso: possiede lati estremi e al tempo stesso una soffice vena melodica; e soprattutto, può vantare una peculiare capacità di rischiare.

Forti di cotanto esordio, i Pink Floyd volano negli Stati Uniti per un tour che dovrebbe segnare la loro definitiva consacrazione. Ma è allora che succede l’imprevisto: Syd Barrett, il leader sino ad allora indiscusso del gruppo, raggiunge presto un tale stato di deterioramento mentale grave al punto di sabotare le performances del gruppo di continuo. Non si presenta sul palco, quando si presenta è assente e scoordinato, fatica a parlare coerentemente durante le interviste, contravvenendo alle regole minime dell’autopromozione.

I Floyd, spiazzati da tale atteggiamento, immaginano una formazione a cinque, con Barrett a lavorare come membro esterno e un suo vecchio amico dei tempi del liceo, David Gilmour, a coprire i ruoli del canto e della chitarra solista. Nessuno conosce con precisione cosa sia successo a Syd Barrett: chi parla di una schizofrenia conclamata ed incurabile, chi di una sorta di overdose da acido lisergico, chi semplicemente sostiene che la mente di Syd fosse troppo geniale per poter essere intrappolata dentro i luoghi comuni dello show business. L’unica verità certa – lo testimoniano due dischi solisti e una manciata di brani inediti – è che il Rock perde uno dei suoi autori più genialmente infantili, delicati e personali.

A quel punto in molti potrebbero scommettere sulla fine del gruppo. Ma per gli appassionati della musica alternativa di quegli anni arriva una piacevole sorpresa: I Pink Floyd danno ad intendere, con il loro secondo album, A Saucerful of Secrets, che non hanno alcuna intenzione di fermare il loro progetto sonoro. Sin dalle iniziali, frenetiche note della prima traccia, viene ad esprimersi una band vitale, creativamente ispirata, con Barrett come elemento di contorno (suonerà la chitarra in due brani, ne scriverà uno solo) e brani dalla scrittura matura e convincente. Wright scrive due brani di trasognata bellezza (Remember a day e See-Saw) mentre altrove la band si spinge in direzioni più estreme (ad esempio il brano che dà il titolo al disco). L’addio di Barrett, “Jugband Blues”, merita attenzione particolare per via della sua dicotomia interna: è un brano dove l’autore ci saluta con una serie di metafore sulla propria vita lontana dal successo e lo fa attraverso il paradosso di una musica semplice e spensierata.

D’ora in poi, i Pink Floyd diventano qualcosa di simile ad un laboratorio musicale dedito alla sperimentazione. Il disco successivo, Ummagumma, è un’evidente dimostrazione di tale concetto. Innanzitutto si presenta come un doppio: il primo disco è dal vivo, ci offre delle versioni dilatate, sinistre, alienanti di brani scritti e registrati in precedenza. I Floyd si liberano da catene razionali e temporali creando un’ipnosi musicale dal fascino oscuro e penetrante. Il secondo disco è organizzato sulle personalità individuali dei componenti del gruppo: sono quattro sezioni, ciascuna delle quali dedicate ad uno di essi.

È un esperimento, con, in alcuni casi, accenti di musica contemporanea: si passa dal piano impazzito di Wright – che nella sua sezione ci regala anche un primo assaggio di prosopopea wagneriana – che ritroveremo poi nel lavoro successivo – alle sognanti note offerte da Waters, nei suoi dolci ma “irregolari” brani cantautorali; dagli assoli e dai loops di David Gilmour ai ritmi possenti ed ipnotici di Nick Mason. In ultima analisi, Ummagumma è un capolavoro soprattutto perché mette in discussione l’idea classica di bellezza, il cliché del gruppo rock di successo, e la tipicità musicale di quegli anni.

Ad esso segue un altro grande traguardo nel 1970: Atom Heart Mother. Se per “progressive”, si intende una commistione tra Rock e Musica Classica, Atom Heart Mother è uno dei dischi più autorevoli in tal senso. Il primo lato è una suite lunga, dai toni suggestivi ed epici, che però scorre in maniera miracolosamente fluida e convincente. Con i suoi esperimenti, le sue influenze wagneriane, i suoi cori ed i suoi cambi di umore , rappresenta uno dei punti più alti della ricerca musicale di quegli anni. Il lato B del disco, invece, è composto da canzoni più convenzionali, tutte scritte con grande maestria. Waters ci incanta con la delicata e liricamente profonda “if”; Rick Wright ci regala la melodica, nostalgica e maestosa “Summer of ‘68”, una delle sue composizioni più belle. David Gilmour scrive la romantica e mccartiana “fat old sun”, mentre il disco si chiude con una formidabile improvvisazione ordinata in più parti: “alan’s psychedelic breakfast”.

Il disco successivo, Meddle, è strutturato in maniera diversa dal precedente, e nonostante un’apertura fulminante e aggressiva (One Of These Days), prosegue con atmosfere quiete e rilassate, sino a culminare nella nuova, lunga suite, Echoes, mutevole e sperimentale, ma completamente diversa nei contenuti musicali della precedente Atom Heart Mother.

Le due colonne sonore More e Obscured By Clouds sono da entrambe da segnalare; la prima per la presenza di alcuni brani Hard Rock poco aderenti al resto della discografia, e la seconda per un cantautorato che si fa strada facendosi più fluido e accessibile.

Arrivati nel 1972, i Pink Floyd hanno già detto molto, e hanno dalla loro parte alcuni capolavori ed un pubblico pronto a seguirli. All’apice della loro carriera arriva quindi il disco più famoso, quello maggiormente presente nell’immaginario collettivo e con un successo di vendite spaventoso: The Dark Side Of The Moon.

Dark Side è un concept album sul tema della vita, su quella parte della vita nella quale molti di noi non hanno il coraggio di guardare. Il disco parte con un chiaro simbolo dell’essenza vitale: il battito di un cuore, che scivola nel primo brano vero e proprio, Breathe. Time, è una riflessione sul nostro correre terreno, Money è una finestra autoironica sui risultati del successo. Us And Them è un brano sulla dissociazione dal sistema sociale, se letto in senso generale, anche se leggendo la biografia di Roger Waters, sarebbe lecito chiedersi se non sia anche una riflessione sulla guerra e sui perché senza risposta ad essa correlati. The great gig in the sky è un’improvvisazione vocale che ha fatto epoca per la sua intensità da soprano, mentre Brain damage è un ricordo di Syd Barrett (e, come vedremo, non sarà l’ultimo). Il disco, preso nel suo insieme è ben riuscito, grazie al suo pregevolissimo tessuto sonoro, al lavoro di squadra con il tecnico del suono Alan Parson, e all’esperienza di studio di registrazione acquisita sino ad allora dal quartetto. Va anche detto , pero’, che la qualità di scrittura è più debole che in precedenza. Le due colonne portanti del lavoro sono, come già detto, il suono e i contenuti lirici: sono queste a reggere la struttura di un disco che la storia ha voluto capitale, a nostro avviso , anche oltre i suoi meriti effettivi.

Il disco successivo, Wish You Were Here, è un’altra opera concettuale legata interamente alla figura di Syd Barrett. Il membro originario dei Floyd è esplicitamente omaggiato nella suite di apertura Shine on you crazy diamond, e nella canzone che da il titolo all’album, che è il brano più melodico e accessibile di tutta la discografia. Wish You Were Here, è un disco più diretto e meno artificioso di Dark Side e porta in sé la nostalgia non solo verso chi è assente, ma anche verso tempi storici considerati migliori (la fine dei ’60). Syd Barrett presenziò brevemente alle sessioni dell’album, nessuno del gruppo lo riconobbe. Un’epoca dei Floyd si reincontrava con un’altra, era evidente come le due non riuscissero per nulla a comunicare.

Animals del 1977 è un tipico esempio di disco di transizione tra due opere maggiori, ancora una volta concettuale, e ancora una volta basato interamente sui testi di Roger Waters. Piacevole ma non memorabile, è interessante per via di tematiche specifiche che verranno sviluppate appieno nel disco successivo.

Waters, tuttavia, tocca il suo apice narrativo, sia per quanto riguarda la durata complessiva, sia per quanto riguarda la chiarezza dei contenuti, in The Wall. Questo lavoro del 1979 è una monumentale, severa, autobiografica critica alla società moderna e ad i mostri che essa ha creato. È, in particolare, un dito puntato contro l’educazione in senso accademico, legata in Inghilterra al discorso delle classi e del prestigio sociale. È un disco profondo, meditato ed irripetibile, come d’altronde lo era stato l’altro grande successo commerciale del gruppo, The Dark Side Of The Moon

Dopo The Wall, Waters si esercita su un altro album concettuale, The Final Cut, che vede dimissionario il grande, storico tastierista del gruppo, Richard Wright. Non incisivo quanto The Wall, The Final Cut rappresenta comunque un dignitoso canto del cigno per Roger Waters (È il suo ultimo disco con il gruppo). I temi sono la Guerra – in particolare l’invasione delle Falklands da parte dell’esercito britannico , su ordine di Margaret Tatcher – gli ideali traditi, e molti ricordi di gioventù. La critica di professione sarà profondamente divisa nel giudizio: alcuni elogeranno le sue ultime fatiche descrivendolo come il disco art rock per eccellenza; altri lo bocceranno insinuando che si tratti di una collezione di brani di seconda schiera.

Dopo il 1979, la frattura tra i membri del quartetto, cominciata nel periodo di lavorazione a The Wall, si fa insanabile. Una spiacevole battaglia legale si scatena tra Waters ed il resto dei Floyd, circa l’uso della loro ragione sociale. Gilmour & Co. avranno la meglio: ottengono i diritti sul nome e tornano a pubblicare, nel 1987, A Momentary Lapse Of Reason. È un disco commerciale, radiofonico nella scelta dei brani, nessuno dei quali particolarmente memorabile.

Meglio il lavoro successivo, The Division Bell con brani melodici e godibili, ma più interessanti. Ancora una volta i temi sono quelli dell’alienazione, della comunicazione con il prossimo come ultima salvezza e della gioventù, ora beatificata da un’aura di luminosa lontananza (la canzone High Hopes che chiude il disco ne è l’esempio migliore).

Syd Barrett ci lascia nel 2006, provocando una prevedibile ondata emotiva, e una lunga serie di tributi. (su tutti il cd offerto dalla rivista inglese NME merita l’esperienza d’ascolto).

Richard Wright si spegne nel 2008. Il sigillo finale della discografia dei Pink Floyd, The Endless River (2014) è ideato come un tributo estremo e sentito al tastierista. Il suo contributo alla musica della band merita giusta attenzione e giusto riconoscimento, anche postumi.

Al momento in cui scriviamo, facciamo notare che è in programma un box set dedicato agli Anni Verdi del gruppo, The Early Years, appunto, che farà luce sui procedimenti creativi evolutisi in quegli anni “dietro le quinte”. Un buon ascolto a tutti i lettori.

Elias Fiore

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