È il 19 luglio 1915, dopo il brusco impatto con le robuste difese austro-ugariche sul ciglione carsico sperimentate durante la Prima Battaglia dell’Isonzo (23 giugno-7 luglio), le truppe italiane sono pronte a far scattare la Seconda. Il capo di Stato Maggiore, Generale Luigi Cadorna, vuole arrivare a Gorizia, anche se il capoluogo isontino è protetto dai capisaldi del monte Calvario e del monte San Michele, in mezzo ai quali si stende un intricato campo trincerato. “Monti” per modo di dire: si tratta di alture di altezza fra i 200 ed i 300 metri sul livello del mare, ma su quelle cime i battaglioni dell’Imperial-Regio esercito hanno scavato trincee e camminamenti, posizionato artiglierie e mitragliatrici, eretto campi di filo spinato e cavalli di frisia.
Dopo che nei giorni immediatamente successivi all’entrata in guerra del 24 maggio 1915 il Regio Esercito sul fronte isontino aveva occupato senza difficoltà la fatale Caporetto, Cervignano del Friuli, Grado (che diventerà una base di cacciatorpediniere), Cormons e Aquileia (le cui vestigia romane gli intellettuali irredentisti additavano come prova del radicamento latino e italico nel territorio), lo straripamento del Canale Dettori, la distruzione dei ponti sull’Isonzo e gli apprestamenti difensivi sui primi rilievi dell’altipiano carsico frenarono la marcia verso Trieste e la valle del Vipacco, dalla quale si voleva giungere a Lubiana per poi puntare direttamente su Vienna. Il Comandante in Capo cominciò così ad adottare la tecnica delle spallate, atte a indebolire e quindi sfondare le linee nemiche: gli assalti frontali compiti da truppe tedesche o dell’Intesa sul fronte occidentale non avevano nulla di diverso, ma nella fase iniziale del conflitto l’artiglieria italiana era estremamente debole ed incapace di fornire adeguato fuoco di preparazione.
Così pure quel 19 luglio il monte Calvario (Podgora nella toponomastica slovena) era stato solo leggermente scalfito dal tiro dei calibri italiani: ciononostante, partirono gli assalti alle posizioni nemiche. Il 36° reggimento fanteria avrebbe dovuto far saltare il dispositivo difensivo, dopodiché il II e III battaglione del neocostituito Reggimento Carabinieri Reali avrebbero dovuto infiltrarsi, prendere il controllo di Gorizia e garantire l’ordine sino all’arrivo dei rinforzi. Sennonché la prima ondata d’assalto venne falciata e toccò ai Carabinieri riprendere il disperato assalto, mentre la brigata Re mandava uno dei suoi reggimenti in appoggio sull’altro versante della quota. Al termine di una giornata di furibondi combattimenti, le linee italiane in questo settore risultavano avanzate di poche decine di metri, nelle retrovie erano giunti 143 feriti, 11 erano i dispersi e 53 i morti. Tra questi, 9 giovani provenienti dalle terre irredente e inquadrati nella brigata Re, in particolare Pio Riego Gambini, il quale meritò la Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria con la seguente motivazione:
Volontario irredento, pieno d’entusiasmo nell’attacco di forte posizione nemica, arditamente superò, fra i primi, le trincee nemiche. Ferito al collo, continuò a combattere e ad incoraggiare i compagni nel persistere della lotta, fino a che venne nuovamente colpito a morte. Podgora 19 luglio 1915
Il successivo 3 dicembre, nell’ennesimo assalto alla vetta del Calvario, sarebbe caduta, meritando ugualmente la Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria, pure un’altra figura di spicco dell’irredentismo giuliano: Scipio Slataper, collaboratore de La Voce di Giuseppe Prezzolini ed autore fra l’altro de Il mio Carso.
Il 19 luglio 1919 Capodistria, la sua città natale finalmente unita all’Italia, dedicò a Gambini un’erma marmorea, opera dello scultore Ruggero Rovan, ma al di là dell’episodio bellico, la vita di Pio Riego era stata fin dagli inizi improntata al patriottismo di matrice mazziniana e garibaldina. Coerentemente a tali valori, il giovane capodistriano (classe 1893) aveva fondato il Fascio Giovanile Istriano il primo ottobre 1911, dopo che nel mese di settembre le colonne de L’Emancipazione, giornale che era il punto di riferimento della sinistra irredentista nel Litorale Austriaco, avevano presentato e dato ampio spazio alle sue rivendicazioni, nonché ai suoi intenti di salvaguardia della lingua e cultura italiane in Istria e di attivismo politico e patriottico. Nonostante gli intoppi ed i controlli della polizia austriaca, la manifestazione fondativa del Fascio Giovanile si rivelò una solenne cerimonia patriottica, alla quale aderirono circa 300 giovani mazziniani, provenienti non solo dall’Istria, ma anche da Trieste. Rivendicando tra i propri esempi il sacrificio di Guglielmo Oberdan ed il drappello di garibaldini istriani delle guerre d’indipendenza e dei conflitti per la libertà dei popoli oppressi, costoro intendevano creare finalmente una struttura solida e bene organizzata, tale da contrapporsi alla vecchia generazione partitica in tutte le sue connotazioni.
“Se tutti i giovani non ancora corrotti verranno al fianco nostro e con noi combatteranno, il popolo d’Istria, anche se non vedrà in breve compiuti i propri destini, sarà almeno pronto agli eventi, che sintomi non ingannevoli annunciano gravi e vicini” dichiaravano i promotori del Fascio Giovanile Istriano nell’autunno 1911 e di lì a poco la storia avrebbe dato loro ragione.
Lo scoppio della Prima guerra mondiale, infatti, avrebbe chiamato direttamente in causa l’irredentismo locale, con particolare riferimento alle giovani ed esuberanti generazioni: nazionalisti e democratici partirono volontariamente per l’Italia per scampare alla chiamata alle armi asburgica e cominciare invece a fomentare l’interventismo nella penisola. In particolare la nutrita pattuglia di mazziniani (tra i più celebri Nazario Sauro, Giuseppe Vidali, Carlo e Giani Stuparich, Pio Riego Gambini, Gabriele Foschiatti, Ercole Miani, Diomede Benco, Giovanni Grion, Antonio Bergamas e Giuseppe Pagano-Pogatschnig) invocava la discesa in campo dell’Italia non solo per completare il percorso risorgimentale con l’annessione delle terre irredente da cui provenivano, ma pure al fine di lanciare una sorta di crociata contro l’Austria finalizzata a ottenere la liberazione dei popoli oppressi: il mito mazziniano della missione salvatrice di Roma marciava ancora alla testa di questi giovani. Quest’ispirazione aveva pure dettato i toni del proclama indirizzato al momento dell’entrata in guerra dell’Italia da Pio Riego Gambini ai giovani istriani e sottoscritto da Luigi Ruzzier, Piero Almerigogna e Luigi Bilucaglia:
Giovani Istriani,

la Madre, non più sorda al nostro grido d’angoscia e d’invocazione, ha mandato il fiore dei suoi figli a ricacciare i barbari da questa terra, che la natura e la storia fecero e la tenacia nostra conservò italiana. Un secolo di oscuri sacrifici e d’ignorati martiri ci serbò a questo giorno, non ce lo meritò: la libertà non si merita che col sangue. La debolezza nostra o la strapotenza dei dominatori ci impedì di avere anche noi la nostra epopea insurrezionale; ma infelici quei popoli che non sanno come la libertà non si conquisti che a prezzo di lacrime e di sangue! Tra le gioie di una troppo facile indipendenza, dimenticheranno troppo presto le angosce della schiavitù, le ansie e i pericoli della liberazione. Se non abbiamo potuto morire sulle barricate, tra il baglior degl’incendi e il crepitar delle fucilate, nella rivolta, corriamo a morire, accanto ai fratelli d’ogni parte d’Italia, nelle trincee: e il nostro giovine e puro sangue sia come il prezzo del nostro riscatto, sia come l’offerta della nostra gratitudine.
Giovani Istriani,

quanti non siete immemori delle più pure glorie ed indegni dei più alti ideali di nostra gente, stringetevi intorno al tricolore della Patria per la prima volta e per sempre libero al nostro vento. E sia infamia eterna a chi non risponderà a questo nostro appello fraterno e gloria imperitura sia a chi cadrà, baciato in fronte dalla Vittoria, tra i canti della Patria liberatrice.

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