angela merkel, david cameron

Di fronte alla recrudescenza nel dibattito pubblico di stantie retoriche “europeiste” post referendum britannico, tocca purtroppo ripetere cose che a torto si davano ormai per assodate.
Le parole di Schauble, a margine dell’ennesimo e inutile vertice europeo Merkel-Hollande-Renzi, sono chiare: “no a maggiore integrazione nell’eurozona”. Nonostante tutto si continua imperterriti ad invocare “più Europa” che non è altro che una formula vuota e mal precisata nelle sue implicazioni politiche – ognuno le declina a modo suo – mai all’ordine del giorno. Manca la volontà politica per cooperare e se c’è una cosa che questi anni di declino ci hanno insegnato, questa è che le distanze tra i paesi europei aumentano e le probabilità di mediazioni tra interessi divergenti diminuiscono drasticamente.

In primo luogo va ricordato come la Germania, sebbene abbia un ruolo preminente nelle istituzioni europee, è un paese troppo fragile per essere il leader del continente. Sia culturalmente che dal punto di vista esclusivamente macroeconomico, un paese che deprime la domanda interna e che esporta più del 40% del suo PIL non potrà mai essere la “locomotiva” dell’UE. Un leader deve saper fare accettare di buon grado la sua egemonia, garantendo benefici ai suoi partner; un paese che mantiene un surplus commerciale altissimo, che esporta deflazione e impone competizione salariale al ribasso non ha alcun intenzione di avere un atteggiamento cooperativo nei confronti dei membri del mercato unico e dell’Eurozona.

Anche per questo motivo la paventata e demenziale ipotesi di “punizione esemplare” – che ha solo causato panico ai mercati e alla popolazione britannica – verso Regno Unito, reo di aver votato per l’uscita dall’Unione, non ci sarà. Sarebbe infatti autolesionista punire un paese che è importatore netto di beni dall’Eurozona, nonché il terzo partner commerciale dell’economia tedesca stessa.

In questo modo, ogni avvenimento – crisi migratoria, guerre alle frontiere, attacco speculativo ai debiti sovrani, deflazione, ecc… – sembra uno scossone capace di far tremare la fragile impalcatura europea, impreparata ad affrontare qualsiasi tipo d’imprevisto. In una situazione siffatta è incomprensibile come, tanto a livello comunitario quanto a livello nazionale, si eviti coscientemente di predisporre vie alternative. La gestione della Brexit è l’ultimo esempio tangibile d’impreparazione strategica. Le istituzioni europee non si erano preoccupate di attenuare gli effetti negativi di un risultato pro “leave”, avendo di converso contribuito ad aumentare l’isteria dei mercati dimostrando inadeguatezza anche con dichiarazioni sciocche e minacce al limite del ridicolo.

Viviamo il paradosso di un’istituzione sovranazionale che dovrebbe proteggerci dai rischi economici e geopolitici del nuovo mondo globalizzato, che ci rende, di converso, deboli politicamente e fragili economicamente, sotto continuo ricatto dei mercati finanziari. Dopo il crack di Lehman Brothers l’occasione era perfetta per un’azione riformatrice, con la crisi degli spread ancor di più, allo stesso modo dopo il primo intervento in Grecia, e poi con Hollande, con il secondo intervento in Grecia o meglio ancora dopo il terzo o con il semestre di presidenza italiana. No il momento migliore è adesso con la Brexit, anzi meglio dopo la notifica.

Guardiamo in faccia la realtà ed ammettiamo che ci stiamo prendendo in giro. Che di fronte alla crisi più dura, di fronte allo sgretolamento delle fondamenta europee le risposte (quali?) si fanno aspettare perché sono politicamente improponibili. L’evidente conflitto d’interessi in campo impedisce qualsiasi possibilità di riforma di quest’istituzione. E in questo senso l’invocazione “al più Europa” è un’odiosa litania, specchio per le allodole per sinceri democratici e idealisti. Nel frattempo i problemi si moltiplicano e si complicano, le sofferenze si sottostimano e l’oligarchia eurocratica perde il controllo della situazione.

Perché il problema è concettuale: se si è sempre confermato il pregiudizio razzista dei colpevoli Stati del sud spendaccioni e corrotti, è ovvio che qualsiasi ulteriore passo avanti verso l’integrazione sarà impossibile da accettare dalle elitès nord-europee sempre più attente agli interessi dei loro elettorati, che – anche di questo va preso atto – sono ancora nazionali. Per questo semplice motivo non si può (e non si potrà) mettere neanche un centesimo tedesco, lussemburghese ed austriaco a garanzia di un fondo europeo che salvi gli istituti di credito italiani in crisi, difficilmente la BCE riuscirà ad emettere eurobond, l’UEM ad avere un debito pubblico unificato e meno che mai meccanismi fiscali perequativi tra il centro e la periferia. Competizione e interessi nazionali divergenti, non cooperazione per raggiungere obbiettivi comuni, di questo è fatta l’Unione europea di cui facciamo parte.

Ad esempio quando si è trattato di “aiutare” le banche tedesche e francesi, per il loro eccesso di credito all’economia Greca, si è deciso il primo “salvataggio” criminale della Grecia che ha strozzato ancora di più la sua economia per far rientrare, con gli aiuti dei fondi salva stato – soldi dei contribuenti europei -, i crediti a rischio di quelle banche che avevano prestato in modo troppo spregiudicato. Procedimento del tutto analogo in Spagna, anch’essa legata all’esposizione delle banche tedesche e francesi nei confronti della bolla immobiliare spagnola. Quando le banche in difficoltà sono italiane allora tutto divente più difficile, anche concedere le deroghe previste dalla stessa normativa del Bail in. Siamo tutti europei ma evidentemente nell’UE alcuni paesi “sono più europei degli altri”.

Dare una visione semplicistica della crisi europea e proporne soluzioni caricaturali, è ciò che accomuna di più i nuovi populismi a quella che dovrebbe essere la classe dirigente europea. Non si possono più liquidare come danni collaterali dei limiti costitutivi così evidenti, ne si può continuare a fare appello alla speranza e al sogno se dopo quasi otto anni si fatica a venir fuori da una crisi strutturale.

Per fare in modo che queste vitali prospettive di riforma siano credibili è necessaria una pesante redistribuzione del peso politico in Europa dal basso, che prenda spunto da iniziative molto forti anch’esse non all’ordine del giorno. Fino a quando il deficit democratico e i fallimenti potranno essere corretti soltanto dall’alto, il percorso verso la disintegrazione disordinata dell’UE sarà inesorabile.

Il Regno Unito – non so quanto consapevolmente conscio di questo declino – si sta tirando fuori prima che la situazione peggiori ulteriormente. Aldilà del dato elettorale, quello politico è chiaro: UK vuole soltanto i vantaggi dell’area di libero scambio, e li otterrà. La via di un’Unione europea più snella, flessibile e capace di rispondere in modo reattivo ai processi globali dovrà cominciare a farsi spazio nel dibattito pubblico. Il tentativo di ritrovare un europeismo plurale e credibile, rispettoso delle diversità e che non anteponga i sogni di pochi illuminati alla realtà materiale di un numero sempre maggiore di persone, passa dalla constatazione del fatto che c’è bisogno di “meno Europa”.

Luca Scaglione

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