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corano

In Italia, nonostante le femministe riescano a silenziare, o addirittura a causare la morte civile di chiunque attenti al loro potere, la poligamia è di fatto legale.
Sarebbero oltre 20 mila i casi di poligamia esistenti, e di fatto accettati, nel nostro Paese. Questo nonostante la legge punisca chiunque contragga matrimonio con più di una persona, con pene che vanno da uno a cinque anni.

Basta infatti che Tizio, musulmano, faccia registrare civilmente solo il primo dei matrimoni, lasciando che gli altri siano contratti solo a livello religioso, per aggirare la legge. Legge per la quale, d’altra parte, gli altri matrimoni, semplicemente, non esistono.

Vi è stato e vi è ancora una sorta di tacito assenso della legge, qualora appunto a sposare più di una donna sia un musulmano, anche nel caso che tutti i soggetti in questione siano italiani.

Vi è in ciò una certa saggezza pilatesca, difficile da criticare, considerando il vuoto legislativo inerente alla questione.

Questione che solleva enormi problemi sia che si rifiuti di accettare la poligamia (e l’unico modo per farlo davvero, senza ipocrisie, sarebbe non solo quello di chiudere le frontiere a chiunque sia di religione islamica, anche se dotato di cittadinanza comunitaria, sia di proibirne la pratica, o quanto meno la parte relativa ai matrimoni, anche agli italiani convertiti: una follia) sia che si decida, al contrario, di accettare a scatola chiusa ogni legge o uso in vigore in altre culture.

Tuttavia, il Tribunale di Napoli ha deciso di sentenziare in favore di forme di matrimonio diverse da quella occidentale, nella fattispecie in favore del contratto di acquisto della sposa.

“Yusuf M. ha sposato Osman S. in Arabia Saudita nel 2013, secondo un rito che di matrimonio non ha nulla ma è una semplice transazione commerciale. Yusuf ha di fatto comprato la sua sposa per 2 mila dollari, con l’ausilio di un mediatore e garante, e nella transazione c’era pure la clausola con il diritto di ripudio. […] Poco dopo il matrimonio si trasferisce in Italia, dove lavora regolarmente come geometra, e passati alcuni mesi chiede al consolato italiano di Gedda, in Arabia Saudita, il ricongiungimento con Osman. La nostra sede diplomatica però non concede il visto alla donna perché manca la documentazione idonea a «dimostrare la condizione di coniuge». Il marito allora ricorre al tribunale di Napoli e i suoi legali motivano il ricorso affermando che al di là della forma c’è la sostanza, cioè la volontà dei due di costituire un nucleo familiare. […] I funzionari della Farnesina, dopo aver interrogato Osman, hanno riferito che la donna ha confessato che le nozze di fatto non esistevano e che il marito non era neppure presente a Gedda quando era stato sottoscritto il contratto di «acquisto». Ma non basta. Il religioso che avrebbe celebrato le nozze non ha neppure alcuna qualifica, risultando per le autorità saudite un semplice operaio.”

Il Tribunale ha stabilito che il matrimonio è valido, sdoganando di fatto la Sharia e aprendo anche le porte alla poligamia (se è possibile comprare una sposa, perché non dovrebbe essere possibile sposarne, o comprarne, due o tre?) ma anche al famigerato caso delle spose-bambine (cioè un adulto che sposa una bambina, spesso anche preadolescente).

sposa bambina

Non pensiate che si tratti di utopia: Nel 2003, il tribunale di Bologna riconobbe a due figli dello stesso padre il diritto di far arrivare in Italia le rispettive madri, entrambe mogli del loro padre. La motivazione è che nel loro Paese tale matrimonio era legale.

Decenni addietro (la memoria non ci aiuta) un uomo e tre donne, tutti italiani convertiti all’Islam, decisero di sposarsi fra loro. La polizia tempo dopo fece irruzione in casa, ma dato che i quattro risultavano di religione islamica, li lasciarono stare.

Ora, è evidente che l’accettazione di forme di matrimonio non occidentali, nella fattispecie la poligamia  e i contratti matrimoniali, è potenzialmente distruttivo sia nei confronti del principio di uguaglianza (i non musulmani avrebbero meno diritti dei musulmani) che dei tanto strombazzati diritti delle donne (un uomo potrebbe avere più mogli, ma una donna non potrebbe avere più mariti). Si avrebbe anzi una sorta di Apartheid delle donne: quelle sposate “all’occidentale” con tantissimi diritti (e, in caso di separazione, con più diritti rispetto a quelli riconosciuti al coniuge) e quelle sposate con queste forme alternative, potenzialmente poco o punto tutelate.

Un esempio? In caso che la moglie chieda il divorzio e sia incinta o abbia un figlio piccolo, di norma, nel nostro matrimonio, la casa viene assegnata a lei. Ma nel caso di un matrimonio con più mogli, questo non potrebbe avvenire, senza ledere i diritti delle altre spose. E in base a quale criterio il diritto della donna es. numero 1, dovrebbero prevalere su quelli delle altre?

D’altro canto, la situazione attuale è potenzialmente esplosiva. Per la legge esiste solo la moglie numero 1. Cos’accadrebbe, se la moglie numero 2 volesse divorziare? Teoricamente non potrebbe, dato che il suo matrimonio non esiste. D’altro canto, questo vorrebbe dire che potrebbe andarsene quando vuole, e legalmente non ci sarebbe modo di evitare la cosa. Tuttavia, non godrebbe degli stessi diritti né di una donna non islamica, né della moglie numero 1, la quale potrebbe effettivamente richiedere un divorzio secondo le leggi italiane.

D’altra parte, se il presupposto è invece quello di accettare ogni cosa che in altri Paesi non sia vietata, come si evince dalle sentenze citate, in teoria le donne sposate secondo il rito islamico non potrebbero divorziare, tranne nel caso che il loro Paese preveda il divorzio. Inoltre, potrebbero anche avere meno di 14 anni, cosa possibile in diversi Paesi islamici, cosa che ne inficerebbe il consenso al matrimonio, stando alle nostre leggi.

Rifiutare del tutto tali forme di matrimonio significherebbe incappare in una follia giuridica: che si fa? Si stabilisce che qualunque musulmano venuto ad abitare stabilmente in Italia debba divorziare dalle sue mogli, e impedire agli italiani convertitisi di sposarne più di una?

Ma in base a quale principio? Quello della libertà? Ma in nome di tale principio fra un po’ avremo il matrimonio fra persone dello stesso sesso, e abbiamo già, di fatto, l’utero in affitto. Un domani si aprirebbero le porte anche al matrimonio interspecie.

Lo si bandisce in nome dell’uguaglianza di fronte alla legge? Ma tale uguaglianza non si concilia con leggi come la Mancino, che tutelano dalla discriminazione alcune minoranze (e non altre, e neppure la maggioranza) o con la maggiore tutela della donna, in caso di divorzio e separazione.

Si mette il veto in base al principio della presunta innaturalità della, per esempio, poligamia? Ma di certo è più naturale di quello fra due uomini o due donne, e ha anche una base culturale millenaria, a differenza di quello omosessuale.

Lo si rifiuta in nome dei diritti delle donne? D’accordo, ma e se una donna si sentisse soddisfatta solo condividendo un marito? Chi potrebbe contestarle tale diritto? Non certo i vari cantori del “poliamore”, gli esaltatori dello “scambismo” e di altre perversioni, propagandate a piene mani dalla stampa della sinistra radicale.

Se poi si dovesse dar retta a quelli che scrivono cose tipo #loveswin allora, purché consensuale, la poligamia andrebbe accettata.

D’altra parte, il problema si complica ulteriormente, nel caso si consideri le famiglie islamiche in Italia temporaneamente. In teoria, anche quelle potrebbero essere costrette a divorziare, per tutto il tempo della loro permanenza, il che è una palese follia.

Senza contare che tale soluzione radicale metterebbe l’Italia in rotta di collisione con un gran numero di Paesi, islamici, ma non solo.

Allora la poligamia andrebbe accettata?

D’accordo, ma accettata solo per gli islamici? Ma questo violerebbe davvero il principio di uguaglianza, dato che i musulmani avrebbero più diritti rispetto a cristiani, atei, pagani, hindù, etc. Lo si estende a tutti? Ma questo richiederebbe la completa riscrittura di gran parte del codice civile, senza contare che scatenerebbe le ire delle femministe (che, in questo caso, non verrebbe frenata dai complessi di colpa/inferiorità verso gli immigrati e i loro usi). E come lo si regola, col diritto civile, messo da parte nell’accettare la poligamia? O col diritto islamico?

E di quale diritto islamico si parla? Non tutti i Paesi islamici applicano la Sharia, e questa differisce profondamente nella sua applicazione in base al Paese. Il Corano dice che si possono avere al massimo 4 mogli. Ma in alcuni Paesi africani (non in quelli mediorientali o asiatici) tale limite viene spesso ampiamente superato.

E non solo. Per la Sharia, non esiste il divorzio, ma solo il ripudio (valido solo per il marito; la moglie può ripudiare il marito solo nel caso che sia insoddisfatta sessualmente).

E poi, si accetta solo la poligamia, o anche il contratto con cui un uomo compra una moglie? In fondo, si potrebbe argomentare che nel mondo occidentale esistono già i contratti prematrimoniali, e che questi non siano poi così dissimili dal contratto di acquisto di una sposa, purché questa possa comunque divorziare secondo le modalità tipicamente occidentali. Sarebbe molto pi realistico credere però che questa scelta di fatto legalizzi la schiavitù.

Poi vi sarebbe anche da considerare la questione della prole e quella dell’eredità, che in un matrimonio poligamo adattato a un ordinamento (quello occidentale) monogamo potrebbero esse potenziale causa di innumerevoli conflitti.

Vi è un altro problema grave intrinseco alla poligamia. Questa forma di matrimonio è tipica delle società guerriere fortemente espansioniste e nomadi, come quella islamica delle origini. Va da sé, che essendo il numero delle donne di poco superiore a quello degli uomini, gli unici modi per permettere a tutti (o meglio a tutti coloro che abbiano soldi a sufficienza per mantenerle) di avere due o più mogli, sono:

  1. Lasciare gran parte della popolazione senza mogli
  2. Razziarle da altri popoli

La seconda soluzione era quella attuata dall’Islam fino al XIX secolo, ma evidentemente non è più accettabile (e infatti, in alcuni Paesi integralisti, le spose le si compra). Il primo metodo è semplicemente catastrofico dal punto di vista sociale, ma probabilmente sarà il punto di approdo, se il tutto verrà lasciato al dio Mercato.

Il principio sinora seguito, e cioè che siccome queste forme di matrimonio riguardassero una infima minoranza (immigrati islamici + italiani convertiti) adesso risulta anacronistico.

Al momento, avendo escluso il rifiuto totale, troppo problematico, restano solo due soluzioni: continuare a nascondere la testa sotto la sabbia, come fatto finora, accettando la situazione di fatto, e lasciando che la legge la facciano le varie sentenze dei giudici. In attesa di qualche evento troppo grosso per essere ignorato, e che indurrà il Parlamento a legiferare in fretta e male, per metterci una pezza.

Altrimenti, vi è l’unica soluzione pratica: legiferare in proposito, trovando una qualche soluzione “di mezzo” fra il totale rifiuto della poligamia, e il principio dell’accettazione piena di qualunque pratica sia legale nei Paesi islamici (in fondo perché allora non legalizzare anche la lapidazione delle adultere?) o altrove.

Qual è questo giusto mezzo? Domanda da un milione di (petro)dollari, ma sarebbe ora quanto meno di porsi il problema, che altrimenti ci verrà imposto dagli eventi: quando avremo milioni di famiglie musulmane, come si farà a dire: “d’accordo, adesso rinunciate a tutte le mogli in eccesso?”

D’altro canto, quando si avranno questi numeri, aumenterà anche il rischio di stupri da parte di masse di uomini, specialmente immigrati, privi di mogli perché tutte accaparrate da altri, e non potendone comprare una dall’estero, come spesso si usa in diversi Paesi islamici, perché illegale. I fatti di Colonia potrebbero diventare la norma quotidiana.

Qualora la situazione internazionale dovesse cambiare, rimpatriando gli immigrati (rimpatriare solo quegli islamici creerebbe una discriminazione che verrebbe condannata a livello internazionale) si risolverebbe una parte del problema. Ma resterebbe la faccenda degli italiani convertiti all’Islam: proibire loro la poligamia potrebbe portare a una condanna internazionale, ma potrebbe essere l’unica soluzione ragionevole. D’altro canto, che fare nel caso la famiglia sia mista? Cioè in parte italiani, in parte stranieri? E che fare, nel caso gli stranieri a cui è stata concessa la poligamia, poi dovessero ottenere la cittadinanza europea: si impone loro di divorziare?

E che fare delle famiglie poligame, sopratutto italiane, nel caso in cui si voglia restringere tale privilegio solo a quelle musulmane, se uno o più membri intendessero convertirsi a un’altra religione/professarsi atei? Il matrimonio verrebbe sciolto?

Come vedete, è un problema spinoso che non può essere affrontato né a colpi di fallacismo, né a colpi di “siamo cittadini del mondo!” E’ una sorta di maledizione, per cui si è “maledetti” sia a legiferare che ad affidare tutto al “laissez faire” e ai magistrati.

Ma una soluzione va trovata e il tempo stringe.

Massimiliano Greco

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Nato a Siracusa, si occupa prevalentemente di politica estera e strategia. Ha scritto "Battaglia per il Donbass" (Anteo Edizioni, 2014) https://pagineirriverenti.wordpress.com/

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