Trump 45° presidente

Abbiamo già parlato in più di un’occasione di quello strano legame reciproco che interessa gruppi politici, gruppi economici, gruppi mediatici e gruppi religiosi se non addirittura settari fra di loro. Spesso il legame è così stretto e al tempo stesso sfumato che i confini fra le varie entità coinvolte appaiono persino indistinguibili fra loro, o comunque non proprio del tuttto impermeabili.

Del resto, gli esempi si sprecano e chiunque, anche soltanto per un mero passatempo personale, potrebbe dilettarsi ad individuarne di giorno in giorno di nuovi. Negli ultimi mesi abbiamo visto un forte incremento delle tensioni internazionali, relative a più dossier, proprio nel momento in cui negli Stati Uniti la vecchia Amministrazione Trump ha ceduto il passo a quella di Biden. Nessuno prova particolari nostalgie per Trump, che ha dimostrato in vari campi le proprie inadeguatezze o limiti di stampo ideologico, strategico e politico, ma questo non deve automaticamente significare che il suo successore sia al contrario alfiere d’una nuova politica di pace, di riduzione delle turbolenze politiche e militari coi vari interlocutori degli Stati Uniti all’estero e d’una maggiore trasparenza anche nel modo di portare avanti quegli stessi rapporti, di rivalità o d’alleanza che siano.

Certo, ci sono anche dei tempi d’assestamento piuttosto lunghi, ma già adesso si potrebbe dire che buona parte degli strascichi o delle inerzie dell’Amministrazione Trump siano stati assorbiti o revocati, e che gli Stati Uniti di oggi sostanzialmente procedano ad un nuovo ritmo di musica, quello dell’attuale orchestra della Casa Bianca: e questo vale soprattutto per la politica estera, per la visione strategica e geopolitica, non ultimo anche per le materie d’ordine, per così dire, più “spirituale”.

Ciò di cui invece, a Washington come in Europa (ma di riflesso anche altrove) non ci si riesce a liberare è del fantasma della Guerra Fredda che il blocco occidentale guidato dagli Stati Uniti ebbe con quello orientale guidato dall’Unione Sovietica dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino al 1989. Lo testimoniano, per esempio, non soltanto le opinioni di molti cittadini occidentali, ma ancor più di molti politici e giornalisti di questa parte di mondo, ed ancor più fonti accademiche ai quali i succitati bene o male, direttamente od indirettamente, sempre s’abbeverano traendo spunto per le proprie posizioni politiche e non solo.

Non molti giorni fa ad esempio è uscito, sulla stampa statunitense, un articolo firmato da John Bolton, una figura certamente ben nota anche a chi statunitense non è: uomo della vecchia Amministrazione Bush, per qualche tempo in forze anche in quella Trump, prima che questi se ne liberasse coi suoi celebri “licenziamenti a raffica”. Real Clear Defense, una delle tante “gole profonde” del mondo dell’intelligence e della difesa statunitense, unisce al proprio interno un po’ di quegli elementi che i trumpiani più accaniti (ma non solo loro) chiamavano col nome di “deep State”, intendendoli come i più organici e legati alla più profonda realtà di quello che già Eisenhower chiamava “apparato militar-industriale”. Anche il titolo dell’articolo, già di per sé, si spiega benissimo: “Assessing Early Cold War Overestimations of Soviet Capabilities and Intent and its Applicability to Current U.S.- China Relations“.

Implicitamente sconfessando certe sue posizioni del passato, Bolton ammette sia pur a denti stretti come la strategia perseguita dagli Stati Uniti nei confronti dell’URSS così come di tutti quei soggetti che erano stati identificati come antagonisti sia stata sostanzialmente fallimentare. I motivi risiederebbero nella poca analisi, nell’eccesso di semplificazione, nell’approcciarsi in modo schematico e semplicistico a questioni complesse e che richiedevano invece di tenere in considerazione tutte le sfumature che comportavano, in generale ad un eccesso d’impulsività e d’emotività proprio in quei contesti dove forse sarebbe bene che non vi fossero proprio. A questo punto Bolton tocca quello che per gli statunitensi è un tema scottante, ovvero il “dossier Cina”, nuovamente riconoscendo a denti stretti come negli Stati Uniti si commetta un grave errore nel credere che Pechino voglia la fine di Washington o che aspiri ad una totale superiorità militare. Per Bolton, la Cina non sarebbe nemmeno un paese comunista con ambizioni di potere sul mondo, avendo una retorica nazionalista e xenofoba che proprio in quanto tale minerebbe qualunque possibilità di salvaguardare quella natura e di conseguire quell’obiettivo. E anche l’ideologia aggiornata dal Presidente cinese Xi Jinping, giudicata da Bolton come aggressiva, sarebbe nei fatti più rivolta all’opinione pubblica che destinata ad avere risvolti pratici verso l’esterno.

Un giudizio senza dubbio duro, quello espresso da Bolton nel suo articolo, e come sappiamo anche ben lontano da una visione così realistica come vorrebbe dare ad intendere ai propri lettori; ma in ogni caso sufficiente a smontare una parte della retorica con cui, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa, si sta giustificando la nuova “crociata anticinese”. Del resto, non molto prima che quell’articolo venisse scritto, un’altra pubblicazione del mondo conservatore a stelle e strisce, “The American Conservative”, aveva visto apparire un articolo a firma di Andrew Bacevich, che sottolineava la stessa cosa ammonendo gli statunitensi con un messaggio inequivocabile: “Nel 2021 il problema dell’America non è la Cina; è l’America stessa”.

Tuttavia il giudizio espresso nell’articolo di Bolton, per quanto anch’esso soggetto a forti condizionamenti ideologici, al pari degli altri che ne costituiscono le referenze bibliografiche (tra cui anche quello dello stesso Bacevich), indica come nel “deep State” statunitense l’unità del passato sia ormai un sempre più pallido ricordo. L’Amministrazione Biden cerca di portare avanti la vecchia agenda politica, ereditata da quella di Trump, a riprova che anche quest’ultimo tutto sommato non s’era poi mosso in così grande divergenza dai predecessori Obama, Bush, Clinton, e così via. Al tempo stesso cerca di porre, a quest’agenda, qualche aggiornamento, ma si tratta soprattutto d’aggiornamenti più estetici che sostanziali, esattamente come del resto già aveva fatto Trump ritoccando quella lasciatagli in consegna da Obama. La linearità fra le varie Amministrazioni statunitensi, nell’insieme, non è messa in discussione, ma è tutto ciò che vi è sotto che ha perso l’antica coesione, dimostrandosi sempre meno solido ed affidabile. E’ come se queste fondamenta, giorno per giorno, fossero giunte ad un tale livello di friabilità e d’indebolimento da faticare sempre più a reggere la sovrastruttura, ad un livello tale da non risultar più ripristinabili.

E’ anche per questo se oggi gli Stati Uniti si trovano a dover fare i conti più con se stessi che coi loro partner od avversari, per i quali al contrario rappresenterà sempre più un enorme fonte di grattacapi l’aver davanti a sé una superpotenza come Washington in sempre maggior declino, terrorizzata dalla crescente consapevolezza del proprio indebolimento, non ancora pronta ad accettare un ridimensionamento che di fatto già sta avvenendo, e pertanto anche sempre più in preda al rischio di commettere dei gravi colpi di coda, pericolosi per sé come per gli altri. Gli Stati Uniti potrebbero seriamente perdere, con impressionante rapidità, una parte significativa del loro “autocontrollo”. Ma ciò trascinerebbe tanto i loro alleati, in primo luogo europei, quanto i loro interlocutori terzi e i loro “rivali”, che si parli della Cina o della Russia o d’altri ancora a seconda del caso, su un terreno decisamente sgradevole da affrontare.

Le tensioni che si sono viste di recente su materie come Hong Kong, lo Xinjiang, l’Ucraina, il Corno d’Africa, il Myanmar, ecc, testimoniano proprio l’enorme conflittualità in corso anche all’interno degli stessi ambienti politici, militari e d’intelligence statunitensi, con singole componenti che agiscono su determinati dossier andando contro la volontà di altre e coi comportamenti ambigui della politica ufficiale statunitense che a quel punto ne devono derivare per tentare in qualche modo di coprire il tutto con una parvenza di “linearità”.

Anche in Europa non sta andando diversamente: con l’arrivo della nuova Amministrazione, molti di quei partiti e politici che si professavano “populisti” o “sovranisti” in salsa trumpiana e bannoniana si sono abbastanza rapidamente riscoperti “filodemocratici”, “bideniani”. La Lega è un buon esempio, almeno per quanto riguarda l’Italia, ma non è certamente l’unico, e nuovi aggiornamenti vi saranno anche in futuro in merito ad altri nomi ancora. Lo stesso vale, ovviamente, anche per quei giornali o quelle realtà mediatiche, piccole o grandi che siano, che a loro volta salgono sul carro del vincitore, dovendo far convivere nella loro agenda editoriale le nuove istanze con quelle già esistenti, o quantomeno dovendo dare di quelle vecchie nuove interpretazioni al proprio pubblico, così da mantenerne perlomeno una certa presentabilità.

Qualcuno, in questo contesto, preferisce chiudersi nel silenzio, magari in attesa che giunga il momento per compiere le proprie scelte con maggior chiarezza. “The Epoch Times“, organo ufficiale del Falun Gong, di cui erano noti i rapporti quasi simbiotici con Bannon e con Trump ma che in precedenza aveva ottimi rapporti anche coi democratici dell’era Obama e Clinton, così come coi repubblicani “alla vecchia maniera”, liberali o neocon che fossero, come Bush jr e McCain, in attesa di rilanciare alla grande i suoi rapporti col vice di Obama oggi Presidente, tira avanti dando un colpo al cerchio ed uno alla botte. Visitare il sito dell’edizione italiana, per esempio, può dare più d’uno spunto in proposito: così, nel frattempo, si tiene buono un po’ tutto il parco lettori, al cui interno intuibilmente convivono differenti posizioni politiche (chi più a destra, chi più a sinistra, chi più fiducioso verso Biden, chi ancora pienamente nostalgico di Trump, ecc). In questa particolare situazione, l’approccio anticinese resta sempre il miglior collante su cui far affidamento, in attesa di disposizioni più precise. Anche il magazine della setta, “Vision Times“, non fornisce un quadro molto diverso: si cerca, diversamente dal passato, d’accontentare un po’ tutti, in attesa di chi capire su quale fascia politica ed elettorale andare a puntare di più, non appena “qualcuno dall’alto” darà indicazioni in merito. Nel frattempo, anche in questo caso si punta sulla sinofobia a tutto campo, secondo il principio per cui “tutto fa brodo”: ma è dura, spacciandola per un semplice pluralismo dell’informazione, far convivere gli applausi per le mosse della politica occidentale odierna coi rimpianti per quella del recente passato. 

Ma, di tutti questi temi, avremo modo d’occuparci con maggior precisione nelle prossime puntate di questa disamina, scendendo nello specifico.

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