Come già anticipato nella prima parte, la politica di uno Stato, grande o piccolo che sia, bene o male seguirà sempre una sua continuità, indipendentemente dai governi e dagli orientamenti politici di coloro che li compongono nel succedersi del tempo. Ciò può avvenire in forme più visibili o più nascoste, ma nella sostanza certe “particolarità”, dettate dalla propria geografia e dalla propria economia, non verranno mai meno. Non a caso si parla spesso di “geoeconomia” intendo quindi uno sviluppo ancora più esteso della materia geopolitica su un fronte più specificatamente economico.

Tuttavia, come esiste una “geopolitica dell’economia” intesa come “geoeconomia”, così si potrebbe azzardare che esista anche una geopolitica della cultura od una geopolitica delle religioni (del resto, le une difficilmente possono essere separate dall’altra), ed in tal caso non sarebbe quindi nemmeno sbagliato parlare di “geocultura” o “georeligione”. La storia stessa, poi, ce lo insegna: piccole e grandi potenze, fin dalla più remota antichità, si sono contese il territorio o il predominio in nome d’interessi non soltanto politici ed economici, ma anche culturali e religiosi, non ultimo pertanto anche “ideologici”.

Lo scontro fra gli antichi Greci e le altre popolazioni, definite come “Barbari”, tanto nei Balcani quanto in Asia o in Italia meridionale, ne è probabilmente la principale testimonianza che riceviamo, impartita dai nostri docenti, fin dalla scuola. Si trattò di uno scontro che a loro volta ereditarono i Romani con altre popolazioni, da essi classificate sempre come “barbariche”, almeno per quanto riguardava quelle che non erano nel frattempo riusciti ad integrare ed assorbire (secondo un’ottica rispondente decisamente ad un certo tipo di cultura ed ancor più marcatamente d’ideologia, a “civilizzare”) all’interno del loro Impero, ormai in declino. Queste lezioni, che fanno un po’ parte della nostra cultura generale, quasi una forma di nozionismo che ci rimane in forma poco più che residuale dai nostri ricordi scolastici, le abbiamo poi riviste pure in altri contesti storici verificatisi successivamente, e non poteva del resto essere diversamente. Fu quindi così con la lotta fra l’Europa cristiana e l’Islam arabo prima e turco poi, nel Medioevo e nei secoli successivi, e così anche fra l’Europa cattolica e latina che si riconosceva nel Papa di Roma e quella greca ed ortodossa che invece guardava al Patriarca di Costantinopoli.

Tra le varie Crociate che l’Europa ed il Mediterraneo conobbero, infatti, non andrebbe dimenticata quella del 1204, dove i cristiani cattolici d’Occidente sconfissero e frantumarono l’Impero bizantino, erede dell’Impero Romano d’Oriente, ritenuto portatore di una visione del Cristianesimo e quindi della cultura erronee rispetto a quelle dell’Europa occidentale, latina e cattolica. Quel conflitto fra greci e latini, fra ortodossi e cattolici, fu poi ereditato dagli europei occidentali e quelli orientali, in particolare gli Slavi ortodossi eredi proprio della storia e della tradizione greco-bizantina. Successivamente, i cattolici dell’Europa occidentale conobbero lo strappo da parte del Protestantesimo, che tolse l’Europa settentrionale all’influenza religiosa del Papa di Roma ma soprattutto di coloro che fino a quel momento se ne erano serviti per il loro predominio nel Continente Europeo: fu il preludio alla Guerra dei Trent’Anni, che fra il 1618 ed il 1648 vide lo scontro fra le potenze cattoliche e quelle protestanti, spesso con improbabili cambi d’alleanze fra una sua fase e l’altra, ma che di fatto sancì una nuova separazione dell’Europa con l’implicita fine “de facto” del Sacro Romano Impero, ovvero di quell’idea di “Universalismo Romano” che insieme al Papato cattolico romano aveva sempre mirato a simboleggiare.

Eppure, quella storia di “Universalismo”, che simboleggiava anche un’idea di “dominio mondiale” o quantomeno di dominio sull’intero Occidente, non è mai davvero tramontata, complice il fascino romantico che sempre l’ha contraddistinta e che non a caso proprio con l’avvento del Romanticismo, a partire dall’epoca napoleonica, ha cominciato a far valere il proprio peso in Europa: curiosamente, proprio nello stesso momento in cui sempre in Europa si affermavano gli Stati nazione, in primo luogo l’Italia e la Germania, con l’epopea del Risorgimento che avrebbe chiuso simbolicamente il proprio operato con la fine della Prima Guerra Mondiale, e quindi con la definitiva scomparsa e frammentazione dell’Impero Asburgico in altri Stati nazione ancora, più piccoli, come l’Austria, l’Ungheria o la Cecoslovacchia, ecc. La contemporanea scomparsa dell’Impero Ottomano e di quello Russo, o quantomeno nel caso di quest’ultimo il proprio forte ridimensionamento, significò in termini più estesi la fine di un determinato “compromesso fra vecchi equilibri” e l’avvento di uno nuovo, che era ancora tutto da esplorare e da definire, e che infatti non tardò a creare nuove incognite col clima politico affermatosi in Europa dopo la Grande Guerra ed il successivo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Se l’Europa ha dimostrato, con questi progressivi trascorsi storici, di aver esaurito la propria capacità politica e militare di stabilire un dominio imperiale sul mondo, come dimostrato anche dalla successiva e repentina stagione della “decolonizzazione” che ha travolto gli imperi coloniali soprattutto inglese e francese (ma anche belga o portoghese) negli anni successivi al Secondo Conflitto Mondiale, non è stato però così con quelle realtà geopolitiche che uscendo vincitrici da quella prova si sono affermate come le nuove superpotenze, ovvero gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. I primi, eredi dell’Europa occidentale, sia cattolica che protestante, la seconda, di quella greco-bizantina e slavo-ortodossa, almeno per quanto riguardava la principale linea di frattura reciproca, ovvero l’Europa e soprattutto la Germania pressoché divisa a metà. Sono state dunque queste due superpotenze, ciascuna secondo i propri valori ed interessi, ed anche secondo la propria storia già vissuta precedentemente, ad attribuirsi la “missione” di esportare la propria visione di Occidente nel mondo. E’ stato così, per quasi cinquant’anni, dall’Asia all’Africa all’America Latina ed oltre, e la sfida non ha escluso nemmeno la corsa allo spazio o altri campi ancora, che testimoniassero la superiorità di un sistema sull’altro ricoprendolo di relativo prestigio internazionale.

In entrambi i casi, tuttavia, vi era una visione “centrale” dell’Occidente e della cultura d’impronta europea, che era alla base di tutti gli attriti e gli insuccessi che entrambe queste superpotenze, ciascuna a proprio modo, hanno inevitabilmente conosciuto nel corso del loro processo d’espansione. Al giorno d’oggi, la situazione appare tuttavia molto più diversificata o quantomeno non così simmetrica come in passato: complice il “suicidio” della superpotenza sovietica ed il suo processo di “crollo controllato” del sistema che la caratterizzava, avviato in primo luogo nei paesi che le erano alleati o satelliti, la politica di “missione imperiale” data dal sentirsi “indispensabili” ha continuato a contraddistinguere soprattutto soltanto l’altra superpotenza, quella superstite, gli Stati Uniti. In ciò, proseguendo il vecchio legame già affermato nei decenni precedenti, gli Stati Uniti si sono portati dietro l’Europa occidentale ormai storicamente satellizzata.

Il proseguire questo obiettivo di affermazione e penetrazione nel resto del mondo, cominciando dagli spazi evacuati dall’ex superpotenza sovietica, a tacere di quelli asiatici o mediorientali, ha però automaticamente esposto l’asse composto da Stati Uniti ed Europa occidentale a nuove incognite e a nuovi pericoli. E, nel momento in cui i vertici di questo asse politico e militare hanno individuato nella Cina il “nuovo nemico del Secolo”, ciò ha significato esporre Stati Uniti ed Europa occidentale (ma ormai allargata anche agli ex nemici dell’Europa orientale) al rapporto ambiguo con soggetti terzi, identificati come nemici della Cina (ma anche della Russia ritornata competitiva), e pertanto come potenziali amici.

Forse potenziali amici, ma di certo amici veri e propri non del tutto: costoro non hanno infatti tardato a mettere radici nell’Occidente a guida statunitense, attingendovi sempre più risorse economiche ed umane per i propri interessi e la propria espansione. Da al-Qaeda, che già aveva fatto la sua prima apparizione quando ancora lo scontro fra Est ed Ovest non era finito ma si poteva quantomeno in parte prevedere, a tutti gli altri gruppi terroristi e fondamentalisti apparsi in seguito ricalcandone in parte o del tutto il modello, compreso il famigerato ISIS, fino ad altri movimenti politici o religiosi analogamente fondamentalisti (evangelici, millenaristi, pentecostali, mormoni, ed altri appartenenti al Cristianesimo più “estremo”, o gruppi esoterici e New Age, spesso legate a reinterpretazioni altrettanto “di parte” delle storiche dottrine asiatiche ed orientali, ecc), tutti questi gruppi hanno beneficiato di grandi attenzioni e larga fiducia da parte dei loro benefattori occidentali, che se li sono coltivati come vere e proprie “serpi in seno” con l’ingenua convinzione che in realtà potessero mordere soltanto i loro “nemici” (che fossero determinati paesi arabi od africani, o asiatici, o la Russia o la Cina, o i nuovi governi progressisti latinoamericani, ecc). La storia di questi ultimi anni ci ha però insegnato che non è stato affatto così.

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