Per capire quello che è successo basta leggere la lapide, giù in Sicilia.

La località è Portella della Ginestra, nella vallata circoscritta dai monti Kumeta, Maja e Pelavet, non lontano da Palermo.

Era il 1° maggio 1947. Anche nella Regione più grande d’Italia, in quegli anni un vero e proprio laboratorio politico, come la definivano gli storici, si tornava a festeggiare la festa del Lavoro che il regime fascista aveva spostato al 21 aprile, il dì del compleanno di Roma.

Ebbene, quel giorno, un gruppo composto da 2mila lavoratori si riunisce a Portella per manifestare anche contro il latifondismo (il principio era dare la terra a chi la lavorava, e toglierla dalle mani dei proprietari terrieri), quando all’improvviso, proprio dalla montagna Pelavet, una prolungata scarica di mitra si abbatte e abbatte i lavoratori. Quattordici i morti totali (11 subito, tre successivi a causa delle ferite, e molti sono albanesi), 27 i feriti.

Di quella strage, la prima dell’Italia repubblicana, di certo c’è solo questo. Anzi no: sappiamo anche che in quell’eccidio a morire sono state la verità, la giustizia e la storia.

Perché, a 70 anni di distanza, la tesi – l’unica dichiarata valida, ovviamente – che a compiere il misfatto sia stato il bandito Salvatore Giuliano (con tanto di condanna al processo di Viterbo, nel 1953, ma lui era già stato ucciso tre anni prima a Castelvetrano) e alcuni suoi seguaci convince davvero poco. E pochi.

Tanto è vero che, Girolamo Li Causi, parlamentare nonché primo segretario del Partito comunista siciliano, si fa latore di un’altra ipotesi, tutt’altro che peregrina: Salvatore Giuliano (ma fu davvero lui a sparare?) avrebbe agito dopo un preciso disegno organizzato da agrari, mafiosi ed esponenti delle istituzioni.

Perché? Forse perché in Sicilia si erano appena svolte le consultazioni regionali, con la vittoria del blocco comunista, e questo non era “accettabile”? Forse perché, nell’isola più grande del Mediterraneo, subito dopo la Seconda guerra mondiale, sempre più contadini iniziavano ad occupare le terre dei “padroni” e dei “baroni” e sono tanti i comunisti e sindacalisti uccisi che portavano avanti l’idea di dire addio al latifondismo (la più famosa vittima è Placido Rizzotto, ucciso nel 1948 da Luciano Liggio e un gruppo di adepti su ordine di Michele Navarra, sì medico ma il più importante esponente mafioso della Corleone degli anni ’40 e ’50)?

E perché poi, Luchino Visconti, che nel 1947 avrebbe dovuto realizzare un film/documentario proprio su quello che accadde a Portella (a quanto pare la sua idea, almeno inizialmente, aveva unito comunisti e cattolici, e gia c’erano i fondi necessari) alla fine optò per dare vita ai pescatori di Giovanni Verga del romanzo “I Malavoglia”? Soltanto perché il suo capolavoro sarebbe dovuto uscire a ridosso del 18 aprile 1948, il dì delle elezioni politiche italiane che avrebbero portato al successo la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi?

Il clima, dunque, in un Paese che voleva trovare la sua posizione e identità ma si preparava a entrare nel blocco atlantico e nella Guerra fredda, faceva riflettere.

“Portella della Ginestra – scrive Leonardo Sciascia – è la sanguinosa premonizione di un iperpotere che tiene assieme interessi geopolitici americani, blocco agrario, milizie neofasciste lasciate a suo tempo dietro le linee e assimilate a bande di briganti, pezzi di esercito e di carabinieri reazionari; e poi monarchici, separatisti, mafiosi e avventurieri”.

Adesso, dopo 70 anni da quella prima strage di Stato, forse è arrivato il momento di mettere fuori le carte. E la lista è davvero lunga. Ci sono quelle dell’ispettorato di polizia che ancora giace nei sotterranei della questura di Palermo. Gli interrogatori di Gaspare Pisciotta, braccio destro di Salvatore Giuliano, e i confronti tra Pisciotta e Giuseppe Sciortino, il cognato del bandito di Montelepre. E quelle delle Commissioni parlamentari.

Eppure qualcosa si muove, perché l’archivio Flamigni di Viterbo ha compilato il censimento delle fonti relative alla strage, e il presidente della Commissione nazionale antimafia, Rosy Bindi, ha deciso di consegnare circa 2mila pagine, di cui un migliaio relative a carteggi dell’Arma dei carabinieri e dei servizi segreti.

Un primo, deciso, segnale per capire chi ha fatto tremare la terra a Portella?

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