Carlo Alberto Dalla Chiesa

Quella sera, a Palermo, si è avvertita subito la sensazione che si era consumata una delle più grandi tragedie italiane del dopoguerra.

Ma si era anche capito, dopo tanti morti ammazzati e innumerevoli volti che si giravano dall’altra parte, che giù in Sicilia esisteva davvero una piaga terribile che si chiamava mafia.

Onnipresente.

Implacabile quando si tratta di far fuori chi tenta di contrastarla.

Le immagini di quello che è accaduto il 3 settembre 1982 le abbiamo viste tante volte in 35 anni. Sono passate da poco le 21,15 quando il prefetto del capoluogo siciliano, il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro, decidono di passare la serata in un ristorante di Mondello, la spiaggia di Palermo. Purtroppo non ci arriveranno mai, perché gli scagnozzi di Salvatore Riina hanno scaricato loro addosso una serie di colpi di kalashnikov in via Isidoro Carini, in pieno centro a Palermo. Non c’è nulla da fare, muoiono sul colpo.

Stessa sorte che toccherà, 13 giorni più tardi, al poliziotto Domenico Russo, anche lui colpito a morte dai sicari del Capo dei Capi.

Quì è morta la speranza dei palermitani onesti” ha scritto un anonimo cittadino all’indomani della strage.

Quì è morta la speranza dei palermitani onesti

Non errava. Perché davvero Palermo pensava che con l’arrivo del generale dei carabinieri, che aveva sì sconfitto il terrorismo, ma era diventato scomodo a taluni vertici istituzionali romani, il cancro che la perseguitava poteva essere sconfitto.

Invece è accaduto l’esatto contrario.

Tutta la città lo aspettava la settimana dopo. E, invece, il 30 aprile 1982, il dì della morte del segretario del Partito comunista siciliano Pio la Torre, lui era già lì, perché il 58esimo Prefetto dal 1861 in poi si aggirava in pieno centro, a due passi dal Politeama.

Lo avevano mandato il presidente del Consiglio Giovanni Spadolini e il ministro dell’Interno Virginio Rognoni, promettendogli pienissimi poteri per mettere fine alla seconda guerra di Mafia.

A quel tempo il capoluogo siciliano in quegli anni era in mano alla mattanza dei corleonesi, tra cadaveri eccellenti e omicidi di sicari, affiliati e boss appartenenti alle famiglie Bontate e Inzerillo.

Ben presto, invece, il carabiniere nato a Saluzzo nel 1920, si è accorto che tutto era difficile. Ha capito di essere un uomo solo. Un gran turista di lusso. Un generale mandato allo sbaraglio dallo Stato. Ha realizzato che quei poteri straordinari non li avrebbe mai avuti.

E ha anche inteso altre cose: per combattere la Mafia bisognava seguire i suoi soldi. E le banche. E che fine facevano quando uscivano dall’Italia. Che un’arma importante potevano essere i collaboratori di giustizia. Che bisognava mettere pressione a Salvo Lima, esponente di spicco della Democrazia Cristiana e grande amico di Giulio Andreotti, e ai cugini Salvo, gli esattori tributari dell’isola. Semplicemente la famiglia più inquinata di Palermo, da lui conosciuta benissimo.

Voleva fare troppo, insomma.

Nel frattempo, gli omicidi aumentavano, il sindaco continuava a minimizzare il problema, e la Prefettura era diventata un covo di spie. E al 100esimo cadavere, qualcuno si è preoccupato di chiamare la redazione del giornale “L’Ora” per dire che “l’operazione chiamata Carlo Alberto era quasi conclusa”.

Lo sarebbe stata il 3 settembre, a soli 100 giorni dal suo insediamento.

Quella stessa sera, qualcuno è mandato a casa del prefetto per cercare dei lenzuoli per coprire i cadaveri, ma sembrerebbe che questa persona ne abbia approfittato per aprire la cassaforte e sottrarre il contenuto, consistente in documenti sensibili, tra cui anche un dossier sul caso Moro.

Ai funerali, mentre una gran folla tentava di arrivare a contatto con le autorità politiche lì presenti – soltanto il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, è risparmiato -, il cardinale Salvatore Pappalardo ha pronunciato un’omelia che ha fatto il giro dello Stivale.

Dieci giorni dopo la strage di via Isidoro Carini, il Senato ha dato il via libera alla legge “La Torre-Rognoni”, quella sull’associazione mafiosa e relativa confisca dei beni.

Qualche mese dopo, invece, Rocco Chinnici ebbe l’idea del Pool Antimafia.

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