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Gli Stati Uniti hanno deciso d’abbandonare l’Unesco a partire dalla fine del 2018, restandovi solo come osservatori, in segno di protesta verso le risoluzioni emanate dall’organizzazione contro Israele e la sua politica degli insediamenti, considerate da Washington “anti-israeliane”. A riferire per prima la notizia è stata l’agenzia AP.

“Mi rammarico profondamente per la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dall’Unesco, di cui ho ricevuto notifica ufficiale con una lettera del segretario di stato americano, Rex Tillerson”, ha fatto sapere da Parigi, dove ha sede l’Unesco, la direttrice generale Irina Bokova.

Gli Stati Uniti avevano già smesso di finanziare l’Unesco dal 2011, quando la Palestina era diventata membro dell’ONU, ma avevano comunque mantenuto un proprio ufficio nel quartier generale di Parigi. Intanto all’Unesco si sta votando per eleggere il nuovo direttore generale e per ora sono rimasti in lizza due soli candidati a pari a livello di preferenze: l’ex ministro della cultura francese Audrey Azoulay e il suo omologo del Qatar Hamad Bin Abdulaziz Al-Kawari su cui Israele ha già espresso le proprie preoccupazioni.

Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha definito la scelta statunitense come “una triste notizia”. Soddisfazione invece da parte israeliana: secondo Tizpi Livni la decisione di Washington è “da apprezzare”: “E’ un messaggio al mondo che c’è un prezzo alla politicizzazione, alla storia unilaterale e distorta”.

Per l’Unesco il ritiro di Washington è stato un duro colpo finanziario, tanto che durante la gestione di Irina Bokova si è reso necessario un drastico taglio degli effettivi. Da soli gli Stati Uniti rappresentavano il 20% del bilancio dell’organizzazione. A tale danno economico s’è poi sommata la ritorsione del Giappone, il secondo finanziatore più importante, che ha rifiutato di pagare la sua quota per il 2016 in seguito all’iscrizione, nel 2015, nel registro della memoria mondiale, del Massacro di Nanchino, perpetrato dall’esercito imperiale giapponese nel 1937.

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Nato a Pisa nel 1983. Direttore Editoriale de l’Opinione Pubblica. Esperto di politica internazionale e autore di numerosi saggi.

UN COMMENTO

  1. E’ ora che la finiamo di dare un’impunità ad Israele, paese che per me non rappresenta più quei poveretti che sono morti nei campi di sterminio. Israele si frega altamente delle risoluzioni dell’ONU o di altre risoluzioni, da anni espropria territori, massacra la gente e pretende di essere riverito. Basta con le ipocrisie. Poi ci sarebbe da fare un pensiero su cos’è l’ONU oggi e perchè le sue sedi debbono ancora rimanere negli Stati Uniti e non essere trasferite in un paese veramente neutrale. Alvaro

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