Per molti secoli, si è diffuso in Europa il mito del Tibet: una terra vastissima, difficilissima da raggiungere, quasi “mitica”, oggetto di attenzioni esoteriche e antropologiche, ma quasi del tutto inesplorata e sulla quale la reale conoscenza si mischiava alla leggenda. L’isolamento di questa zona montagnosa, impervia anche rispetto alla Cina continentale, ha permesso solo di recente una conoscenza completa delle sue terre, dei suoi paesaggi, le sue genti e le sue culture. La prima spedizione fotografica che mai mise piede in Tibet risale al 1906. In Cina esisteva ancora l’Imperatore voluto dal “mandato celeste”, e la fotografia era una verità rarità d’avanguardia, che stava già iniziando a mostrare il suo grandioso potenziale.

È la storia di Quan Shaoqing, dottore pechinese, esperto di medicina anche occidentale, incaricato di mettersi al servizio del Ministro responsabile del Tibet, quando questi si doveva recare a Lhasa per il insediamento. Quan rimase nel “Tetto del mondo” per due anni, visitando tutte le parti di questo sconfinato altopiano, non solo con lo scopo di conoscere ed apprezzare la cultura locale; ma anche con lo scopo di “documentarla” realmente, con la sua fotocamera, affinché questo luogo, fortemente intriso di mistero e religiosità, potesse comparire agli occhi di tantissime persone nella sua icastica concretezza.

La vera missione di Quan Shaoqing non terminò col suo servizio all’Impero, ormai al suo definitivo crepuscolo. Col 1911 e la proclamazione della Repubblica, questo eminente dottore, tra i pochi cinesi che conoscevano la lingua inglese, abbandonò il suo paese e si recò negli Stati Uniti. Fu qui che fece conoscere al mondo occidentale la realtà tibetana, pubblicando la sua raccolta fotografica sulla rivista National Geographic, e diventando una vera e propria eminenza, per oltre 20 anni, nello studio accademico della tibetologia.

Ma ritorniamo alla sua avventura tibetana. Come Quan Shaoqing ebbe a constatare, di fronte a lui non trovò né acredine né odio da parte dei tibetani, a differenza della spedizione inglese del 1904, ed era perfettamente cosciente della grandiosa missione storico-antropologica che gravava dalla sua fotocamera: nel XIX non più di 10 stranieri si erano recati in Tibet, nessuno dotato di fotocamera, e pochissimi erano riusciti a viaggiare fino al cuore del paese, a Lhasa. Lui, grazie alle dispozioni imperiali, vi era riuscito. Non fu facile per Quan immortalare i locali: diffusa era la diffidenza verso la fotografia, che si riteneva “rubasse l’anima”, ma, non di meno, il dottore pechinese riuscì a convincere alcuni lama, guerrieri, aristocratici, proprietari territori, sulla bontà della sua missione documentaria. Oltre ai meravigliosi scenari immortalati, in un paese dove il tempo pareva essersi davvero fermato, Quan ci ha lasciato una ricerca folkloristica dal valore inestimabile: cerimonie tipiche, vestiti e costumi tipici ormai dimenticati, barche fatte di pelli di yak, case ed abitazioni tipiche, ma anche guerrieri, cerimonie mistiche, ciotole ricavate con teschi umani, tamburi in pelle umana e riti religiosi. Si tratta di un’istantanea storica pressoché unica. olivetti corpoMa il Tibet che Quan ci lascia non è solo un primitivo universo tradizionale e imbalsamato nel suo campanilismo; ma è anche il Tibet duro, agricolo, arretrato e reazionario, che racchiudeva in sé due medaglie: dalla ricerca mistica del “più che umano”, all’imbarbarimento di un regno brutale e ineguale. Nonostante Pechino, agli inizi del XX secolo, fosse tutt’altro che una città sviluppata e fiorente, l’assenza, il vuoto storico, di Lhasa era percepibile anche da un comune dottore cinese. «Ogni giorno, dalla mattina alla notte, pellegrini senza alcuna educazione si ammassano alle porte dei monasteri, già stracolme di mendicanti. Queste persone povere e ignoranti sono in netto contrasto con i lama, che meditano con calma nei monasteri, circondati di ricchezza». Queste alcune delle riflessioni di Quan, che non mancò di osservare la degradante differenza di vestiario, vita e abitazioni tra le diverse caste. Ma anche i privilegi del vertice ben poco potevano di fronte ad uno scenario povero e arretrato: la sanità non c’era per nessuno, nemmeno mezzi di trasporto (stando a Quan, solo il Dalai Lama ed i suoi ministri avevano a disposizione un misero cocchio, mentre gli altri cittadini viaggiavano in yak o a piedi) o prevenzioni di alcun tipo. L’assenza di sviluppo e prospettive era ancora più marcata che a Pechino, nella quale già erano in atto fermenti intellettuali dalle conseguenze epocali.

La Lhasa del 1906, raggiunta da Quan con un viaggio di 103 giorni, non c’è più, e (per fortuna) rivive solo negli scatti, delicati ed intensi, di un dottore cinese al servizio dell’Impero. Ma anche molto di questa città è rimasto: i grandi monumenti, immortalati per la prima volta dalle fotografie di Quan Shaoqing, sono ancora in piedi a simboleggiare una tradizione che non ha mai smesso di vivere. Dal Palazzo Potala, alla Statua del Budda del Monastero Jokhang, alle danze guerriere e rituali, alle cerimonie propiziatorie fino al Muro di Budda, lungo il Monte Yaowang, tutto questo è resistito all’usura del tempo. Nel Tibet contemporaneo, l’“antico” si è disgiunto dal “vecchio”, dal “reazionario”, ritrovando quella carica mistica che tanto ha ammaliato pensatori e scrittori di ogni epoca.

Leonardo Olivetti

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