“Indurre i libici a concordare un governo di unità nazionale”, “inviare fino a cinquemila uomini per rendere Tripoli un posto sicuro” e “togliere la libertà di colpire all’Isis”. L’ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, John R. Phillips, detta la linea di Washington all’Italia ed immagina un altro 2011. Gli States vogliono ritornare sul luogo del delitto dopo aver avuto un ruolo di primo piano nello smembramento della Libia. La destituzione e l’assassinio di Gheddafi, hanno consegnato di fatto il paese ai gruppi jihadisti che continuano a seminare il terrore. La caduta del leader libico, resa possibile dall’alleanza tra le forze speciali francesi, inglesi, giordane, qatariote ed il Libyan Islamic Fighting Group (LIFG) di Belhadj, con i suoi circa tremila uomini, addestrati dagli Stati Uniti subito prima dell’inizio della “ribellione”, sono all’origine di tutti i disastri odierni. Renzi tentenna e prende tempo. Chi, invece, ha le idee molto chiare, è Romano Prodi. Per l’ex premier, “la guerra è l’ultima cosa da fare, e non può che essere fatta in ambito Onu”.

“L’Italia deve sicuramente avere un ruolo serio ma non certamente da sola”, continua Prodi, ricordando che “il nostro presidente del Consiglio e l’Onu hanno detto che ci può essere un intervento solo dopo una richiesta del governo untiario e al momento siamo lontanissimi da questo. Ci sono due parlamenti sfasciati, due governi che non parlano fra loro e agiscono tribù e gruppi armati. Insomma non c’è una situazione per cui si possa in questo momento intervenire”.

Quanto al ruolo dell’Italia, il professore osserva che “certamente dovremo avere un ruolo di primo piano perché siamo molto interessati, ma per favore il nostro Paese non deve accrescere tensioni e odio contro di sé e poi venire abbandonato dagli altri Paesi”.

“La spartizione” della Libia tra le varie fazioni in guerra, conclude il presidente del gruppo di lavoro ONU-Unione Africana sulle missioni di peacekeeping in Africa, “porterebbe al peggio, può darsi finisca così, ma questi tre paesi chiederebbero protezione a potenze straniere o sarebbero oggetto di appetiti dei paesi vicini. In questo momento ci sono due strutture unitarie: la Banca centrale e la compagnia petrolifera, nessuno vuole una divisione che romperebbe questa fonte di risorse che ancora li tiene insieme”.

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