Il prefetto di Trieste ha fatto da apripista, poi si sono aggiunti i tele-virologi, i sottosegretari convertiti sulla via di Palazzo Chigi e gli opinionisti dei contagi settoriali e geograficamente variabili, infine sono arrivati i commercianti salvatori del (loro) Natale. La decisione del Governo di impedire i cortei nei centri delle città ha tanti padri (adottivi) e un’unica madre (naturale), il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, intoccabile ed ineffabile interprete del concetto di pluralismo del mono-partito draghiano. Lamorgese, ha rotto gli indugi, dettando la linea ai prefetti con una circolare inviata questa sera. Il primo test è previsto per questo fine settimana.

“I prefetti, si legge nella circolare, dovranno individuare specifiche aree urbane sensibili, di particolare interesse per l’ordinato svolgimento della vita della comunità, che potranno essere oggetto di temporanea interdizione allo svolgimento di manifestazioni pubbliche per la durata dello stato di emergenza, in ragione dell’attuale situazione pandemica”.

Non potranno più esserci cortei che attraversano i centri storici e le strade dello shopping. Chi manifesta dovrà tenersi a distanza dagli obiettivi sensibili, con la possibilità di organizzare soltanto dei sit-in. E’ prevista anche la possibilità di imporre ai manifestanti l’obbligo di indossare la mascherina all’aperto.

“Tante giornate prefestive hanno messo a dura prova non solo i cittadini, ma anche le attività commerciali che si trovano in un momento positivo per la ripresa. E non si può pensare che a fronte di un’economia in rialzo, la penalizziamo con tutte queste manifestazioni”, ha dichiarato il ministro dell’Interno all’Assemblea dell’Anci.

Roberto Dipiazza, sindaco berlusconiano del capoluogo giuliano, in un’intervista al Corriere della Sera ha gettato la maschera, facendo l’equazione cara a chi non tollera il dissenso rispetto allo stato d’emergenza permanente: “Farei come ai tempi delle Brigate Rosse, servono leggi speciali. Allora c’era l’emergenza terrorismo, oggi c’è la pandemia ma il periodo è sempre drammatico. A mali estremi, estremi rimedi. Io non voglio più zone gialle, arancioni, rosse e chiusure. Non è possibile che un’intera città venga rovinata da quattro deficienti”.

L’articolo 19 della nostra Carta Costituzionale viene di fatto svuotato di contenuto e valore in nome di quello che Lamorgese definisce un bilanciamento di diritti con regole che “proteggano gli altri cittadini, il diritto al lavoro e il diritto alla salute”. La stretta ai cortei dei ‘no green pass’ per impedire la diffusione dei contagi, appare come una grossolana scusa. Le piazze fanno paura, l’incontro e il confronto “in presenza” tra migliaia di cittadini, strappati al martellamento dei social e delle tribune televisive, risulta fortemente indigesto in un momento in cui si vara una legge finanziaria molto pesante, il carovita e l’inflazione iniziano a colpire forte e con un nefasto decreto concorrenza si mira a privatizzare tutto quello (non molto) che rimane da privatizzare.

Esprimere dubbi e perplessità sulle proroghe dello stato d’eccezione, è considerato un affronto troppo grande. L’emergenza sanitaria (attualmente non giustificata dai numeri) ne sta facendo emergere una molto più grave: quella democratica.

Ernesto Ferrante
Giornalista professionista, editorialista, appassionato di geopolitica