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Riccardo Campa

Il Parlamento Europeo vota la prima risoluzione per un diritto civile sui robot. La risoluzione vuole regolare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, stabilendo diritti, doveri e linee guida. Fra le proposte un sussidio minimo universale per sopperire in qualche modo alla scomparsa di milioni di posti di lavoro: in occidente il 57 per cento dei lavori è a rischio, mentre in Cina addirittura il 77%.

Di tematiche analoghe avevamo parlato un annetto fa con Stefano Vaj, saggista transumanista. La situazione è complessa: la robotica è utile, ma rappresenta anche un rischio certo per l’occupazione.

Data la natura della questione, ci rivolgiamo a Riccardo Campa, sociologo di fama internazionale, saggista, nonché presidente onorario dei Transumanisti Italiani.

Con lui si era parlato, alcuni mesi fa, di disoccupazione tecnologica, nonché dei punti di incontro fra socialismo e transumanismo. Di questa nostra intervista, Campa ne parla anche nel suo ultimo libro, La società degli automi: Studi sulla disoccupazione tecnologica e il reddito di cittadinanza.

Dato che stavolta si è mosso persino l’Europarlamento, ci sembra il caso di chiedere di nuovo la sua opinione in merito.

Che idea si è fatto di questa proposta di legge?

La relazione sull’intelligenza artificiale è stata presentata a Strasburgo dall’europarlamentare socialista Mady Delvaux. È il frutto finale dei lavori di una commissione ad hoc sulla questione della robotica e della disoccupazione tecnologica.

La relazione ha ottenuto il voto positivo del Parlamento con 396 voti a favore, 123 voti contrari e 85 astensioni, ma è stata stralciata proprio la parte sul reddito di cittadinanza e sull’idea di tassare la produzione di robot per creare il fondo necessario a garantire il sussidio.

Hanno votato contro questa linea i liberali, i democristiani e i conservatori. È passata soltanto la parte sullo status giuridico dei robot.

Ora la palla passa alla Commissione Europea. Vedremo che decisioni prenderanno.

A prescindere dal risultato, credo che sia giusto parlare di robotizzazione e disoccupazione tecnologica, anche nei luoghi della politica, perché si tratta di fatti reali: non possiamo continuare a parlare solo delle beghe interne ai partiti.

Detto questo, credo che il reddito di cittadinanza sia soltanto una delle possibili soluzioni all’erosione del mercato del lavoro.

Se potessi scegliere, preferirei la piena occupazione, in un regime di lavoro autonomo e cooperativo, aperto all’invenzione di nuovi lavori. Ma prima di essere un utopista, io sono un sociologo e mi devo confrontare con la situazione reale.

Una situazione, quella del lavoro salariato e della crescente automazione, che si protrae dall’inizio della rivoluzione industriale e che è frutto di forze “sotterranee” che si sviluppano in seno alla società europea almeno dai tempi della rivoluzione scientifica.

Se si vede la situazione in quest’ottica, quello che si vuole o si preferisce, resta una informazione autobiografica. In questo mondo, quello che voglio io o chiunque altro che non abbia sufficiente potere economico e politico è del tutto irrilevante.

Considerato il dramma della disoccupazione e i problemi psicologici, sociali e demografici che ne derivano, la via del reddito di cittadinanza sembra praticabile, nonostante tutti gli ostracismi, e mi pare che sia meglio di nulla.

In fondo, potrebbe avere come effetto secondario quello di dare un senso concreto alla cittadinanza e all’appartenenza a una comunità di destino. L’importante è che il reddito di cittadinanza non diventi sostitutivo del reddito da lavoro in via definitiva, nella vita di un cittadino, ma sia complementare ad esso.

Pensa che questa iniziativa approderà a qualcosa, o l’Europa partorirà l’ennesimo aborto legislativo, l’ennesimo esempio di eccesso burocratico?

Penso che la parte del provvedimento riguardante lo status giuridico dei robot, anche considerato l’avvento dei veicoli autonomi, sarà recepita dalla Commissione e messa in pratica.

Per quanto riguarda il reddito di cittadinanza, credo che la questione sia soltanto rimandata.

E, in ogni caso, resta aperta la possibilità di seguire questa strada nei singoli paesi dell’Unione, senza bisogno di una direttiva europea, la Finlandia ha già cominciato una sperimentazione in tal senso. Bisogna anche considerare che il Parlamento Europeo ha poteri limitati. Le leve del potere sono saldamente in mano alla Banca Centrale Europea e alla Commissione Europea.

Se ricordate, le letterine con i compiti da fare venivano inviate ai governi nazionali dalla BCE, anche se quest’ultima non è un organo eletto dai cittadini.

Credo che il reddito di cittadinanza diventerà realtà quando sarà davvero conveniente ai grandi potentati economici e finanziari. Ovvero, quando si assesterà l’onda della globalizzazione e ci sarà bisogno di sostenere i consumi.

Non è necessario riesumare Marx per comprendere che la politica si trova in uno stato di relativo vassallaggio nei confronti delle grandi banche e delle multinazionali. Ciò che mi fa pensare che prima o poi si prenderà la strada del reddito di cittadinanza è che, ora, gli stessi grandi capitalisti sembrano caldeggiare questa soluzione.

Elon Musk, il CEO di Tesla e SpaceX, ha rilanciato l’idea lo scorso novembre. Il World Economic Forum di Davos ha dettato la linea qualche settimana fa: reddito di cittadinanza per contrastare gli effetti della “quarta rivoluzione industriale”, imperniata sulla robotizzazione di tutte o quasi le mansioni lavorative. Bill Gates ha insistito sulla necessità di tassare i robot, perlomeno nella stessa misura in cui si tassano i lavoratori umani, e di redistribuire la ricchezza prodotta.

L’élite capitalistica più all’avanguardia vede nel reddito di cittadinanza una soluzione a portata di mano per salvare il capitalismo in agonia, senza intaccare i principi di competizione e innovazione su cui il sistema si fonda.

È una soluzione che consente di prendere due piccioni con una fava: si rende digeribile il precariato permanente e si sostengono i consumi, senza i quali le aziende chiudono. Il fatto che il centrodestra ha votato contro e il centrosinistra a favore non significa che l’iniziativa sia anticapitalistica.

Ormai, tanto la destra moderata quanto la sinistra moderata sono in simbiosi con il sistema. Probabilmente, la parte risultata più indigesta ai liberali è quella sulla tassazione delle industrie robotiche, mentre ai cristiani europei non è mai piaciuta l’idea di milioni di cittadini, per lo più giovani, sostenuti da un reddito e con tanto tempo libero a disposizione, per via del possibile esito edonistico di questa soluzione. Evidentemente, i tempi non sono ancora maturi, ma è solo questione di tempo.

Fra le linee guida proposte per decidere se si abbia a che fare o meno con un robot, vi è anche quello che il dispositivo non debba contenere parti biologiche: sembra una chiusura netta ad androidi e simili. Le sembra realistico e accettabile? In fondo, se i robot sono visti quasi come a cavallo fra la fantascienza e la realtà, gli androidi sembrano proprio tratti di peso da opere come Neuromante o addirittura Ghost in The Shell: è davvero così?

Questo significa soltanto che la direttiva è destinata, prima o poi, a diventare obsoleta. È vero, però, che l’utilizzo commerciale dei computer organici non è dietro l’angolo. Per ora esistono solo nei laboratori.

Funzionano, ma il problema fondamentale è la loro scarsa praticità. Un computer tradizionale è alimentato con energia elettrica. Per accenderlo, basta collegarlo alla presa della corrente.

Lo puoi tenere spento per mesi e, quando ricolleghi la spina, ricomincia a funzionare come se nulla fosse. I computer organici, invece, sono un misto di circuiti elettrici e neuroni vivi (per esempio estratti da lumache). Questi neuroni devono essere nutriti costantemente. Inoltre sono soggetti a invecchiamento e morte, come le nostre cellule.

Affinché queste macchine possano entrare nelle case, negli uffici e nelle fabbriche, si dovrà attendere un certo sviluppo dell’ingegneria genetica. Servono culture di neuroni molto particolari, resistenti, facili da alimentare, magari con soluzioni nutritive che saranno fornite dalle stesse aziende produttrici.

Il vantaggio di questi computer, in prospettiva, è enorme, perché i neuroni hanno una connettività superiore, non limitata a un piano bidimensionale come quella dei transistor e dei microchip.

Attraverso lo sviluppo di questa tecnologia sarà più semplice raggiungere l’obiettivo di tanti ingegneri della Silicon Valley: progettare e costruire macchine coscienti. Veri e propri esseri viventi che uniscono tecnologie al silicio e al carbonio.

Nella vita quotidiana, si osserva ora anche il processo opposto, ovvero l’innesto di parti elettromeccaniche negli organismi viventi a base carbonio. Mi riferisco a esseri umani con pacemaker, arti meccanici, organi artificiali, ecc.

C’è un vecchio dilemma della letteratura fantascientifica che pare di difficile soluzione: quante parti inorganiche deve avere un uomo per essere considerato un robot? E quanti parti organiche deve avere un robot per essere considerato un uomo?

È abbastanza comprensibile che, oggi, il legislatore non voglia impelagarsi in questo problema ontologico.

Lei sul tema ha anche scritto vari libri, tra cui uno uscito da poco: ce ne può parlare?

Sì, negli ultimi tre lustri, su questi temi, ho scritto diversi saggi, in italiano e in inglese. Per i tipi della casa editrice romana “D Editore” è appena uscito La società degli automi: Studi sulla disoccupazione tecnologica e il reddito di cittadinanza, un volume che raccoglie i saggi in italiano, scritti tra il 2004 e il 2016.

Spazia dalla critica letteraria allo studio di dati statistici, dalla storia delle idee alle cosiddette analisi di scenario, o futurologiche. Mi sforzo soprattutto di fare capire che la tecnologia è una risorsa positiva e che le distorsioni, i problemi collaterali negativi, in primis la disoccupazione, sono il risultato della particolare organizzazione del sistema politico-economico.

Il caso giapponese (bassa disoccupazione ma alta robotizzazione) non contraddice l’idea che la disoccupazione tecnologica sia inevitabile, in presenza di un incremento della robotizzazione? Come si potrebbe, eventualmente, imitare quanto di buono c’è nel sistema nipponico?

Il sistema nipponico ha caratteristiche molto peculiari. Innanzitutto il Giappone ha la sovranità monetaria e quindi la crescita del suo debito non comporta lo strangolamento dell’economia.

Se uno Stato-Nazione può fare debito, con le opportune politiche industriali, può creare tutto il lavoro che vuole. Qualcosa da fare c’è sempre, in ambito pubblico o privato.

Lo sviluppo tecnologico è soltanto una delle cause della disoccupazione: c’è chi, giustamente, nota che l’ultimo giorno in cui l’Italia aveva la propria valuta, aveva anche una disoccupazione inferiore a quella della Germania.

Se la valuta è troppo forte rispetto alle potenzialità produttive del paese e, per giunta, puoi finanziarti soltanto sui mercati secondari, a interessi alti e crescenti, è evidente che le aziende, ipertassate, lasciate sole dalla politica e dagli istituti di credito, non possono fare altro che chiudere o spostarsi in altri paesi. Anche questo contribuisce alla crescita della disoccupazione.

Inoltre, il Giappone è un paese coeso, con una forte identità nazionale, una cultura del lavoro e un’immigrazione pari a zero. I robot vengono costruiti proprio per fare “quei lavori che i giapponesi non vogliono più fare”, per parafrasare uno slogan spesso ripetuto dai sostenitori dell’immigrazione senza limiti.

Per esempio, le aziende nipponiche costruiscono robot-badanti. Anche perché la densità della popolazione, in Giappone, è molto alta. Chi caldeggiasse l’ipotesi di fare affluire milioni di immigrati sul territorio nazionale, per fare lavori che possono fare i robot, sarebbe considerato un folle.

Il sistema del reddito minimo garantito (o comunque lo si voglia chiamare) è compatibile o no, con la presenza di immigrazione massiccia? Se no, come si pensa di risolvere la contraddizione insita nel volere entrambe le cose?

Sulla questione dell’immigrazione ci sono tante contraddizioni. Premetto, a scanso di equivoci, che io non ho nulla contro una persona che si sposta in un altro paese per lavorare, se trova un impiego e una casa, se ha i soldi per mantenersi e rispetta le leggi. Io stesso sono emigrato.

Né tanto meno mi interessa il colore della pelle delle persone. Il problema è che si notano delle contraddizioni vistose nelle narrazioni degli “immigrazionisti” senza limiti.

Per esempio, ci sono femministe arrabbiate contro Trump e Berlusconi, per il fatto che amano le belle donne e usano la propria ricchezza per conquistarle, ma poi sono favorevoli all’afflusso di milioni di immigrati musulmani dei quali un’alta percentuale mostra pochissimo rispetto per i diritti delle donne.

Ci sono atei che aggrediscono la Chiesa cattolica in ogni occasione, accusandola di oscurantismo, ma poi vogliono essere circondati da milioni di musulmani che odiano gli atei più ancora dei cristiani.

Ci sono ecologisti che sono contro la minima modifica dell’ambiente, ma vogliono milioni di immigrati, come se fossero esseri spirituali che non producono rifiuti organici e inorganici e non hanno bisogno di automobili, case, strade, infrastrutture, ovvero di tonnellate di cemento e gas di scarico per vivere e muoversi.

Ci sono cristiani che vogliono milioni di immigrati di altre religioni, ma si ostinano a dire che la loro è l’unica vera religione e creano così in partenza una situazione di tensione sociale.

Gli unici “immigrazionisti” coerenti sono i grandi imprenditori e i banchieri. I primi traggono beneficio dalla manodopera a basso costo, da quello che Marx chiamava “l’esercito industriale di riserva”.

Marx non aveva parole tenere per i crumiri irlandesi che affluivano in massa in Inghilterra, lavoravano per un tozzo di pane, portavano via il lavoro agli operai inglesi e vanificavano tutte le conquiste ottenute attraverso le lotte sindacali.

La sinistra attuale non ha nulla a spartire con Marx ed Engels. Oggi la sinistra globalista è “l’utile idiota” del grande capitale globale. Gli offre su un piatto d’argento la possibilità di abbassare i salari e smantellare lo stato sociale.

Lo stato sociale può esistere solo se esiste lo Stato-Nazione. Dal canto loro, i banchieri vogliono l’immigrazione perché guadagnano su ogni dollaro o euro messo in circolazione. Guadagnano anche sui debiti. Quindi è per loro del tutto irrilevante che non ci sia lavoro per i nuovi immigrati: qualcuno dovrà mantenerli.

Se, per mantenerli, il governo si indebita per 3 o 4 miliardi, poi dovrà pagare gli interessi sul debito. Se per pagare gli interessi sul debito, il governo deve fare una manovra correttiva, aumentando le accise sulla benzina o altre tasse e deprimendo ancora di più l’economia, ai creditori interessa poco o nulla.

Loro fanno il proprio mestiere e, probabilmente, non sono nemmeno italiani.

Chi pensa che i grandi imprenditori e i banchieri siano lì per fare l’interesse del lavoratore, del pensionato e del disoccupato vive nel Paese delle Meraviglie, come Alice.

Come si spiega l’apparente contraddizione di un’élite economica e finanziaria che da un lato vuole un’immigrazione di massa e dall’altra pensa al reddito di cittadinanza per compensare gli effetti della disoccupazione tecnologica? È semplice.

Queste politiche sono in contraddizione soltanto dal punto di vista dell’uomo comune che pensa al proprio bene e al bene del proprio paese. Poniamoci nell’ottica del grande capitalista apolide, il cui unico scopo è incrementare la propria ricchezza. Non parlo ora del piccolo capitano d’industria legato al territorio, ma del grande capitalista apolide.

Il mio ragionamento dovrebbe essere scontato, ma siccome la mamma dei fessi è sempre incinta, ormai c’è in giro anche chi accusa di “complottismo” chi afferma che lo scopo del capitalista è fare soldi.

Ebbene, quale situazione migliore per questo grande capitalista se non l’automazione della produzione, i consumatori a carico dello Stato, e una massa di disperati aggiuntivi a basso costo per tappare i buchi della produzione quando necessario?

Se un domani tutte le contraddizioni verranno al pettine a loro interesserà ben poco. Si sposteranno in un altro paese, lasciando macerie. Sono i cittadini residenti in uno Stato-Nazione che devono pensare con la propria testa e cercare, per quanto possibile, di esercitare la propria sovranità, con uno sguardo rivolto al futuro.

Massimiliano Greco

3 COMMENTI

  1. Salve.
    Dribblata, elusa elegantemente la domanda [Il sistema del reddito minimo garantito (o comunque lo si voglia chiamare) è compatibile o no, con la presenza di immigrazione massiccia? Se no, come si pensa di risolvere la contraddizione insita nel volere entrambe le cose?]
    Quindi??

    • Caro Tiziano, mi pare di aver risposto. Poiche’ il reddito di cittadinanza si istituisce se c’e’ poco lavoro e l’immigrazione ha senso laddove c’e’ lavoro, le due politiche sono in palese contraddizione. Ma – ho precisato – sono in contraddizione soltanto dal punto di vista del proletariato e della piccola borghesia. Sono invece compatibili e vantaggiose dal punto di vista del grande capitale e dell’elite finanziaria (i quali prendono due piccioni con una fava: bassi costi di produzione grazie all’immigrazione e sostegno alla domanda di beni grazie al reddito di cittadinanza). Lei mi chiede: quindi, che fare? Dipende da dove lei e’ collocato nella stratificazione sociale. Poiche’ esistono le classi sociali, non c’e’ una politica buona per tutti. Ogni politica avvantaggia qualcuno e svantaggia qualcun altro. Se lei non e’ un grande capitalista o un banchiere, non le conviene votare un partito che sostiene entrambe le politiche. Se lei e’ un disoccupato, un precario o un lavoratore non qualificato del settore privato, le conviene votare un partito che sostiene reddito di cittadinanza e il controllo dei confini (se c’e’). Se lei e’ un piccolo imprenditore benestante, con pochi dipendenti qualificati, potrebbe bastarle il controllo dei confini (per ridurre la criminalita’). Se invece e’ un piccolo imprenditore in crisi, potrebbe esserle utile il reddito di cittadinanza, perche’ rilancerebbe i consumi e quindi anche la sua azienda. Se lei e’ un impiegato pubblico – avendo il posto assicurato a vita – il reddito di cittadinanza le interessa poco e la questione dell’immigrazione e’ per lei rilevante soltanto da un punto di vista culturale, non economico. Certo, le politiche diventerebbro rilevanti anche per il dipendente pubblico o il pensionato, se portassero alla bancarotta del sistema. O se fosse introdotta la precarizzazione e la licenziabilita’ del dipendente pubblico. E gli esempi potrebbero continuare. Insomma, prima dovrebbe dirmi che lavoro fa, e poi potrei dirle come l’intelligenza artificiale, l’immigrazione, le politiche di sostegno al reddito, ecc., potrebbero incidere sulla sua vita. Ma lei capisce che nel breve spazio di un’intervista non posso occuparmi di tutti i casi possibili. E, oltretutto, non ho la sfera di cristallo.

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