L’arrivo dell’estate un tempo portava soltanto motivi di allegria: la fine della scuola, le ferie, il sole, invece da qualche anno porta anche la puntuale impennata degli sbarchi nel Mediterraneo. E l’aumento degli sbarchi implica l’incremento delle morti in mare: solo nell’arco dell’ultima settimana hanno perso la vita almeno 900 persone.
Il governo che insisteva nel parlare di un afflusso “non superiore a quello dell’anno precedente” ora non può più farlo, poiché dopo l’ondata di questi giorni le statistiche mostrano un incremento del 4%, ma al di là dei giochetti contabili neanche prima ci si poteva davvero illudere d’avere la situazione in pugno.
In un pezzo del 9 settembre dell’anno scorso abbiamo trattato la strumentalizzazione della foto del piccolo Aylan (http://www.opinione-pubblica.com/la-tragedia-di-aylan-e-larte-di-manipolare-le-menti-a-mezzo-stampa/), otto mesi dopo quel tragico evento il padre Abdullah Kurdi denuncia: “la foto di mio figlio sulla spiaggia di Bodrum è un simbolo, eppure niente è cambiato per chi sta scappando da fame e paura”.

Il tasso di strumentalità dell’agone politico è insostenibile, non esiste argomento che non ne sia toccato, anche la sofferenza e la morte dell’innocente, che pure tra tutte le ingiustizie è quella più difficile da accettare. Per cercare il consenso si parla solo “alla pancia” dei cittadini: lo fa chi per argomentare il bisogno d’un freno all’immigrazione usa toni razzisti, lo fa altrettanto chi parla dell’immigrazione come una risorsa e chiude gli occhi di fronte alle enormi problematiche che essa pone.

Ma ciò che è peggio è che si tratta sempre di argomentazioni contro qualcuno: “noi vogliamo i respingimenti, loro che non li vogliono sono degli idioti buonisti”, oppure “noi siamo umani, vogliamo salvare delle vite, loro sono dei luridi fascisti assassini”.
Troppo spesso si confondono poi due questioni che andrebbero tenute rigorosamente distinte: un conto è stabilire se l’immigrazione sia un bene oppure un male, un altro comprendere se sia o meno inevitabile.

Riguardo alla prima questione abbiamo detto la nostra nella chiusura di un precedente articolo (http://www.opinione-pubblica.com/gli-italiani-sono-xenofobi-no-solo-disperati/): “perché la diversità etnica sia proficua servono dei presupposti che oggi alla nostra società mancano del tutto, a partire da regole di convivenza giuste ed effettive, fino ad arrivare ad uno scopo comune, “una chiamata a genti diverse, originariamente persino ostili, a fare qualcosa di grande insieme”. Oggi noi cosa possiamo offrire, a chi resta e a chi arriva, più che una triste guerra tra poveri?”. L’immigrazione può quindi essere una risorsa in linea teorica, oggi però è una piaga: lo è soprattutto per via della profonda ingiustizia sociale, che dei massicci flussi migratori possono soltanto esasperare. Eppure è una piaga l’emigrazione, lo sappiamo bene noi italiani che la stiamo subendo nella doppia forma della fuga dei cervelli e dei pensionati.

Quando arrivano qui masse, per esempio, di giovani eritrei, ciò rappresenta un danno tanto per l’Italia che per l’Eritrea. La risposta al secondo quesito è che probabilmente l’immigrazione è inevitabile e si può tentare solo di contenerla, gestirla, anche se non è facile capire come. Il problema è di difficile soluzione, ma sarebbe apprezzabile un governo che ammettese questo fatto, senza vantarsi di avere le cose sotto controllo. Inoltre sarebbe un progresso smettere con la favoletta dell’immigrazione come risorsa, che rappresenta un insulto ai cittadini, poiché il sottotesto è che se non capiscono di essere fortunati è perché sono razzisti!

Invece il popolo italiano non è per niente razzista, né xenofobo. Sì, certo, esiste una minoranza di tal fatta, ma è molto più marginale di quanto si creda. Qualche intelligentone che telefona a ‘Radio Padania’ ed esulta per le morti in mare c’è e provoca imbarazzo anche alla gran parte degli elettori della Lega. L’errore è dargli troppa importanza e, così facendo, non accorgersi del fatto che sono molti di più coloro che rimangono semplicemente in un costernato silenzio o, ancor peggio, che ci sono persone di valore che si danno da fare per salvare il salvabile.

L’Italia, lasciata da sola, anzi danneggiata dalle scelte della UE (non la chiameremo Europa, un’entità così nemica degli italiani non si merita questo nobile nome) sta facendo più di ogni altro paese per i disperati che tentano l’attraversata, grazie all’attività coordinata delle associazioni di volontariato e della marina.

Dopo aver seguito l’arrivo a Porto Empedocle della nave ‘Bettica’ della Marina Militare, che ha portato in salvo 540 esseri umani, Carla Cace ha scritto su ‘Futuro Quotidiano’: “Sono loro, le persone, a fare la differenza. Parlo delle donne e degli uomini della Marina Militare, della Croce Rossa, delle Associazioni umanitarie, come ad esempio la Fondazione Rava”. Ha poi riferito delle lacrime del capitano Iavazzo “un omone coraggioso a cui si è rotta la voce pensando ad un peluche bianco in mano ad una creatura piccolissima che stava per essere fagocitata dell’abisso, se non fosse stato per lui”. Nel complesso una realtà ben lontana da quella che molti immaginano, basandosi sugli stereotipi del militare sempre ‘fascio’, crudele, insensibile e che non può avere niente da spartire con chi fa del bene attraverso il volontariato. La società italiana invece è più complessa e coesa, fondamentalmente è migliore, di come spesso viene descritta.

Nella parte finale l’articolo pone la seguente domanda: “Noi, ovviamente, li aiutiamo. E anche bene. Ma fino a che punto possiamo? E cosa comporterà tutto questo?”.
Le conseguenze dipendono dai nostri politici, quindi c’è da preoccuparsi, vista la passività con la quale il governo ha accettato lo scellerato, soprattutto per l’Italia, accordo UE-Turchia.

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