Rapporti Italia e Africa
Enrico Mattei, fondatore dell'ENI, e Gamal Abd el-Nasser, presidente dell'Egitto.

C’è stata un’epoca, ormai lontana e probabilmente irripetibile, in cui l’Italia della Prima Repubblica, quella che per molte “menti aperte” di oggigiorno era solo “Italietta”, insegnava al mondo occidentale ed industrializzato quale dovesse essere il vero approccio, lungimirante e costruttivo, con cui intrattenere con l’Africa relazioni feconde per entrambe le parti.

Era l’Italietta che riusciva ad essere equidistante nei rapporti fra Israele e palestinesi, con un occhio di riguardo per quest’ultimi, cosa che aveva fra l’altro il non trascurabile beneficio di guadagnarle la simpatia dei paesi e dei popoli arabi, allora particolarmente sensibili alla causa palestinese, senza dubbio molto più di oggi. A tracciare il solco da seguire era stato Enrico Mattei, salvatore dell’AGIP dalla liquidazione e fondatore dell’ENI, che da una simile linea politica e diplomatica ottenne importanti accordi petroliferi e commerciali con numerosi paesi arabi e non.

La Democrazia Cristiana, architrave del sistema politico della Prima Repubblica, era equidistante nel conflitto israelo-palestinese, ma gli alleati del Partito Socialista Italiano parteggiavano apertamente per i palestinesi ed erano gemellati persino col Baath siriano. Quando scoppiò la guerra della Yom Kippur, nel 1973, un certo Aldo Moro negò l’uso delle basi italiane e pare proprio che ciò abbia contribuito e neppur di poco alla sua sanguinosa fine cinque anni più tardi. E, quando nel decennio successivo, scoppiò la crisi di Sigonella, Andreotti prese contatti con l’egiziano Mubarak mentre Craxi interpellò il siriano Assad padre. In parlamento, applaudito dagli alleati di governo ma fischiato da repubblicani e missini, Craxi ribadì le legittime ragioni della lotta palestinese.

Ma soprattutto in Africa, continente che negli Anni ’60 aveva iniziato almeno ufficialmente il suo percorso di “decolonizzazione”, a cui però sarebbe seguita la ben più dura e subdola notte del neocolonialismo ancor oggi ben lungi dal concludersi, l’Italia giocò con sapienza e rispetto le proprie carte, cercando anche e soprattutto di ricucire certe ferite che pure la sua esperienza coloniale, con la successiva parentesi bellica, avevano creato. Per quanto anch’essa ex potenza coloniale, infatti, l’Italia non poteva comunque paragonarsi, per quantità di colpe, a nazioni come la Francia o l’Inghilterra o il Belgio, e men che meno agli Stati Uniti, che venivano identificati come i primi esecutori del neocolonialismo insieme alle ex potenze coloniali europee.

La questione della Somalia, paese che doveva essere guidato verso l’indipendenza, venne risolta proprio assegnandolo in amministrazione fiduciaria all’Italia fino al 1960, quando sarebbe stato pronto a muoversi autonomamente con istituzioni ormai consolidate, e così fu. In Somalia il colonialismo italiano s’era affacciato ai principi del Novecento, e quindi era stato un fenomeno tutto sommato di breve durata e poco incisivo. Gli italiani, mandati in quel paese soprattutto per sfuggire alla miseria di casa propria e a dissodare nuovi terreni per sviluppare l’agricoltura locale, lasciarono complessivamente un buon ricordo e, a differenza soprattutto degli inglesi che mai fecero qualcosa del genere in qualunque colonia del loro vasto Impero, ben presto si mescolarono con l’elemento locale dando vita nel bel mezzo dell’Africa a numerosi matrimoni e famiglie miste.

Dopo il 1960 la Somalia divenne, come dicevamo, indipendente, e da quel momento mantenne sempre buoni legami con l’ex madrepatria, con un crescente aumento delle relazioni anche in senso politico ed economico quando vi trionfò la rivoluzione socialista di Siad Barre. Grazie anche alla comunità italiana rimasta in loco, oltre alla nutrita componente italo-somala, quei rapporti del resto ben difficilmente si sarebbero potuti scindere del tutto. Fu in particolare sotto il governo di Bettino Craxi che la sinergia col regime di Siad Barre giunse all’apogeo, e ciò provocò non poche polemiche nel nostro paese.

Il generale somalo, alla guida di un paese storicamente rivale dell’Etiopia, aiutava infatti i ribelli eritrei del Fronte di Liberazione Eritreo prima e del Fronte Popolare di Liberazione Eritreo poi, in lotta contro le autorità di Addis Abeba. Ciò da una parte cementò i legami fra somali ed eritrei, le cui nazioni divennero da quel momento sorelle, ma dall’altra suscitò ulteriori polemiche in Italia, soprattutto da parte di coloro che invece, in particolare nel Partito Comunista Italiano, a quel tempo preferivano parteggiare per l’etiopico Menghistu. L’Eritrea era infatti in quel momento una provincia dell’Etiopia, unico caso nella storia africana di un’ex colonia che anziché venir guidata all’indipendenza dopo la Seconda Guerra era stata fagocitata da un altro paese dell’Africa, l’Etiopia, come forma di risarcimento per la guerra che l’Italia le aveva mosso negli Anni ’30.

Non era solo la Somalia a fornire aiuto ai ribelli eritrei, ma anche il nostro paese: il PSI era nettamente schierato con loro, e così anche una parte del PCI che non si riconosceva nelle posizioni filo-etiopiche. In particolare i comunisti dell’Emilia Romagna e soprattutto di Bologna fornirono ai combattenti del FPLE visti ed asilo, non ultimo persino la possibilità di venir curati negli ospedali del loro territorio. A Bologna si tennero i primi grandi Festival Eritrei e tuttora vi si tengono i più importanti in termini di partecipazione. Anche la comunità eritrea ed italo-eritrea, infatti, è storicamente molto popolosa, considerando pure il fatto che l’Eritrea è in fondo la più antica colonia italiana in Africa: creata negli Anni ’70 dell’Ottocento, veniva non a caso chiamata “Colonia Primogenita”.

Pure con la Libia, un altro paese del Nord Africa, l’Italia aveva ed ha ancor più oggi molto da farsi perdonare. Per questo motivo molte azioni, simboliche e pratiche, vennero attuate fin dall’immediato Dopoguerra, con l’onnipresente Enrico Mattei che strappava significativi contratti in quel paese il cui potenziale petrolifera era, all’epoca, ancor tutto da esplorare. La comunità italiana in Libia era consistente anche se con la guerra, esattamente come nell’Africa Orientale, molti se n’erano ritornati in Italia. Gli ultimi tornarono in patria dopo il 1969, quando Gheddafi nel frattempo giunto al potere decise per loro l’esproprio dei beni e l’esilio dal paese.

Eppure, anche dopo una simile situazione, che avrebbe dovuto segnare in maniera irrimediabile i rapporti fra le due sponde del Mediterraneo, Italia e Libia continuarono a parlarsi e, in qualche misura, ad aiutarsi. Nei piani quinquennali della Grande Jamahiriya Araba Libica Popolare e Socialista fondata da Gheddafi la percentuale di appalti riservata alle imprese italiane, sia pubbliche che private, era sempre la più consistente, superando di netto quella riservata ad altri paesi. La Libia di Gheddafi continuava a crescere e a svilupparsi con tecnologie e manodopera italiane: vennero varate opere di vario genere, faraoniche e non, ed il numero di imprese italiane in Libia fu sempre fisiologicamente molto alto. L’apogeo venne raggiunto tra la fine degli Anni ’90 e 2000, quando il paese uscì completamente dalle sanzioni e soprattutto coi governi Berlusconi si sviluppò una forte intesa e comprensione reciproche. Si giunse così al culmine con la sottoscrizione del Trattato d’Amicizia Italo-Libico del 2008 che però, come sappiamo, i fatti del 2011 resero ben presto carta straccia.

Non era solo la Libia, comunque, ad interessare l’Italia in quella vasta regione che è il Maghreb e il Nord Africa. Enrico Mattei, già negli Anni ’50, aveva stabilito interessanti rapporti col Marocco e la Tunisia, dove le autorità avevano preso molto rapidamente a ben volerlo. E, per quanto riguardava l’Egitto allora fresco di rivoluzione nazionalista e socialista, l’intesa con Nasser fu immediata e fece dell’Italia uno dei primi paesi ad estrarvi il greggio con quell’Ente Nazionale Idrocarburi che giorno dopo giorno infastidiva sempre di più le “Sette Sorelle”. Enrico Mattei, nei suoi discorsi pubblici, tuonava sempre contro il colonialismo economico e lo sfruttamento dei paesi poveri dell’Africa da parte delle multinazionali dei paesi ricchi. Qualcuno potrebbe pensare che, per parlare così, fosse un comunista o almeno un socialista, e invece no: era un democristiano, con un’esperienza di successo durante la Resistenza tra i cosiddetti “partigiani bianchi” o “azzurri”. Se pensiamo a quali discorsi vengono fatti spesso nella sinistra odierna, vien da pensare a buon diritto che la vecchia DC, al suo confronto, fosse una forza estremista, magari un movimento castrista o bolivariano.

A riprova del suo feroce anticolonialismo, Enrico Mattei sosteneva la lotta del Fronte di Liberazione Nazionale algerino contro il governo di Parigi e l’OAS, organizzazione francese di estrema destra e paramilitare che in Algeria faceva di tutto purché il colonialismo non esalasse i suoi ultimi respiri. Il sostegno di Mattei all’algerino Ben Bella e ai ribelli algerini, impegnati in una guerra durissima contro i francesi, non si limitava alle parole ma comprendeva soprattutto denaro in abbondanza. Quando, nel 1962, l’Algeria divenne indipendente, Mattei morì nel tragico incidente aereo di Bascapè, a quanto pare provocato da un ordigno esplosivo collocato nel velivolo su cui stava viaggiando. Fra i tanti che in quel momento volevano la sua testa, e che certamente festeggiarono per la sua morte, c’era anche l’OAS, che l’aveva appena minacciato di morte. Ma c’erano anche i governi inglese e statunitense, che l’avevano indicato come una grave minaccia persino per la sopravvivenza dell’ordine sancito a Jalta, e le Sette Sorelle che si vedevano soffiare dall’ENI la ghiotta occasione rappresentata dal petrolio algerino, di cui a quel punto l’ente italiano era monopolista de facto per quanto riguardava la sua estrazione e il suo trasporto in Europa.

Anche Bettino Craxi, probabilmente, finì i suoi giorni ad Hammamet, in Tunisia, proprio per essersi occupato delle sorti di quel paese rompendo le uova nel paniere ai francesi. Non c’era solo il fatto, imperdonabile, di aver voluto difendere la sovranità italiana durante la crisi di Sigonella, ma anche il fatto di aver evitato che in Tunisia, nel 1987, la Francia di Mitterand organizzasse un golpe che avrebbe instaurato un nuovo regime al posto di quello del legittimo presidente Bourguiba, che era ormai molto anziano e non aveva più il pieno controllo delle proprie facoltà. Per garantire continuità al paese, in quel momento alle prese con una crescente lotta contro il fondamentalismo religioso, Craxi informò il neopremier Ben Ali, appena nominato da Bourguiba. In questo modo fu possibile compiere una transizione morbida, che vide Ben Ali prendere il posto di Bourguiba senza colpo ferire e soprattutto sottraendo la Tunisia al controllo francese. Questo fatto i francesi, a Craxi, non lo perdonarono mai.

Così come gli americani, del resto, a Craxi non perdonarono mai il fatto d’aver informato Gheddafi che Stati Uniti ed Inghilterra stavano organizzando, nel 1986, la famosa missione “Colorado Canyon”, ovvero il bombardamento di Tripoli e Bengasi, volto ad eliminarlo fisicamente e a provocare la caduta violenta del suo regime. Craxi avvisò Gheddafi, che potè così mettersi in salvo, mentre il bombardamento anglo-americano andava a vuoto. Successivamente, leggenda vuole, Gheddafi per reazione mandò due missili contro Lampedusa, ma al riguardo non è mai esistita alcuna prova tangibile: si trattava, fondamentalmente, se mai realmente avvenne, di un’azione dimostrativa pensata per allontanare gli alleati italiani dai sospetti di Londra e di Washington. Vero è invece, ma non si può dire, che francesi ed americani abbatterono con un loro missile, realmente esistito, il DC-9 dell’Itavia, scambiandolo per un velivolo dove secondo loro stava viaggiando proprio Gheddafi. Ustica, come purtroppo ben sappiamo, continua ancora ad essere un mistero inconfessabile.

Insomma, furono tanti uomini coraggiosi, alcuni celebri, altri invece rimasti anonimi o quasi, a fare dell’Italia un paese diverso dagli altri, in quegli anni. Grazie a quegli uomini l’Italia divenne, agli occhi dei paesi africani e mediorientali, un referente credibile ed affidabile, e come dicevamo al principio di quest’articolo con un approccio costruttivo e lungimirante. Oggi non mancano le possibilità perché si ritorni, nel nostro paese, a recuperare quell’antico spirito pratico che consentiva graditi rapporti alla pari coi paesi meno sviluppati. Ma molti danni, non soltanto da noi ma soprattutto in quei paesi e in quel Continente, sono stati fatti, danni irrimediabili; e da questo punto di vista sarà ben difficile, se non semplicemente impossibile, recuperare il tempo e le occasioni perdute.

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