La famosa pipa di René Magritte.

L’usanza di fumare il tabacco giunse in Europa intorno al Seicento, importata dagli spagnoli che a quel tempo controllavano il Sud America e che, dalle popolazioni locali, avevano acquisito proprio tale usanza. Le popolazioni precolombiane erano solite fumare il tabacco in pipe rudimentali, e chiaramente con chiari significati etici o religiosi che gli spagnoli non presero in considerazione, esattamente come fecero per la coltivazione del mais.

Anche il mais, infatti, ben presto ribattezzato da noi col nome di “granturco”, era per i popoli precolombiani non soltanto la base della loro alimentazione, ma anche e proprio per questo motivo una pianta sacra, da coltivare secondo precisi rituali e quantità. Intuibilmente gli spagnoli “cattolicissimi” ben si guardarono dal cogliere tali aspetti, trasformandolo in una cultura intensiva, cosa di cui avrebbe parlato con grande dolore un Premio Nobel per la Letteratura del 1967 come Miguel Angel Asturias, lo scrittore guatemalteco a cui dobbiamo grandissimi capolavori come, per esempio, “Il Signor Presidente”.

Tornando al tabacco, la sua introduzione in Europa conobbe immediato successo, coinvolgendo tutte le grandi e piccole potenze (coloniali ma non solo) dell’epoca: Inghilterra, Francia, Olanda, fino anche all’Italia allora ancora divisa in tanti piccoli staterelli. Inizialmente il tabacco veniva fumato in piccole pipe in gesso, tuttora in uso presso alcuni appassionati, ma ad un certo punto si diffusero le pipe in legno. La loro introduzione, secondo la leggenda, si deve a dei pastori che, per risparmiare, se le costruivano da soli, con tutto quello che trovavano: quando il pero, quando la canna, quando altre piante ancora.

Sempre grazie ai pastori e al popolo minuto in generale dobbiamo la scoperta della radica, ovvero della radice dell’erica, pianta molto diffusa nel sottobosco della macchia mediterranea, come materiale migliore in assoluto per la produzione di pipe. La radica, infatti, ben sopportava il calore della combustione del tabacco, non ne inquinava il sapore e, cosa che non guastava affatto, aveva pure una bella estetica grazie alle sue venature.

In contemporanea, però, si diffusero anche le pipe in terracotta, estremamente economiche e dotate di una gradevole caratteristica, ovvero quella di assorbire la nicotina durante la fumata. Quando erano troppo impregnate od esaurite, l’usanza era di metterle sui tetti perché l’acqua piovana le lavasse fino a farle tornare nuove. Ciò avveniva soprattutto nel veneziano, dato che Chioggia era nel frattempo divenuta una delle principali sedi di fabbricazione di pipe in terracotta, dette non a caso “pipe chioggiotte”. Queste pipe, anch’esse riservate ad una nicchia di esperti appassionati, sono tuttora in produzione.

Parlando delle pipe in radica, tuttavia, è da riconoscere come sia stata la Francia a dar loro il principale battesimo, col distretto produttivo di Saint Claude dove sorsero grandi marche come Jeantet, Butz-Choquin, Chacom, Ropp ed altre ancora. La Jeantet, nota per la dolcezza che la sua radica donava al tabacco, fu la prima fabbrica ad entrare in attività (1703), facendo da apripista a tutti gli altri fabbricanti.

Nel secolo successivo cominciarono ad affermarsi gli inglesi da una parte e gli italiani dall’altra. Agli inglesi dobbiamo un sacco di nomi di grandissimo spessore (Dunhill è il primo che può venirci in mente, ma che dire di Ashton, Charatan, ecc, fino alle irlandesi Peterson?), ma fu in Italia che sorsero i marchi caratterizzati dalla maggior produzione, almeno in termini numerici. Varese e dintorni ospitò il primo distretto produttivo, inizialmente coi Fratelli Lana e successivamente con nomi come Rossi, Santambrogio, Rovera, Paronelli, Gasparini, Brebbia, Savinelli, ecc, che diffusero la nomea della qualità del prodotto italiano in tutto il mondo. La Rossi, fra Ottocento e Novecento, era la principale produttrice di pipe al mondo, con una produzione che variava a seconda dell’anno fra i 15 e i 18 milioni di pezzi. All’interno dell’azienda, situata a Molina di Barasso, era stata situata una vera e propria stazione ferroviaria per trasportare la produzione verso i vari porti e snodi che l’avrebbero dislocata nei quattro angoli del mondo.

Dopo la chiusura della Rossi, avvenuta nel 1985 per cause familiari, il ruolo di maggior produttore di pipe al mondo è passato alla conterranea Savinelli, ma anche altri nomi come Brebbia e Gasparini non sono poi così tanto da meno in termini di qualità e quantità. I francesi e gli inglesi continuano ad avere il loro buon giro di mercato, così come gli americani a cui dobbiamo in particolare il predominio nell’ambito delle pipe “pannocchietta”, ricavate dal tutolo del mais. Sono semplici, economiche, ed apprezzate per la loro fumata molto fresca; inoltre, se trattate con rispetto, sono anche molto durature. Sono le pipe che nei cartoni animati americani vediamo fumare da Popeye, alias Braccio di Ferro, e che in molte foto della Seconda Guerra Mondiale stanno fra i denti del celebre Generale e futuro Presidente Dwight Eisenhower.

Un altro ambito importante del mondo della pipa, che affonda le sue radici nell’Ottocento, è quello delle pipe in schiuma. Molto apprezzate in Turchia, dove il minerale “schiuma di mare” è molto abbondante e di ottima qualità, hanno trovato un altro importante polo di lavorazione a Vienna, in Austria. Anche in Tanzania si trova questo prezioso minerale, ma la sua qualità è un po’ inferiore a quello della Turchia: infatti il suo colore è più scuro, tendente al giallo, mentre quello turco è bianchissimo. Le pipe in schiuma di mare spesso sono delle autentiche sculture, da tenersi pertanto con la massima cura, anche perché se disgraziatamente cadono al loro possessore finiscono in mille pezzi!

Nel Novecento, poi, in Italia, si è affermato un nuovo polo produttivo della pipa, situato nelle Marche, e che ha trovato in nomi come “Mastro de Paja” o “Non canta la raganella” i suoi principali rappresentanti. Questo polo gode tuttora, al pari di quello varesino, di buone fortune, anche se in entrambi i casi certi marchi ormai gloriosi sono finiti del dimenticatoio. “Non canta la raganella”, per esempio, ha chiuso i battenti da un bel po’: si chiamava così perché le sue pipe disponevano di un particolare sistema che impediva il gorgoglio in fumata, dovuto alla cosiddetta “acquerugiola” che altro non è se non la condensa provocata dalla combustione e dall’aspirazione del tabacco. Ma la moria di marchi storici non si ferma purtroppo qua: si pensi per esempio alla Titanus di Bassano del Grappa, celebre perché forniva le pipe al corpo degli Alpini, che da tempo ha chiuso definitivamente i battenti dopo un periodo di chiusure e riaperture mai definitive. Resistono invece altri nomi isolati territorialmente come la Barontini di Livorno, altro grande produttore della storia italiana.

Le pipe, insieme al sigaro, hanno avuto il predominio nel mondo del fumo e dei fumatori fino alla Seconda Guerra Mondiale, per poi venir sempre più rapidamente soppiantate dalla sigaretta. Gli Anni Settanta sono stati in questo senso un vero e proprio punto di svolta, con molte aziende che fabbricavano pipe che si sono viste costrette alla chiusura o al ridimensionamento produttivo. Oggi, sulla scia di tante altre mode, la pipa come anche il sigaro hanno ritrovato un loro perché agli occhi di molti, soprattutto giovani, cosa che ha dato vita ad un significativo revival. Il tempo ci dirà se la cosa sia seria e duratura o non, piuttosto, un semplice fuoco di paglia.

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