Nella storia italiana, ricca di scandali e di trame a dir poco losche e sotterranee, le ricorrenti notizie di dossieraggi da parte di soggetti sia pubblici che privati, ma comunque mai legali ed autorizzati, hanno sempre destato una comprensibile e preoccupata indignazione, e non di rado persino speculazioni e fantasie dal sapore quasi cinematografico. Gli esempi sono infatti tanti, guardando anche soltanto alla storia repubblicana e trascurando i periodi storici precedenti, certamente non più allegri. Per esempio, ai tempi del “golpe Borghese”, memori anche dei fatti del Sifar di circa un decennio prima, in molti sospettarono che esistesse davvero una lista coi nomi d’ogni cittadino italiano “sgradito” a determinate forze politiche o all’Esercito, ma alla fine tutto rimase soltanto nel campo delle più personali teorie.

Ciò non significa che ci siano mancati fatti gravi e purtroppo anche provati: fu per esempio così nel 2006, quando scoppiò lo scandalo Telecom-Sismi, in base al quale emerse che alcuni funzionari del servizio segreto militare, insieme a uomini della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza e dell’ex società telefonica di Stato Telecom (al tempo ormai di proprietà della Pirelli) avevano svolto in segreto e in autonomia attività di dossieraggio ed intercettazioni non autorizzate da nessun magistrato. Da quella lunga inchiesta, e dal relativo processo, nacquero poi anche altri filoni legati a loro volta a scandali, per così dire, “minori”, ad esempio il Laziogate, e via dicendo.

In quel caso, però, si trattò di un fenomeno che non colpì il mondo della politica e le varie simpatie ideologiche degli italiani a livelli perlomeno tali da eguagliare altri fatti sempre di rilievo, consumatisi decenni prima. Si pensi per esempio al 1953, nei primi anni di vita della Repubblica, quando l’astro nascente della principale forza politica del paese, la Democrazia Cristiana, Attilio Piccioni, si vide stroncare sul più bello la carriera dallo scandalo Montesi, la ragazza trovata morta in una spiaggia dopo un festino fin troppo allegro a cui aveva partecipato il figlio. E, poiché l’opposizione del PSI e del PCI cavalcava lo scandalo con ovvi benefici d’immagine, poco dopo fu calato un altro dossier “ad hoc”, riguardante le strane abitudini personali dell’allora presidente della Provincia di Roma, Sotgiu, cosa che subito la fece ammutolire.

Pochi anni dopo, dato che si sentiva un certo “tintinnar di sciabole” dovuto alle resistenze dei settori più conservatori del paese all’ingresso del PSI nella maggioranza di governo, spuntò il caso del Generale Di Lorenzo, che già dal 1956 eseguiva un dossieraggio su vasta scala, proprio per segnarsi quali personaggi politici, sindacali ed intellettuali dovessero all’occorrenza essere messi in condizione di non nuocere al vecchio “status quo” prima che fosse troppo tardi. In totale andò a formarsi un archivio di 300mila fascicoli, corrispondente ad ogni italiano “sospetto” o potenzialmente tale, e tra tutti costoro figuravano alte e medie personalità della politica, industriali, banchieri, alti dirigenti della Pubblica Amministrazione, e persino quattromila fra vescovi e sacerdoti.

Gli Anni ’70, come già accennato, non furono meno facili, e così pure il decennio successivo: scandali ritenuti a torto minore nel ricordo di oggi, ma che al loro tempo ebbero comunque un vasto eco, furono quelli delle intercettazioni telefoniche del 1974, quelli delle prime penetrazioni accertate della Mafia nella Magistratura romana, lo scandalo dell’Anas, quello Eni-Petronim, ed ancora quello dei carri armati alla Libia, e quindi Sindona, ecc, ecc. Certi, ormai, nemmeno si ricordano più.

Oggi, che ci sentiamo tutti spiati e controllati, nessuno ha bisogno di creare o tenere scomodi ed ingombranti incartamenti sulle nostre vite e le nostre attività personali. A fornire tutte le informazioni che possono interessare entità pubbliche e private (a cominciare proprio dagli aspetti più intimi delle nostre esistenze, quelli che potenzialmente potrebbero renderci un indomani ricattabili od oggetto di studio), siamo proprio noi stessi. Da quello che cerchiamo quotidianamente nei motori di ricerca come Google o Bing, ai siti che più spesso visitiamo, a ciò che confidiamo (talvolta anche ad estranei, e non solo a persone di cui a torto o a ragione ci fidiamo, credendo di conoscerle), non è certo difficile per “soggetti terzi” farsi un’idea di quale possa essere la nostra vita, quali possano essere le nostre aspirazioni e le nostre frustrazioni, i nostri gusti (anche sessuali, perché no), le nostre idee politiche, il nostro modo di vivere o di non vivere la religione, ecc.

E quel che è bello è che tutte queste informazioni le forniamo proprio noi, di nostra spontanea volontà, senza nemmeno pensarci due volte, anzi: non vediamo proprio l’ora di farlo. I social, e in senso più vasto tutto il mondo di internet, sono oggi il principale strumento di dossieraggio e controllo sia delle masse che del singolo individuo. Tutto questo avviene senza spiare di nascosto la posta (che nessuno manda più), senza tenere macchine con agenti della “polizia politica” in borghese appostate sotto casa, senza infilare cimici nelle cornette dei telefoni, e via discorrendo: certe scene, ormai, possono tranquillamente rimanere confinate in film come “Le vite degli altri”.

Tempo addietro qualcuno parlò di forme di dossieraggio russo in Italia, ma per l’appunto la polemica, palesemente fittizia, si spense accortamente ancor prima che i più esperti o qualificati in materia se ne mettessero giustamente a ridere. In questi giorni, invece, si sta cercando di richiamare l’attenzione su un dossieraggio da parte della Cina di figure rilevanti in Italia, non soltanto del mondo politico ed economico, ma persino di quello criminale. Si sta cercando di parlarne pure con una certa con enfasi, senza però riuscirvi granché, e già questo dovrebbe far riflettere i vari osservatori. La notizia, in Italia, è stata data infatti da alcune testate minori, importanti ma che notoriamente non hanno quella diffusione che hanno altre, e quest’ultime dal canto loro non l’hanno ripresa o rilanciata con grande attenzione o considerazione. Pure in televisione, dove certe reti televisive (da quelle più vicine al centrosinistra a quelle più vicine invece al centrodestra), sempre piuttosto zelanti quando c’è da criticare qualche “nemico comune”, non s’è assistito a tutto lo scandalismo che invece c’era capitato di vedere in altre situazioni. Probabilmente la notizia viene vista come “troppo inaffidabile”, nel senso che ad un passo dalle elezioni negli USA, con la crisi da pandemia di Covid ancora in corso ed un quadro politico interno a dir poco fluido, nessuno vuole rischiare al punto da farla propria e ricamarci sopra come invece è avvenuto con altre notizie ormai più sdoganate a livello internazionale quali ad esempio i fatti di Hong Kong, le accuse di Washington a Pechino per la vicenda del Covid, e via dicendo.

Del resto, questa inchiesta, ha tra i suoi padrini vari giornali statunitensi, australiani, indiani, inglesi, come il Sunday Times, il Globe and Mail, il Telegraph, l’Indian Express o l’Australian Financial Review, tutti noti proprio per i loro orientamenti piuttosto conservatori e non proprio amichevoli verso paesi come Cina, Russia, e via dicendo. In Italia, ad introdurla, è stato il Foglio, una testata che in passato era stata fondata da Giuliano Ferrara e che si caratterizzava per lo smaccato sostegno a Berlusconi, Bush jr. ed Israele, e che oggi invece è nota soprattutto per essere la voce dei renziani più fedeli, ma comunque sempre con una visione degli esteri non così dissimile da quelle delle origini. Curiosamente, secondo l’inchiesta, tanto Berlusconi quanto Renzi sarebbero tra le personalità inserite in questo “database” curato, elettronicamente, da una società cinese chiamata Zhenhua.

In attesa di giudicare con elementi un po’ più sostanziosi notizie che ancora sono ai loro primi sviluppi, pensiamo piuttosto a ciò che davvero e di provato già ci circonda e che, in un certo senso, possiamo persino toccare con mano: sarebbe per esempio un po’ troppo da persone ingenue e disaccorte pensare che, in un paese costellato da circa sessanta basi militari NATO, le personalità e le attività più rilevanti non siano già monitorate, e pure accuratamente, da un altro paese che ci è alleato come gli Stati Uniti ma che, in realtà, non di rado s’è comportato con noi soprattutto da dominatore. I principali social al mondo, da Facebook a tutto il resto, sono suoi e al loro interno hanno anche una certa qual nota presenza dell’intelligence, ma ovviamente non sono l’unico strumento di cui dispone, per quanto come già dicevamo gli siano di grande utilità.

Forse certi scandali o scoop che di tanto in tanto appaiono sulla nostra stampa, durando peraltro il tempo di una grigliata con gli amici, servono soprattutto a coprire quest’altra grave e seria verità, su cui però ben ci si guarda, come paese e come classe politica, di scendere troppo nel dettaglio. Ci ricordiamo, qualche anno fa, dello scandalo Datagate, avvenuto proprio sotto la presidenza di Barack Obama, e che vedeva la NSA (la National Security Agency USA), in coordinamento coi servizi segreti d’altri paesi, dal Canada all’Inghilterra all’Australia, con una vera e propria sorveglianza di massa a danno non soltanto di cittadini statunitensi ma anche europei, e persino funzionari della stessa NATO e leader dell’UE? Quella vicenda diede luogo al noto caso di Edward Snowden e richiamò l’attenzione, dopo anni di disinteresse, su ciò per cui era effettivamente nato il sistema satellitare Echelon, ovvero la messa in atto con successo di un sistema di sorveglianza di massa a livello globale. Vennero spiate, oltre a personalità politiche di rilievo, su cui ricadevano grandi responsabilità, anche aziende ed industrie europee, col chiaro scopo di favorire le loro concorrenti americane.

Anche quello, come ben possiamo vedere, era un sistema di dossieraggio in piena regola, ma su livelli decisamente più alti rispetto a quelli un po’ “artigianali” del nostro passato o a quelli “spontanei” garantiti dai social, e soprattutto ad oggi pienamente provato nella sua portata tecnica e finanziaria e negli effetti e nelle intenzioni rispetto al dossieraggio Zhenhua su cui tutto è ancora da dire e da sapere. Ai tempi del Datagate ci furono un po’ di polemiche, ma alla fine anche in quel caso tutto rientrò rapidamente nei ranghi, con l’UE che dopo aver un po’ alzato la voce se ne ritornò rabbonita alla cuccia, mentre furono soprattutto i rapporti fra Stati Uniti e Russia a raffreddarsi, data la scelta di Mosca di concedere un temporaneo asilo allo stesso Snowden (ma del resto i due paesi erano già ai ferri corti anche per altre questioni, come le crisi politico-militari in Ucraina e in Siria). La memoria di fatti già vissuti come questo, lontani o recenti che siano, può dunque fornirci sempre qualche spunto utile per sviluppare un maggior spirito critico o quantomeno una sana diffidenza verso altre “bombe mediatiche” che probabilmente hanno la loro funzione principale soprattutto nel fornire all’opinione pubblica e agli osservatori diversivi rispetto agli argomenti reali o semplicemente più seri, creando oltretutto una confusione di giudizio e di elementi che non di rado finisce pure per ritorcersi proprio contro coloro che l’hanno voluta e scatenata.

Gentile Lettore, ogni commento agli articoli de l'Opinione Pubblica sarà sottoposto a moderazione prima di essere approvato. La preghiamo di non utilizzare alcun tipo di turpiloquio, non alimentare discussioni polemiche e personali, mantenere un comportamento decoroso. Non saranno approvati commenti che abbiano lo scopo di denigrare l'autore dell'articolo o l'intero lavoro della Redazione. Per segnalazioni e refusi la preghiamo di rivolgersi al nostro indirizzo di posta elettronica: [email protected]

Inserisca il suo commento
Inserisca il Suo nome