“Dovere: è quella parola che si trova nelle orazioni solenni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino per loro. L’Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano”.

Se Giuseppe Prezzolini fosse ancora vivo, non potrebbe che auto-compiacersi nel dover aggiungere alle sue risapute doti anche quelle profetiche. “Dovere” è la parola chiave quest’Italia ancora impantanata fino al collo nella narrazione Covid mentre la situazione va a signorine allegre.

I cittadini hanno il “dovere” quadruplo di: vaccinarsi, rispettare tutte le prescrizioni, indicazioni, raccomandazioni ed avvertenze per le istruzioni dei sapientoni del Cts, collezionare punti per i lasciapassare verdi ad efficacia rafforzata crescente e pagare bollette sempre più salate. Silvio Berlusconi ha ritirato la sua farlocca candidatura al Quirinale per senso del “dovere”. I partiti italiani preparano una nuova grande ammucchiata per “dovere” verso Bruxelles e Washington.

Mentre impazza il “toto-chiama”, Rocco Siffredi getta la maschera, Enrico Letta mette il veto anche all’uomo che non c’è e si aprono ufficialmente le danze, il Financial Times ci fa sapere che “il voto per un nuovo Capo di Stato potrebbe indebolire il governo e danneggiare le prospettive di riforma economica”.

“Draghi, spiega la testata britannica, ha presentato ai politici italiani un dilemma: se mantenere il più celebre tecnocrate del loro Paese come primo ministro o eleggerlo come presidente della Repubblica, innescando potenzialmente una crisi paralizzante per un successore”.

Nel frattempo le grandi banche Usa si dividono sul migliore scenario per l’Italia, facendo appello a quel funesto “dovere” chiamato debito pubblico. Goldman Sachs incolla Draghi a Palazzo Chigi, Citigroup lo vuole al Quirinale. Anche in questo caso vi è un luccicante “dovere” in bella mostra: quello dell’ancoraggio europeo e dell’approvazione delle riforme legate al Recovery Fund.

Per la corporate bank Goldman Sachs, il trasloco di Draghi (che ne è stato vicepresidente e managing director dal 2002 al 2005 prima di essere nominato dal governo Berlusconi a capo di Via Nazionale) da Palazzo Chigi al Quirinale, “scatenerebbe incertezza circa il nuovo governo e l’efficacia della sua politica”.

Alla prima votazione (a partire dalle 15 di oggi) centrodestra e centrosinistra, soci alla pari del partito unico di centrodestrasinistra che regge la sedia a Draghi, voteranno scheda bianca. E dovrebbero farlo anche nelle due successive votazioni.

Torna a farsi sentire anche Giuseppe Conte, anche lui per “dovere”: precisamente quello del mantenimento degli scranni e degli stipendi dei suoi, prima della prevedibile grande purga per mano popolare alle prossime elezioni. “Non si può fingere di non sapere che se in questo momento l’obiettivo è di preservare l’azione di governo l’elemento di massimo equilibrio è il premier”, ha tuonato l’ex avvocato del popolo.

Per “dovere” verso il Paese (leggasi preservazione dello status quo poltronaro) oggi Matteo Salvini incontrerà Enrico Letta per iniziare a ragionare sul nome da poter condividere. Sarà quello di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio oppure quelli dei sempreverdi Pier Ferdinando Casini e Giuliano Amato?

La quarta chiama non è poi tanto lontana. Ciascuno ha il “dovere” che si merita. Comunque vada, sarà un massacro.

Ernesto Ferrante
Giornalista professionista, editorialista, appassionato di geopolitica